non per il pubblico, solo per
te,
anima sola in qualche
nascondiglio
a te Grotowsky, a te Barba, a
te Zappa
pochi uditori e forse neanche
questi
come a Ippaso chi pubblica
centoni
nulla da dire, tutto è stato
detto
Sibilla dalla bocca delirante
oltrepassa i millenni con la
voce
non addolcita da profumi e
incensi
crudi versi Parmenide parlava
Dove sono le Muse da invocare?
C’è chi pensa sul filo di una
rima?
la parola poesia mi fa già
ridere,
mendicante piuttosto che poeta
per editori a caccia di
ideuzze
di voci umane è coperta la
terra,
tacciono pure i grilli e le
cicale,
per sempre imbavagliati lampi
e tuoni,
non parla più il ruscello,
tace il vento,
i segreti violati alla
ghiandaia
tra i sassi taciturni della
strada
è muta com’è muta la natura
verbum, logos, parola fatta
carne
hanno perso le cose il loro
nome,
porte aprivano, ponti con le
cose
e che parola è quella che
discute?
È proprio dei giudizi decisivi
prima il silenzio, poi lo
scoppio d’ira
è noiosa Cassandra, non ha
stile,
e il vero non è sempre
verosimile.
Guai a chi sbotti fuori
all’improvviso,
fosse anche un dio alterato (o
no, Buñuel?),
vien preso per artista
originale
che lancia sul mercato nuove
mode
Per chi scrivere? Cosa
confidare
alla terra, alle piante, agli
animali?
Ecco il guaio. Felici
veramente
eremiti, stiliti e anacoreti,
c’erano ancora dirupi e
deserti
lontani dai capillari di
Moloch.
Si può parlare ancora da
profeti?
Son diventati posteriori i
posteri,
scoreggiano ancora il nome di
un Hegel.
Ma, per il fiume Tevere, vi
giuro,
l’ultimo uomo ha da dire la
sua
prima che scoppi la memoria
umana.
Perché tacere? Avrò un inferno
d’ira,
farò smorfie per bocca dei
profeti
senza commettere alcun
sacrilegio.
Essere sempre cauti ed
assennati?
Scusate, non c’è nulla da
spiegare,
basta l’intelligenza di un
bambino.
soli, nascosti, maestri di
follia
tutto per nulla, voluttà di
dare
per conoscere il nome che gli
uccelli
danno alle stelle
attraversando il mare
Dove fuggire?
L’ultimo atollo è stato già
venduto.
Andiamo testimoni della fine
sopporta il mare il nostro
testamento?
Il ricordo di noi da qualche
ragno?
la morte ci sorprenda a
piantar cavoli
Andiamo, morte, via da questa
noia,
la terra è stanca, merita il
riposo,
riposare con lei è il nostro
sogno.
Madre l’hanno chiamata, adesso
è schiava
di vero e falso, di diritti
umani,
di lati positivi e negativi.
Non abbiamo più nulla da
spiegare,
la bellezza è fuggita dalla
terra.
Andiamo, morte, via da questa
noia,
insieme a Muse stanche di
danzare
lotteremo alla fine su un
vulcano
prima che erutti le bestemmie
umane
penetrate nel ventre della
terra.
Fauci di tigri o becchi di
avvoltoi,
felici i Greci senza
sepoltura,
la terra è offesa dalle nostre
tombe.
Andiamo, morte, via da questa
noia,
con pietre e insetti potremo
parlare.
Per un Cervus lucanus
immolarsi
come Dio s’immolò per l’Homo
sapiens?
Tutti i grandi incazzati sono
morti,
ma i sogni ne conservano il
ricordo.
Hanno forse concesso a
Dostoevskij
il privilegio di morire in
croce?
Andiamo, morte, via da questa
noia,
mi verso tutti i tempi e me li
mangio.
Quelli sì, son venuti dei
ragazzi
a farci scherni, noi della
famiglia
di Platone, Luciano e
Baudelaire.
Mentre sembra che tutti sanno
tutto,
noi soltanto sembriamo senza
scopo
come il vento che soffia,
inaffidabili.
Andiamo, morte, via da questa
noia,
non è quotata la nostra
moneta,
in verità terribili scaviamo,
al solo nome di arte
c’infuriamo,
da scuole di saggezza usciamo
irati.
Se non proprio ci mettono a
tacere,
ci fanno, Pasolini, suicidare
e danno al nostro il nome di
una piazza.
Andiamo, morte, via da questa
noia,
pugno di sognatori, pochi
pazzi,
il silenzio dell’etere capiamo
e il canto dell’italicus
Oecanthus,
ma non la lingua degli uomini
dotti.
Il mormorio del bosco ci ha
educati,
ogni idea condivisa ci
disgusta,
non ci piacciono le ultime
notizie.
Andiamo, morte, via da questa
noia
dove vanno farfalle, assiuoli
e rane
e i ramarri appiattiti
sull’asfalto,
lì ci aspetta Marina e
Margherita
sospetta intelligenza
sospetti sulla scienza
è l’acqua di Talete l’H2O?
l’atomo esiste
più veloci della luce
saperi che deridono l’ignoto
per poggiarvi gli occhiali
fece il naso
sorrise tristemente
Schopenhauer
Vi dico in nome della
tartaruga
che arranca sulla riva verso
il mare,
non sa orientarsi l’uomo negli
abissi,
tra antichi cataclismi della
terra;
hanno forse assistito i suoi
antenati
la terra partorire nuove
specie?
Hanno solo memoria di
estinzioni.
Per ultimo è arrivato
l’immortale,
livella le montagne e intuba i
fiumi,
schernisce la bellezza della
luna,
turba perfino i vermi timorosi
che innocui dormono sotto le
pietre.
Vi dico in nome della
tartaruga
che arranca sulla riva verso
il mare,
non è l’intelligenza
intelligente
(che non sia un ritrovato
della pancia?),
la troppa intelligenza ha
scompigliato
i mostri sonnolenti della
crosta.
L’utile conoscete, non
l’inutile,
noi conosciamo solo ciò che
amiamo,
amate voi le vostre
conoscenze?
Ciò che fa il fiume non lo sa
nessuno,
ama il segreto l’intima
natura.
Sono andato ai confini della
scienza,
un lume palpebrante in una
grotta,
un gioco di bambini mi è
sembrata.
Conosca pure le virtù
dell’erba,
la natura di lune e di
galassie,
scrivi: non lì c’è perfetta
letizia;
farà più in fretta germogliare
i semi,
ma non conosce la forza di un
dono
e poi, detto tra noi, conosce
solo
gli oggetti che essa stessa ha
fabbricato.
Vi dico in nome della
tartaruga
che arranca sulla riva verso
il mare,
ragionatore più che
ragionevole
da noi ha calcolato la
distanza,
ma una ganga che raspa sul
terreno
ha più sapienza di un
ricercatore.
È l’istinto a guidarci, ma non
sbaglia,
le tartarughe non hanno
ragione
perché istinto dell’uomo è la
ragione.
madre di bembix
la sapienza di uno sphex
sistemi di difesa millenari
elusi, tutt’a un tratto a
zampe all’aria
resta impietrito il riccio
sull’asfalto
infilza insetti l’entomologia
cos’è ti sanno subito spiegare
tardi ho imparato ad amare i
cerambi
con le antenne pendenti come
giunchi
per lui darei almeno un po’ di
sangue
più fiori i fiori, più insetti
gli insetti
di quanto un uomo è un uomo
certo il sole ha da fare tante
cose
veneravano i fiumi come dei
in armonia col giorno e con la
notte,
con i cicli del cielo e della
terra
abbiamo loro insegnato a
parlare
ed ecco, sanno solo
bestemmiare
un’ecatombe di dialetti e
lingue
pensi tranquillo alla storia
dell’uomo?
Divino inizio a immagine di
Dio,
Gli è piaciuto così, gli ha
sottomesso
la luna, il sole e i fiumi
come schiavi,
gli ha dato in dono il nome
delle cose.
Ma è giunto il tempo dei
padroni servi,
solo l’avere conferisce il
rango,
per le ricchezze è apprezzata
la terra,
solo il piacere avvicina i due
sessi,
in trappola, sconvolti tutti i
ritmi
chiederà nuove macchine il
progresso
per denti d’ingranaggi più
affamati
lì il nostro Padreterno se ne
sta
non più all’altezza degli
avvenimenti
coi suoi ministri a benedir
mercati
non basta (la questione è già
decisa)
che si aduni il fior fiore
della scienza,
bisognerà trovare lì per lì
spiegazioni a fenomeni
inconsueti.
La crosta dopo un sogno di
millenni
si scrollerà di dosso i
termitai,
non basterà un mea culpa
universale,
verso dove si fugge fuggiremo.
Di chi potremo avvalerci? Non
diamo,
già sanno gli animali,
affidamento,
esterrefatto è già il dio
degli insetti.
Verranno gli elefanti per
l’avorio,
i coccodrilli a riprendersi il
cuoio,
le uova lo struzzo e le
lucciole il buio
stesse leggi per buoi e per
leoni
non giunse a tanto Sodoma e
Gomorra
Ebbri di stelle e strisce e di
diritti,
di libertà, purché non si
discuta
il principio del libero
mercato
la strada dello stato
formicaio
ha preso l’Anticristo
per punizione messo a non far
nulla
guadagna tempo libero e lo
butta
gli fa sentire nostalgia del
buio
per farglielo cercare a
pagamento
Ha qualcuno un destino
personale?
Ognuno rimpiazzabile con
l’altro,
addestrato a parlare e a non
urlare,
dopo una vita libera di
scegliere
tra dieci tipi di pane
cattivo.
ti amo, terra, sei triste come
me,
liberamente crescevano gli
alberi,
l’erba godeva della primavera
o querce, vorrei vivere tra
voi
ricorda il granchio canti di
sirene
cosa disegnerò sulle mie ali?
Con il puntino bianco del
riflesso