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            gli animali di Ceronetti

                             ad Agnese Pignataro

Dagli scritti di Guido Ceronetti Pasquale Cacchio ha strappato

399 frammenti sugli animali

Presentazione

 

Nel vocabolario odierno non esiste parola per designare Guido Ceronetti. Scrittore? poeta? romanziere? traduttore di testi biblici e classici? filologo? drammaturgo, regista di burattini? giornalista? Potrebbe andar bene la parola ‘pensatore’ (bruttissima) o ‘filosofo’ (si firma ‘il filosofo ignoto’). Ma è più che un filosofo. Non di quelli che inventano nuove schiere di concetti a interpretare, ordinare o trasformare il mondo; lo soffre, lo suda, lo sanguina; i suoi pensieri non sono idee, ma urla, gemiti, ire, scherni, silenzi; più che parlare agiscono, più che esprimere travolgono. Il suo non è un pensiero da condividere, è un cambiar vita. Una reincarnazione di Eraclito? O di Diogene il Cinico?

Costui odia l’uomo, così si dirà, ma lo ama più di quelli che proclamano di amarlo, più di legislatori, papi, missionari e operatori umanitari. Non vede l’uomo in cima al processo evolutivo, ma in fondo agli abissi delle sue origini. Non è un amico degli animali, è un loro fratello. La parola ambientalista lo offenderebbe. Già offende me. Né misantropo né misogino, è un eremita; non è un turista, è l’ultimo filosofo viandante.

È intollerante, ma come non esserlo in una società tanto tollerante da accettare l’intollerabile devastazione del mondo? Moralista? Nessun ‘ismo’ s’intona con lui. La tanto esaltata conoscenza scientifica viene da lui corrosa, i prodigi della tecnica denigrati, il concetto di progresso demolito. Nessuna venia per il sistema industriale e per le sue pompe, sì, Ceronetti, spacchiamo il televisore! Non c’è scampo neanche per la storia, la sociologia, la psicologia... sì, diamo l’Etnologo ai coccodrilli!

Torinese, ha appena compiuto ottant’anni e, a un giornalista che gli chiedeva dei suoi progetti futuri, ha risposto come Diogene ad Alessandro Magno, schernendolo.

                Pasquale Cacchio

                    8 marzo 2008

via Porta del Pozzo 40

71020 Castelluccio Valmaggiore (FG) 

e-mail pasqualecacchio@hotmail.com

web www.ponticonlecose.org

 

Da

Difesa della luna

Rusconi Editore, Milano 1971

 

1. […] Lo spazio, quel che si chiama lo Spazio, solo perché manchi meno di se stesso che nella piscina di Lourdes o in un allevamento artificiale di polli, ha la delicatezza, il mistero e la perfezione di un occhio. E un missile Saturno non è un collirio. […] (pp. 16-17)

 

2. [..] Le conseguenze psichiche e mentali del nutrimento industriale (mentre si prepara il sintetico) e dei farmachi assorbiti fin dall’infanzia, si fanno già sentire. L’anima contagiata scuote il suo impoverimento e la sua disperazione sull’ambiente, come gocce di acido solforico. L’ambiente in cui tante facce interne si ripercuotono massicciamente – una luce grigia di devastati, un’accumulazione elettrica di desideri e di bisogni – si sfoga in piaceri di degradazione, i cui rantoli sono i missili lunari, lampo di fiumi deviati e di limi soffocati, di sardine abolite e di coralli morti. […] (p. 19)

 

3. […] Un uomo colpito da paralisi e da pazzia per aver preso con le dita, in una padella annerita da olii incerti, qualche grammo di frittura di pesce che ha ricevuto dal plancton attossicato il suo ultimo boccone prima delle reti, non può guarire con ipotesi di astrofisica. Annunciategli anche il ritrovamento di un sandalo romano su Marte, le sue labbra mortefatte non sorriderebbero. […] (pp. 20-21)

 

4. La Genesi, il sacro, la luna […] Nelle Scritture portate da un gruppo di Ebrei dall’esilio babilonese, trasformate e riaccese dai loro veggenti e sacerdoti, si è trovato il punto di diritto sacro che autorizza tutto, anche i graffi nell’aldilà atmosferico. Basta citarlo per sentirsi a posto: col progresso e col cielo. Questa tavola prodigiosa, che largisce un diritto illimitato, dev’essere vista da vicino. Un testo che sembra approvare i danni inflitti alla creazione dal più forte dei viventi, un testo complice di grandi misfatti, trascinato nel fango dell’opinione più volgare e tuttavia capace ancora di mettere un sigillo sacro all’azione sfrenata di una civiltà dissacrata, non sarà mai abbastanza penetrato. Interrogandolo, si lavora sempre per la verità e per la luce. Ecco una mia versione tentata degli ultimi versetti (26-31) di Gen. 1:

 

26 E dice Elohim facciamo un uomo

Che come la nostra ombra e simile a noi sia

E i pesci del mare e gli uccelli del cielo

Tutte le bestie buone e le feroci

Tutti i rettili che sulla terra strisciano

Col piede schiacci

27 E crea Elohim come la propria ombra l’uomo

Come ombra di Elohim lo crea

Maschio e femmina li fa

28 E li spruzza di sacro Elohim e gli dice

Siate fertili e molti e la terra riempite

E mettetevela sotto e coi piedi schiacciate

I pesci del mare gli uccelli del cielo

E ogni vita che vaghi sulla terra

29 E dice Elohim ecco io vi do

Tutte le piante che seme segregano

Viventi sulla faccia della terra

Ogni albero che porti in sé il suo simile

Segregante a sua volta il proprio seme

E di questo vi nutrirete

30 E a ogni bestia salvatica e a ogni uccello del cielo

E a ogni cosa che vaghi sulla terra

E abbia in sé il soffio della vita

Tutto il verde dell’erba da mangiare io do

31 E fu così.

E tutto quello che aveva fatto

Elohim vide bellissimo

Del sesto giorno fu sera e mattino

 

[…] […] Il senso di dominare, assoggettare, nell’ebraico radàh viene dopo quello primo ed essenziale di premere, pestare, calpestare, stendere al suolo. [...] In fondo a tutto questo fratturare, smembrare, pestare, c’è la distruzione pura. […] L’ebraico ve-irdù si comprende meglio immaginando una lotta primitiva, e abbastanza innocente (se si può credere all’innocenza della vita), tra l’Adàm ultimo uscito dalle mani del Dio creatore e gli altri esseri viventi tra i quali dovrà abitare, non nella cerchia di una città fraterna, ma con la pietra alzata e il coltello in pugno. […] (pp. 24-27)

 

5. […] Se l’umanità in generale usasse con le bestie come Pitagora con l’orsa pugliese o san Francesco con il lupo di Agobbio si potrebbe parlare di autorità, libera da usurpazione e terrore. […] (p. 28)

 

6. […] Dietro l’ingiunzione del demiurgo, c’è una sezione di foresta osservata da un occhio duro, dove tra bruti spaventati un uomo impaurito stende morta a colpi di dava una tigre con le zanne. Questa è l’unica forma di autorità che il testo lascia vedere, e la verità della sua parola chiave radàh è quella che giace sul fondo cupo del suo pozzo semantico. Gen. 1,26 non dice altro che la brutalità assoluta di un rapporto senza morale e senza misura tra l’uomo e la natura, e la miseria perfetta di questo rapporto stabilito per l’eternità sulla realtà dello stato di guerra naturale e la cieca continuità della strage. […] p. 29

 

7. […] Traduco alla lettera schiacciare col piede, proprio questo si dice. Quel piede schiaccia un nemico morto, che la bocca divorerà. […] p. 29

 

8. […] Sciolta, a chi ripugnassero, dalle tentazioni teologiche e metafisiche, la riflessione su questi testi può con un poco di scavo filologico ammirare il realismo incantevole delle loro pitture. Un essere nudo e pieno di terrori per ordine del Cielo muove guerra a tutto: a tutto quel che ha vita, e per vendicativa complicazione a se stesso. Così l’uomo diventa il peggiore nemico dell’uomo, e si moltiplica sulla terra per il danno di tutti. Il suo potere è vago e transitorio, ma con le sue macchine può guastare tutto, sporcare le fonti della vita. La formicolante vicenda morale s’irrigidisce in un esemplare affresco. La ribalta si oscura e si accende, in alto, la mano terribile che stringe i fili di questa tragedia disperata. […] (p. 30)

 

9. […] Di grande interesse sono anche i vv. 29 e 30, che escludono per uomini e bestie il cibo carneo. L’unico nutrimento indicato è il verde dell’erba. Dopo la ferocia di radàh e khavàsh, questa frangia di età dell’oro pre-edenica – ante sceptrum Dictaei regis – è un altro appassionante enigma. L’attenuazione è molto forte. Si direbbe che quel calpestamento col piede di tutti gli esseri viventi non sia altro che un gesto significativo, per testimoniare la superiorità dell’essere simile a Elohim, senza conseguenze malefiche, dal momento che non c’è messa a morte e necrofagia, né rituale, né volgare. Questo potrebbe capovolgere quello che ho detto, e sarei contento lo capovolgesse. Ma, forse – ecco che cos’è pienezza di un testo – non c’è capovolgimento, ma complicazione, ambiguità e contraddizione. E poi, se si consuma tutto il verde dell’erba, a causa della moltiplicazione, anche senza necrofagia ci sarà ugualmente la distruzione. […] (p. 32)

 

10. […] Quando si vuole fare un discorso religioso fondato sul Vecchio Testamento, intorno alla legittimità dello scempio della terra fatto dagli uomini, e sul loro obbligo di procreare senza misura, è meglio non tirare fuori Genesi 1, perché in quel testo di precipizio non c’è che un sacro feroce, massiccio e silenzioso, senza gli sbattimenti e i torchi che sono lo stato proprio, di vera vita e di vera morte, dell’anima religiosa2. Gen. 2, il canto antelucano della religio, non offre nessun appiglio ai distruttori bisognosi di suffragio sacro.

 

4b Il giorno che Adonai Elohim fece la terra e i cieli

5 Senza un albero nelle campagne la terra era

E un filo d’erba nei campi non era nato ancora

La pioggia di Adonai Elohim non era caduta ancora

Un uomo per arare la terra non c’era

6 E una nebbia dalla terra saliva

E tutta la faccia della campagna inumidiva

7 E con polvere dei campi

Adonai Elohim plasma un uomo

Nelle nari gli soffia un’anima che vive

E l’uomo diventa una gola viva

8 Piantato a Oriente un giardino in Eden

Ci mette l’uomo da lui plasmato Adonai Elohim

9 E Adonai Elohim fa dalla terra spuntare

Gli alberi più belli da vedere più buoni da mangiare

E l’albero della vita era al centro del giardino

E l’albero che dà il possesso del bene e del male

 

Questo il testo giavistico. Il verbo avàd (v. 5) è il contrario di radàh e di khavàsh: lavorare la terra non nasconde un doppio fondo semantico. Avàd è lavorare e servire. Si potrebbe anche dire: per servire la terra. (Servirla è implicito nel lavorarla, ma i nostri misfatti nel lavorare la terra non si contano più). Per terra la parola è adamàh, terreno arabile, non àretz di Gen. 1: ma non si può opprimere àretz (la Terra) e servire adamàh. […] (pp. 34-35)

 

11. […] Nei vv. 19 e 20 c’è il rito misterioso del nome: l’uomo dà un nome agli uccelli del cielo e alle bestie dei campi. «Il en savait déjà plus que la Societé royale de Londres et l’Académie des Sciences», commenta Voltaire, più talpa che mai. Per Theodor Reik, psicanalista a morte, Adamo limerebbe il suo utensile sessuale su tutti quei volatili e quadrupedi, senza molta soddisfazione, finché, dalla costola trafugata, non esca Eva, croccante come il torrone d’Alba, a fargli da remedium concupiscentiae. Certo, qualche cosa si nasconde dietro quella impegnativa fatica nomenclatoria. Possedere il nome, il vero nome, di un essere, significa averlo al proprio servizio. Chi conosce il nome divino, obbliga il Dio: per questo, il vero nome del Dio è sempre tenuto nascosto, e le Accademie scientifiche, decorate di bei nomi, primeggiano nell’ignorarlo. Ecco gli sconosciuti esseri viventi legati all’uomo dal nome, che l’uomo gli dà. Questo nome è la chiave per tenerli, obbligarli, agire sopra di loro, evocarne il demone, rubarne la forza, sospenderne o eccitarne qualche funzione, operare magicamente con tutto il loro corpo, o con una sua parte, tagliata o estratta. Qui c’è vera sottomissione, e autorità dall’altra parte, in senso antico, perché c’è servitù magica. Per il canale magico del nome, l’uomo può agire su una serie illimitata di esseri viventi. (Alla fine del dramma edenico, l’uomo dà un nome anche alla donna: origine e causa della sua schiavitù). Si può anche dire che, senza il nome, non esiste azione su qualcuno: si taglia in due una lucertola, mancando il nome non ci sarebbe il taglio. Gen. 2 dice che l’uomo nomina. Non si parla di stendere al suolo gli animali nominati o di farne quel che si vuole, ancora meno di mangiarli. Il potere magico può condurre molto in là, fino al sangue versato, ma il testo ha orrore di essere più preciso su questo punto. Il nome degli animali che abbiamo nelle diverse lingue e classificazioni non essendo quello segreto impartitogli dal primo uomo nel mito giavistico, non può essere utile che a ferocemente sfruttarli. Gli animali sono un tesoro da molto tempo perduto. Nel Gilgamesh babilonese, l’eroe Eabani, che possiede il nome degli animali, è fuggito da loro dopo i giorni e le notti consumati sulla collina della gioia della ierodula d’Isthar. In Gen. 2 l’Adàm segna col nome gli animali prima della nascita di Eva. Il loro primo coito disperde il fragile nome... Ad uno ad uno, come lampioncini del Redentore per la moribonda Venezia, sui letto di Eva, gli animali muoiono nel cuore dell’uomo. Ma i testi da meditare, prima di cercare negli ambigui meandri del libro della Genesi qualche giustificazione ai grandi delitti umani contro l’equilibrio naturale e le leggi della vita – dalle manovre Dies irae dei biologi alle maledette operazioni della fisica nucleare e della tecnica spaziale – sono i capitoli 38, 39, 40 e 41 del libro di Giobbe e, per contrastarli con il puro disprezzo doloroso, tutto Qohélet. Da Giobbe e da Qohélet, dominio, controllo, autorità, poteri dell’uomo sulla natura viva e morta sono con folgorante negazione respinti, come sformati prodotti del vuoto e della stupidità. Se Gen. 1,26 e 28, li insaliva nella sua visione e appesantisce, indurisce e accresce convulsamente con la forza del sacro una crudeltà filosofica tra le più semplici, è soltanto per introdurre sulla scena tranquilla della creazione, dove tutto è buono e molto buono, il Male in figura di radicale e cieca persecuzione umana della vita sulla terra. Qualunque cosa, del resto, se ne dica, questo fiore delle scritture sacre non può essere ridotto alla vergogna di uno schema accomodante, per malleverie in caso di trapianti d’organi, ricostruzioni di cellule o voli spaziali. Perché è un testo grave, sprofondato in una durezza imprendibile di vero mito, da ritrovare al di là di ogni sbornia della potenza, nel discreto e nel chiuso. (pp. 36-38)

 

12. Salmo 8 e Genesi 9 4 Quando vedo i tuoi cieli Atto delle tue dita E la luna e le stelle che hai fissato 5 Che cos’è l’uomo Perché tu pensi a lui E un figlio di uomo Perché tu vegli su lui? 6 Ma poco meno di un Dio lo fai Di luminosa gloria lo incoroni 7 Lo fai delle cose fatte Dalle tue mani padrone Metti sotto i suoi piedi Tutte le cose 8 Tutte le pecore tutti i buoi E le bestie delle lande 9 Uccelli del cielo e pesci del mare Cosa che batta sentieri marini 10 O nostro ineffabile Signore Quale potenza il tuo nome Sopra tutta la terra Salmo 8, anche tu, raccolta anima, hai servito da polvere bianca e carminio alle strazianti smorfie degli ultimi fenomeni teologici e delle più addomesitcate filosofie, sotto il tendone della falsa astronautica al suo primo quadro lunare. Rileggo e ritraduco il Salmo 8 e, freddo alla sua ebbrezza umanistica, inutilmente cerco in lui quel che nel suo incavo melodioso è stato così facilmente trovato: un’autorizzazione divina, una patente di validità illimitata per lo scempio scientifico di una porzione di spazio interstellare, e della vita intera sulla Terra, che ne è la vergognosa premessa. […] (pp. 39-40)

 

13. […] si parla dell’uomo come di poco al di sotto degli Elohim (o di Elohim), cosa tanto forte che i Greci hanno pudibondamente tradotto con angeli, e con i piedi messigli proprio da Dio (godi, Terra) sopra tutte le cose, in segno di assoluto arbitrio. Amica scienza, allora – come se scienza non significasse altro che arbitrio e sfruttamento: presto all’abbraccio con il vecchio materialista che di conforti rivelati non ha mai avuto bisogno, nato e vissuto com’è in una, priva di spaventi, certezza di dominatore. – Fratello, è scritto che tutto è in nostro potere. Il mare è al nostro servizio: perché non usarlo come pattumiera? Per troppo tempo ci siamo limitati a segare gli alberi: perché non avvelenarli? Adesso (Dio lo vuole) apriamo insieme la gola di questo cane, un semplice automa, costringendolo a tracannare dalla ferita, per un tempo adeguato, il fumo di alcune celebri marche di sigari e di sigarette, e avremo la prova, statisticamente certa, che il fumo provoca il cancro del polmone, perché i cani trattati saranno diventati cancerosi per il novantotto e virgola per cento, uno splendido risultato scientifico al Servizio dell’Umanità. – Anche la semplice voglia di torturare in pace un essere più debole, è diventata servizio. Quando si è al servizio, si può sprofondare con la più liscia faccia del mondo nel più schiumante delitto. Nerone che fa turare l’uretra dello schiavo per divertirsi a sentire le sue urla, si comporta da padrone del mondo senza impostura. Non lo fa dichiarando di essere al suo servizio. Ma un’industria o uno Stato totalitario hanno bisogno di una continua impostura, e per loro l’alibi del Servizio, per far morire pesci o uomini, è indispensabile. «Noi vendiamo una vita migliore», dice la pubblicità della Dow Chemical Cornpany. Per quarant’anni la Dow ha fatto colare ogni giorno mercurio nel lago di St-Clair, vicino alla frontiera canadese degli Stati Uniti: il lago è morto. Il Nerone chimico tura l’uretra della terra, ma al servizio dell’uomo. Si possono bruciare i capezzoli di una donna, purché sia fatto «per un mondo nuovo». La formula «per il bene delle anime» si è perduta nel sangue che ha versato, ma la sua prole ha camminato bene: «per la Nazione», «per l’indipendenza della patria », «per i sacri confini », «per le classi sfruttate», «per un ordine nuovo», «per il socialismo», «per il progresso dell’umanità», «per un mondo migliore ». Questa nociva preposizione, per, bisognerebbe processarla e condannarla a morte. Non credo alla sua innocenza. Ha fatto troppo male. Continuerà a farne, se non la uccidiamo. […] (pp.41-42)

 

14. […] Gente capace di portare la Santa Inquisizione tra i Maya, di far sparire il bisonte dalle praterie, di mandare missionari a convertire i buddisti, di chiamare crociate volute da Dio certi vomitamenti di pura canaglia su modi di vivere che li rifiutavano, sembrava bene indicata per coprire di petrolio i mari e far scivolare il DDT nei visceri dei pinguini. Gente che conserva il culto di un bandito come Cristoforo Colombo, un colombo portatore-di-Cristo a quel che il nome dice, non avrà pietà dell’ultimo gatto selvatico, o dell’ultimo filo d’erba. Scienziati e giornali chiedono leggi: nazionali, internazionali ec. Nello stesso tempo, psicologi, sociologi e altra malavita, perquisiscono tutte le forme di vita associata in cerca degli ultimi tabù da incenerire. Come possano tenere, senza tabù, le leggi, si può vedere dallo stato delle leggi, dove non sia il terrore a puntellarle. Le leggi servono a poco, perché la Legge è stata abolita, e la vita facendosi sempre più disperata, piange segretamente la Legge che non ha più. […] (p. 47)

 

15. 1 E fa sacri Elohim Nòach e i suoi figli E gli dice fertili e molti siate E la terra riempite 2 E su tutte le bestie della terra E su tutti gli uccelli in cielo Timore sacro e spavento metterete 3 Tutto quel che si muove e vive Come il verde dell’erba vi nutrirà Io tutto questo vi do 4 Soltanto non mangiate Carne con il suo sangue viva 5 E ragione io chiederò Alla mano di ogni animale Del vostro sangue e delle vostre vite E alla mano dell’uomo Della vita di suo fratello E io chiedo ragione Della vita dell’uomo 6 Chi versa il sangue dell’uomo Dall’uomo il suo sangue sarà versato Perché fatto è l’uomo Come l’ombra di Elohim 7 Ma voi fertili e molti siate Sulla terra formicolate In lei crescete crescete Così Gen. 9. I Noachidi ricevono, in questo testo del compilatore sacerdotale, lo stesso oracolo spruzzato sull’androgino in Gen. 1,26. Ma, dopo il primo versetto, c’è un mutamento. Il v. 2 contiene due verbi investiti – il primo soprattutto – delle grazie del linguaggio sacro: iarà e chatàt. Et terror vester ac tremor sit super omnia animalia terrae… Se una chiara lettura di una faccia di animale fosse possibile, il Terrore scavato in ogni animale dall’uomo, anche nell’animale che non ne avesse mai veduto l’ombra, in toga, tuta o nuda, il mollusco sepolto, il verme della terra mai fenduta, si troverebbe scritto. È impossibile che non sia stato irradiato a tutto quel che ha vita, da quando le macchine della civiltà umana si sono impiantate dappertutto. Ma anche, forse, molto tempo prima. Quando la nostra specie entrò nella vita, un tam-tam infinitamente sottile e penetrante avrà portato in ogni screpolatura di materia l’annuncio che il nemico della vita, e il grande nemico di se stesso, era nato. Non riusciremo mai a cancellare il ricordo del brivido portato nel mondo ilico e psichico vissuto fino ad allora nella sua guerra immobile (come una profonda pace), da quella fatale comunicazione. Del resto, facciamo molto poco per cancellarla. Avere in casa un animalino viziato, non significa stabilire un patto di pace. E per qualche cigno protetto in un laghetto, fatto vivere come uno stucco in un soffitto, uno sterminio metodico, infernale, di quasi tutte le specie, la caccia sistematica, le vendette, i processi, i giochi, le torture scientifiche, gli stravolgimenti ambientali, i macelli, gli scarichi tossici, le cattività, le educazioni al crimine, gli asservimenti. Fatto sempre, con tranquilla coscienza... Qualcuno, forse, forse, ha visto negli animali il terrore dell’uomo attenuarsi, o addirittura sparire tutto: i monaci di san Colombano, qualche santo dell’India, il dottor Schweitzer – che però, a Lambarene, fu una volta aggredito dalla sua antilope, spaventata o irritata. La Genesi non parla dello spavento dell’uomo sull’uomo, ma anche questo dev’essere senza tempo, e il tempo storico ce lo ha reso così evidente e familiare, che lo portiamo negli occhi come la luce normale di una giornata qualunque. […] (pp.50-51)

 

16. […] Il verbo iarà è usato nelle sue due facce: vaiirà (ed ebbe terrore) e mah-nnorà (com’è pauroso, e anche venerabile). Nel terrore di Giacobbe c’è la venerazione del luogo terribile, e nel suo grido la paura del luogo venerabile. La paura che Noè e i suoi figli getteranno d’ora in poi nell’anima delle bestie della terra, non sarà la cieca e gelida paura di chi sente sul proprio orecchio, all’improvviso, la canna di una pistola: credo che l’altra faccia di iarà sia qui la più illuminata. Si può immaginare che gli animali salvati dal diluvio nutrano per la famiglia di Noè altro che venerazione?3 Agli altri esseri viventi, lo scampato al diluvio si offre come una testa di grande vegliardo pieno di potenza, che a tutti con il lampo degli occhi e il fuoco della parola impone di ristare, tremanti di rispetto, in una fiduciosa paura. Questa testa di Noachide è come un Beth-El per le bestie, un maqòm misterioso e inviolabile. Il rapporto che si è stabilito, sulla terra contaminata, è un altro – lo sappiamo. Ma non importa. Il mito è puro. […] (p. 53)

 

17. [Nota 3] Non so. Non ne sono tanto sicuro. Se l’arca era costipata e rauca come lo zoo di un circo viaggiante, alle povere bestie sarà sembrata meno triste, di quell’irrespirabile galera, una bella morte annegati. E il pensiero delle incessate fatiche, della ribadita condanna a servire l’uomo, degli incombenti macelli, gli avrà funestato lo scampo. [p. 53]

 

18. […] Il v. 3 spalanca, sul nutrimento, la porta di ferro inchiavardata dall’oracolo di Gen. 1,29-30. I saturnia regna sono finiti molto prima del diluvio: la necrofagia è introdotta nel mondo contaminato dal ferro, come segno stabile di ferocia e di lotta a morte perpetua. C’è soltanto il divieto del sangue, che non imbarazzerà mai troppo il costruttore di mattatoi. E non è anche questo un interdetto da spezzare? Lo stomaco umano non si lascia facilmente condannare a nutrirsi di una carne dissanguata. La carne con la sua vita (be-nafshò): l’interdetto offende il nostro profumato bisogno di vita, perché siamo eterni morenti, un gineceo di larve, una cena illuminata di morti masticanti fuori dei tumuli, sempre all’agguato di un filo di sangue da far gorgogliare nella gola brutalmente squarciata dalla fame. L’unico rubinetto lasciato aperto dalla civiltà, perché il sangue trovi la via dello stomaco, è la carne venduta col sangue, macellata di fresco, mangiata cruda, o cotta molto poco (il necrofago ipocrita sceglie una vaga cottura), perché un barlume di rosso, un residuo d’odore di quella vita tramontata, bagni ancora le labbra. Un malato di leucemia, nutrito di carni sanguinanti, e sempre sulla frontiera estrema del pallore, è l’immagine della civiltà cruorifaga: più la sua bocca è piena, più il suo cuore dà nella morte. Agonizzanti in cerca di vita, la lecchiamo con lunghe lingue nei rigagnoli dei mattatoi e nelle cucine smorte degli ospedali. E per più sfarzosa miseria beviamo il sangue dei sani con lo sguardo che li fissa, quando il suo furto prolungato della luce sta per essere punito con il grande esilio nel buio. Il taurobolio espiatorio, il bagno rituale nel sangue di un toro, era un rito soddisfacente, che spegneva veramente la sete. La gente che viaggia poco e si nutre di avanzi congelati, s’illumina a sentire dei celebri arrosti freschi dei gauchos. La vecchina povera e pulita, che in piedi, in uno squallido caffè di Roma, con una specie di ornata lentezza, si va introducendo tra i denti un miserabile cornetto in briciole enfiato di latte caldo, mettetela di colpo davanti a una bistecca texana, rossa come la testa del Battista: saprete che cos’è gratitudine. I bambini, per rabbia pediatrica, sono alla galera del cibo carneo, glielo danno all’uscita dal vagito, e poi insistendo, implorando... Eppure, pochi di loro si rallegrano davanti a un piatto riempito da un pezzo di carne, rossa o nera che sia. Quelli che mostrano, vedendola, irrequietezza ingorda, tradiscono in quel punto un guasto, un guasto d’anima silenzioso, una dannazione lontana. In genere, un bambino senza tare carmiche detesta la carne. Occhi sospesi della penosa infanzia, sapervi fatti anche di questa lacerazione, di qualche muggito spento in un antro, per metabolico infernale prodigio, è un pensiero utile per non lasciarsi, da uno spasmodico miraggio angelico, come se l’assoluta innocenza fosse possibile in un’età umana, indebolire nei disinganni, staccare dal proprio, malfermo ancora, distacco. […] (pp. 54-56)

 

19. […] Il v. 3 riduce lo spavento venerabondo che precede, alla misura del puro terrore fisico. L’ambiguità di prima s’indurisce in un corno unico. Il pane di mattatoio non è il verde dell’erba. Questo versetto sarà, per le bestie della terra, una campana a morto. E quel che segue, il sangue dell’uomo vendicato sopra ogni animale che lo versi, un immane terrore sospeso. La finzione giuridica abolita, la pena dell animale antropofago resta, immutabilmente, la morte. Il v. 3 è parola non ribaltabile, non eludibile. Il celeste rifiuto del nutrimento cruento, bisogna cercarlo in altri testi sacri. Tuttavia, qui il nutrimento maledetto è concesso, non certo comandato. Non c’è scritto: mangia la carne, ingozzane i tuoi figli. Basta, al dono tragico, il suo tragico puro. E la concessione è subito corretta, drasticamente, nel divieto del sangue. E da questa concessione al libro di Apicio, di Brillat-Savarin e all’Artusi – metamorfosi di una necessità bruta in un rituale gastronomico assolutamente laico – non c’è un ponte sacro. Un mangiatore raffinato, nelle parole ai Noachidi, non trova da mordere. Allora quale «contributo alla civiltà»? Civiltà è l’onnivorismo con la sola eccezione dell’antropofagia, la Versailles gastronomica che sostituisce alla necessità il piacere, le trimalcionate del cardinal Riario, la pancia inclisterata di Luigi XIV, le ramificazioni complicate delle cucine storiche, e anche le ricette incruente della Società Vegetariana e i menù verdi delle pensioni naturiste. Il libro della Genesi è una rozza pietra scolpita, un vento oracolare. Quel che non è enorme, simbolico, decisivo, incalzante altre realtà, non cura. Far carico alla Genesi di quel che la civiltà più potente di tutte è diventata, anche se qualche cosa di questo libro sacro serpeggia in fondo a tutto, è innocentarsi troppo. Se si vuole vedere la Genesi come produttrice di civiltà, non bisogna dimenticare che la città nasce dopo il delitto di Caino e che la malvagità umana, a pochi giorni dalla creazione, provoca lo sterminio diluviale. E poi quest’oracolo preciso: «Perché il cuore dell’uomo, fin dalla sua infanzia, ha per suo scopo il male» (Gen. 8,21). È proprio scritto così: rà, il male. Sia lo scopo dell’uomo di prolungare il più possibile i suoi giorni, o di raggiungere con la lunghezza dei suoi piedi la luna, il suo scopo è sempre rà, il male. […] (pp. 57-58)

 

20. […] Elohim, in quel momento, aveva buone ragioni. Si tratta di un comandamento rivolto ai Noachidi, pochi superstiti, non agli Europei o ai Latino-americani o ai Cinesi dell’esplosione demografica. E la stessa parola, in Gen. 1, è rivolta a un essere androgino, pochissimo adatto per riprodursi. Tra noi, gli androgini sono ombre solitarie, che non riempiono la terra. In novecentotrentanni di vita, Adamo genera tre soli figli, di cui uno uccisogli dal primogenito, per misteriose ragioni, nell’età fiorita. In media, esemplarmente, un figlio ogni trecento anni. Il riottoso Malthus troverebbe addirittura che è poco. Se tutti seguissero l’esempio di Adamo, la terra, povera d’uomo, e ricca di uccelli, alberi, pesci e leviatani, non sarebbe questa barca di costipati orrori e d’incessanti terrori in cui si sale per un viaggio sempre più scomodo, e sul punto di affondare sotto il suo carico, il suo triste carico. (p. 59)

 

21. […] S’immola senza cerimonie, furiosamente, sconciamente, selvaggiamente: popoli, tribù, paesaggi, bestie, acque, città, sottosuoli, climi, orbite. Aquì se ahorca, simplemente. Manca però la redenzione sacrificale, che scaricava lo spavento e la colpa nel corpo sacrificato. S’immola tutto senza riscatto, perché ogni cosa viene immolata senza un’idea del male e del riscatto, per fini estranei, creduti, da capibanda paranoici, utili. E ogni misfatto produce nuovi misfatti, sempre più inutili, che la semplice ragione, quando si allarma, non riesce a rendere sterili. I canali religiosi impedivano certi straripamenti, coi loro argini dimenticati. […] (p. 74)

 

22. […] La magia del bel francobollo non frequenta troppo le emissioni spaziali. Si vedono povere cagnette assassinate (Laika, Belka, Strelka, ec.) […] (p. 108)

 

23. […] L’anno in cui in Germania bruciarono i libri e le sinagoghe, un professore svizzero, il chimico Paul Hermann Müller, scopriva un insetticida organico per distruggere mosche, zanzare, pidocchi, vermi, dorifere e altri parassiti e flagelli dell’uomo e della sua agricoltura, maledizione millenaria dei soldati, delle prigionie, delle giungle, dei dormitori, delle coltivazioni, del sonno. […] (p. 121)

 

24. [...] Comincia l’irrorazione universale del DDT. […] Il risultato è che non c’è tessuto vivente, non c’è grasso umido di vita, non c’è gleba, foglia, fiore, frutto, seme, mare, alga, plancton, pesce, conchiglia, ghiaccio polare, in cui il Dicloro-Diphenil-Tricloroetano, insieme ad altre temibili potenze, non abbia una nicchia per distillare il proprio veleno. Soffiamo almeno sulle lampade votive. […] (p. 122)

 

25. […] Non c’è più mammella, succhiata o munta, incontaminata da DDT. Ogni uomo che nasce, ne porta nei suoi organi (anche nel suo cervello) qualche traccia, come ogni Tebano portava la maledizione della casa di Edipo. Il mare non se ne libera più. Il DDT è trovato nel grasso dei palmipedi polari, nei rapaci, negli uccelli marini. Incappuccia a morte la fotosintesi delle alghe. Dove annienta la malaria, fa prosperare i topi portatori di peste. È un ospite che non se ne va più. Impregna durevolmente i terreni fertili, accumulandosi lentamente nelle campagne, penetrando in tutti i frutti che crescono nella terra, patate, carote. ec. Lo incolpano di stragi continuate di animali, di allergie umane, di attività cancerigene, di cirrosi epatiche, di guasti circolatori, di mali tiroidei e nervosi, di lesioni ai geni. […] (p. 123)

 

26. […] Tra le vergogne umane, figlie della nostra irremovibile paura, è scritta a grandi lettere la strage cieca di ogni genere di creature, donne, uomini, maiali, cani, ec. considerate vasi demoniaci e portatori di peste dai regni inferiori. Questo vecchio crimine è sempre attivo. […] (p. 139)

 

27. […] Non è mai stato vero che la storia della bassezza umana si svolgesse in una natura solenne, impassibile, vergogna umana contro cielo puro, silenzi astrali, neutralità degli elementi alle nostre risse, in un lucreziano-leopardiano universo dove si grida e nessuno ascolta, indifferente e libero. Catene – catene ce n’è per tutti in queste sfere incatenate. Tutto procede unito, insieme, tutto è legato a tutto, neanche un crepito di ventre è dimenticato, tutto è nodi stretti, polsi avvinti, Laocoonti piegati, fulmini stregati, bocche sopra bocche, code aggrovigliate. (Qualcuno ha avuto la chiave di questo, qualcuno ha avuto la scienza). Perciò, se gli animali muoiono, è perché noi moriamo. E se il paesaggio muore, è perché noi moriamo. Questo sopravvivere non è vivere. Quando sarà sparita l’ultima balena, ci sarà un segno di morte di più in ogni organismo umano palpitante. Si nascerà con nella morte della balena la carne. […] (p. 142)

 

28. […] La pregnante sporcizia umana scaricata sulla luna in più viaggi, dispersa con spreco lungo le orbite, è ombra, specchio e riflesso della grande sporcizia che siamo e che portiamo, l’analogia misteriosa della vigna che non è più vigna, del frutto distorto, dell’uovo artificiale, del cuore di topo straziato dagli spaventi a cui l’ha sottoposto lo sperimentatore. […] (p. 143)

 

29. […] Stanca di ripetersi, la vita, finalmente, cessa. Cominciano a morire le cime degli alberi più alti, a corrompersi le sorgenti, a scomparire uccelli, fiori, pesci, coralli e altri ornamenti naturali. L’arma della fine è il sogno di potenza accarezzato dal più infelice di tutti gli esseri, un confuso aborto di angelo caduto, un minerale molto attivo, deposto in un fango salace da qualche vecchia, sconclusionata storia. Quando il limite fissato a questo sogno sarà raggiunto, l’Alta Opera sarà terminata. […] «La nostra storia finisce qui». Così dicono le cose che ci hanno accompagnati, e che non esisteranno più. […] (pp. 157-158)

 

30. […] Lottare per la sopravvivenza della specie… Ma per quale sopravvivenza? […] Quando si dice lottare per, un ago si pianta nella carne, una disperata idiozia ci prende per mano. Si può soltanto essere una sopravvivenza, incarnare un’essenza, rinnegare in sé l’alga morta, la perdita dell’inaccessibile, il nutrimento dissacrato. I banchi coralliferi, tra le più sensibili manifestazioni della vita, sono già dappertutto morti. Gli oceanografi hanno toccato la loro morte. Puoi farli risuscitare? Puoi soltanto essere un uomo, in cui la vita del corallo non è spenta, perché sente la sua morte come la propria e mostra, per vendicarla, le mani pure. Essere alga, corallo, balena, foca, acqua, gabbiano, è più concreto che lottare per, contro una morte che dilaga. Chi è in sé quello, non ne fa scempio. Chi sente se stesso come corallo, non distruggerà i suoi banchi. L’idea della diversità è il principio della distruzione. La coscienza dell’identità è conservatrice. Certi fatti rendono più temibile la sopravvivenza che la fine della specie. […] (pp. 159-160)

 

31. [...] In ogni caso, anche liberi dal mostro totalitario, non so come faremmo a scampare dalla peste universale delle applicazioni, vittoriose di ogni balbuzie morale, dei frutti infernali della ricerca scientifica. In un ambiente degradato, la mania sperimentale si sbraca liberamente, come un vizioso in un disordine propizio. Credi che i supplizi toccati ai conigli, ai cani, ai topi, non siano il tuo stesso supplizio? Il fine del misterioso incantesimo, che fa morire i vegetali, le bestie, il clima, è il microcosmo umano. L’unità di tutto è scritta dappertutto. Quanti sono i laboratori di ricerca, dove non si pèrpetra qualche crimine? Dove il crimine sulla bestia viva non è che la preparazione di qualche grandissimo crimine sull’uomo vivo? Non siamo che al principio di un grande terrorismo medico, in cui la medicina, onnipotente – sparito, dietro congegni meccanici e amministrativi, il medico – ispirerà più terrore di qualsiasi malattia. I laboratori possono fare tutto. Il biologo ha in affitto il tuo sperma. Il fisiologo che chiede centomila polli da torturare con l’insonnia, diecimila topi da rendere fotofobi, li ottiene. Masturbandoti davanti alla telecamera di un ospedale, potrai pagarti due pranzi in trattorie con orchestra tzigana, e tra dieci anni la tua broda di frati ingraviderà un famosa attrice. I ricercatori hanno il denaro, la rispettabilità, l’impunità, la potenza. Il potere politico li comanda e li serve, inventa per loro città, li premia, li rapisce, li spreme. Senza di loro è perduto: il segreto della potenza moderna è nel cervello in riposo morale. Varrà ancora la pena di vivere, nel mondo che ci preparano? [...] (pp. 161-162)

 

32. [...] Che cosa s’intenderà per boutures animales e bouturage humain? Il termine indica riproduzione di una specie vegetale per impianto di un ramo (i polloni), invece che per inseminazione. Non mi è molto chiaro. Mi pare che Jean Rostand accenni a questo, parlando di riproduzione di esseri umani mediante pezzi di tessuto vivente, senza intervento di organi riproduttori. Si farebbero vivai di polloni, per riprodurre in quel modo animali e uomini. (L’onore alle bestie, prima). Anche gli ovuli fecondati fuori della matrice sono un bel dono di Satana. (Ma che cosa balbetti, Medioevo? Sa-ta-na? Ti schiacciamo!). Ho letto che si stanno facendo, per l’inoculazione e la cancellazione (simultanea?) dei ricordi, studi febbrili. In un coniglio è stato inoculato un ricordo freschissimo di Cicerone sui Rostri, insieme ai ricordi di un cane dell’Istituto Pavlov di Mosca, chiamato Babel (Isacco Babel, un cane straordinario), morto nello spazio, e il coniglio di questa mescolanza di ricordi ha estratto citazioni delle confessioni di un Oppiomane e percezioni di memorie di ghigliottine da collezione. Dopo l’esperimento, ha rivolto un breve discorso agli studiosi presenti, nel dialetto ancora da approfondire delle teste appena tagliate. Perfezionate le tecniche (le tecniche sono sempre in via di perfezionamento), si potranno migliorare, finalmente, tutti i ricordi di famiglia. [...] (p. 164)

 

33. Il Panchen Lama avrà una sua antica ricetta di salvezza, e Guido Ceronetti, scrittore dell’inquinamento, elaborerà, nel tempo che gli rimane, incollando ritagli di sapienze, e osservando i segni, la propria. Tutto dice che l’inquinamento è inarrestabile. Ma anche un disincivilimento senza speranza di quasi tutte le civiltà umane, confluite ormai in una, stregata, sola. Tzigani, Tuaregh, Indios, tutti rimasti fuori, gli sdegnosi, i refrattari, i vinti, contano poco. Sono come i banchi di corallo, come il falco pellegrino o il gatto selvatico: scompaiono, e la Civiltà Unica annota diligentemente la loro scomparsa. Non siamo neppure capaci di lasciare, dietro a noi, una tomba con sopra inciso qualche misterioso segno, come i popoli delle necropoli e delle catacombe. Il mistero resta, il senso del mistero è andato perduto, dietro spiegazioni spente alla vita. E adesso per fermare la disumanità delle tecniche in espansione, impietrire gli ingranaggi della potenza, della guerra e della rivoluzione permanente, sciogliere l’insolubile nodo demografico e allontanare il ripugnante spettro di una morte illimitatamente protratta, non c’è che una speranza: che l’inquinamento renda impossibile la sopravvivenza di questa miseranda specie. [...] (p. 167)

 

34. [...] Vorrei il fisico disertore della pila nucleare, il biologo paralizzato dalla coscienza, l’ingegnere che vola via dalla diga imperfetta, il chimico che getta la tonaca, il fisiologo che si taglia una delle mani che hanno torturato migliaia di animali prigionieri, il grande capitano d’industria che cede la sua nave a un modesto becchino, l’inventore e il produttore di antiparassitari ultratossici, erbicidi, sostanze defolianti, coloranti ec., che salgono con le ginocchia nude una scala santa cosparsa di colli di bottiglia, il progettatore di aerei supersonici che cerca un posto di controllore sui treni omnibus dopo aver bruciato tutti i suoi progetti, il ministro dell’industria pesante che si fa seppellire vivo, la testa al sole filtratto, in un bosco di betulle condannato a morte da un’acciaieria. [...] (p. 170)

 

35. [...] La privazione dell’automobile è un grado di libertà in più. (Libertà: e chi la vuole?). E i vantaggi sono bellissimi: non riduci l’ossigeno atmosferico (un’auto da sola ne brucia molto), non riempi di orribile ferraglia le strade, non occupi spazio oltre a quello, già molto ingombrante, del tuo corpo, puoi evitare alcuni importanti malattie (emorroidi, prostata, stitichezza, rammollimento delle gambe, esaurimento, obesità, infarto), non rischi di uccidere (ma, lo so, è un rischio che ti appassiona) e perciò ti saranno grati bambini, insetti effimeri, galline, ranocchi, pipistrelli, vecchi, famiglie stipate in automi uguali, e neghi inoltre, tacitamente, a raffinerie, costruttori, ingegneri, motel il tuo tributo. Il male, che attraverso l’automobile si esprime, viene legato in un punto. [...] (p. 171)

 

36. [...] L’unica consolazione, in questa impaurita tristezza, è di sapere che nessun olivo cadrà per mia colpa. Non dirò mai, come l’amato Qohélet, mi sono costruito case, perché lo sento come una specie di crimine. [...] Crogiolarsi nel non fare: ogni tanto, sull’incendio che gli Dei hanno acceso e alimentato senza riposo, un secchio d’acqua, con silenzioso orgoglio. La preziosa belva, assassinata dal ladro di pellicce, sul banco della centrale macelleria, invenduta. L’infame motoscafo, lasciato a ragnarsi nella vetrina. «Questo, però, ti è facilissimo. Un giornale costa molti alberi. Rinunceresti a comprarlo?». No. Nessuno può pretendere una totale innocenza, perché non è, d’innocenza, la condizione umana. Si può fare un catalogo di cose schivabili, schivarle, per non imitare i peggiori, per puro disprezzo: il disprezzo, come salvezza. [...] (pp. 174-175)

 

37. Dichiarazione di un allevatore francese di polli a un settimanale: Mes pensionnaire n’ont plus ni à chercher ni à courir, ni à s’occuper du soleil puisqu’ils sont éclairés à la lumière artificielle, ni de la pluie puisqu’ils ont un toit, ni des prédateurs de basse-cour, buses ou renards, puisqu’ils ne sortent pas. Ils n’ont plus à s’inquiéter pour leur présent et pour leur avenir, puisque je réponds de l’un et de l’autre. Tous sont vaccinés, surveillés et soignés par un vétérinaire. Je stimule leur appétit. Je prends leur température. Par la nourriture équilibrée et l’hygiène, je leur assure des conditions optima de bien-être et de croissance. En échange je ne leur demande qu’une seule chose: fabriquer très vite de la viande. Sostanze chimiche usate dagli allevatori (variabili secondo le tecniche): vitamine A, Bl, B2, B3, B6, D3, K, P; antibiotici: eritromicina, penicillina, terramicina; inoltre: BHT (Butil-Hidroxi-Toluolo), un antiossidante che impedisce la putrefazione, già noto agli antichi imbalsamatori egiziani ma questa volta inoculato in esseri viventi, e DOC, desoxicorticosterone, preparato ormonale, antiparassitario e stimolante delle surrenali. Alimentazione massiccia a base di olio fegato di merluzzo (nella prima fase), mais, melassa, farina di pesce. Densità dell’allevamento dove i polli sono in conditions optima di benessere: sedici individui per metro quadrato. L’allevatore parla di polli, ma l’avvenire umano più roseo è questo: una gabbia, dove staremo in sedici per metro quadrato, in conditions optima de bien-être. Per nessuno scopo, come sempre. Neanche per fabriquer très vite de la viande. (O, forse, per questo). La cosa più orribile, per quei polli, è di sentire il loro carnefice proclamare con soddisfazione la loro completa felicità. Come succede per molti popoli. Stesso giornale. Ritratto di un bovino perfetto: Pour les boeufs, ce sont encore une fois les Amérjcains qui rnontrent la voie. Un centre d’expérjmentation d’étable industrielle fonctjonne près de Chicago. On y étudie les caractéristiques d’un bovin a tête minuscule muni de quatre pattes très courtes suppor tant un énorme corps cylindrique. Bien entendu ce boeuf serait doté d’un très gros appétit et d’une capacité de croissance extrémement rapide. La proximité des abattoirs permettrait en outre de lui épargner, au moyen de tapis roulants, le gaspillage d’énergie qui résulte ordinajrement du dernier voyage. Oh fabbriche di carne! Il vostro oroscopo promette ultra: «Vengono attualmente studiate le caratteristiche di un uomo con testa minuscola, fornito di quattro gambe cortissime, capaci di sopportare un enorme corpo cilindrico. Quest’uomo sarebbe messo rapidamente in grado di assumere, con piena soddisfazione dei suo enorme appetito, una cattedra universitaria. Il mattatoio considerando l’eccezionale lentezza dei suoi movimenti, funzionerebbe all’interno della stessa Università, e un tapis roulant collegherebbe la cattedra al luogo della definitiva macellazione». (pp. 185-186)

 

38. Se un bambino maltratta un animale bisogna picchiarlo, perché il più forte è lui. (p. 186)

 

39. Un medico del XVIII, Borel, consigliava questo metodo diagnostico: far dormire, con il malato di cui non si conosce la causa del morbo, un cane. Con gli escrementi del malato, nutrire il cane. Aprire il cane, che avrà sicuramente preso la malattia dell’uomo, e cercare il punto malato: sarà lo stesso del malato chiuso. I medici hanno sempre saputo camminare bene sui luoghi della Genesi che mettono tutte le bestie della terra in potere dell’uomo, e la sperimentazione sugli animali non è soltanto una macchia degli ultimi due secoli. L’uso dell’uomo, per il trionfo della medicina, non è che una modesta vendetta dei piccoli occhi spenti. Ma si è perfezionata la macchina delle torture, e allargata infinitamente la strage. Per provare che, facendo il bagno in una piscina di acido solforico, un uomo normale corre qualche rischio di ustionarsi, si tuffano a centinaia conigli, topi, cani in scientifiche vasche di acido solforico, li si lascia cuocere al cronometro e gli si misura, dopo, la pressione sanguigna. Per essere messi nelle migliori condizioni di fare il bagno e di reagire, i più sensibili di nervi avranno ricevuto, prima, una scarica di elettroshòk. Per le bestiole gravide, trattamenti speciali: come reagirà una gravida all’acido solforico, dopo un’iniezione intracardiaca di testosterone vitaminizzato? Partorirà indolore? Dobbiamo saperlo. «Finalmente. Ecco le prove statistiche. L’acido solforico produce ustioni mortali. La percentuale di mortalità dei feti è elevata, ma bisogna rimediare alla mancanza di alcuni dati». C’è, nella raggiunta prova statistica, per questi ammirevoli sperimentatori, una bellezza superiore: sono le loro nozze con la Sapienza mistica. In uno zero virgola per cento, in un cinquanta, in un cento per cento, strappati con paziente ferocia a esili creature rigorosamente inferiori (il loro fine è l’Uomo), la loro febbre di verità si placa. (pp. 192-193)

 

40. Nel 1963 morirono in una misteriosa epidemia, per febbre emorragica, seicento boliviani di un Villaggio amazzonico. Ogni epidemia è misteriosa: si sposta di notte (Salmo 91), è un dio tra gli dei disprezzato e la sua origine è sempre nel Peccato, di cui niente è più misterioso. Quando c’è una Reggia, il Peccato, causa della peste, abita, per voce comune e oracolare, nella Reggia – ma nelle repubbliche, anche le peggiori, il Peccato è più difficile da stanare. L’epidemia amazzonica vagola di notte per la foresta, colpisce qua e là da quel giorno e lo stesso villaggio è già stato due volte sotto le sue frecce. Il Peccato boliviano, secondo l’istituto americano delle malattie tropicali di Panama, è squisitamente ecologico: la febbre emorragica è dovuta a una crescita vigorosa di alcune specie di piccoli roditori, che la ungono sull’uomo, e la crescita dei roditori alla caccia di frodo del giaguaro, che sta distruggendolo in tutto l’Alto Amazzoni. Il giaguaro, divorando i roditori, fa scudo ai villaggi contro la peste, ma i villaggi, per procurarsi denaro, uccidono i giaguari. Ne uccidono, in Bolivia, circa quattromila ogni anno, e sono ridotti a pochi. La peste copre di sputi sanguigni i dollari guadagnati. La rete del Peccato è molto larga: il denaro è portato ai bracconieri suicidi da trafficanti argentini, che atterrano con piccoli aerei, paganti fino a duecento dollari un giaguaro morto, da cui non uscirà mai miele. A Buenos Aires, salirà di colpo a quattrocento dollari. A Londra, Parigi, Roma, New York, in tutte le capitali sordidamente eleganti, questo rarefatto, questo semiestinto esemplare della bellezza e della forza avrà un valore commerciale vertiginoso. Non potrebbe esserci più preciso peccato, all’origine dell’epidemia boliviana: un mercato mondiale ruffiano, che sa come sfruttare e dove collocare la morte che ha prodotto. Su qualche compatta carogna femminile, il giaguaro mummificato e profumato s’impregna di nevrosi sconosciute, di strepiti erotici e di sbatacchiante vecchiaia, e avrà vita più lunga della propria specie, perché le pellicce rare passano dai morti ai vivi, si tolgono dalle cassaforti delle banche e un’arte preziosa le lava, le riconcia, le pettina, le rinfresca, e fa da carni nuove la loro vecchia morte; si ereditano come le case riverniciate e come gli anelli vuoti, che non deporranno mai completamente le dita che se ne sono staccate, e il ricordo del sangue spremuto per farle e dell’odore d’intestino selvatico che avevano è così svaporato che sembrano nate il giorno che furono messe in una vetrina; appartengono interamente alle storie quasi non scritte e ai mores macchiati e strani, incomprensibili per qualunque giaguaro, delle società umane progreditissime, a cui le attaccarono i raffi di un gesto sanguinoso, come alla storia dell’autorità e della follia le antiche pergamene pontificie, fatte con pelli di agnelli non ancora nati, i quali furono partoriti in forma di solenni igitur, scilicet, nunc et semper, apostolorum, Domjnus noster Jesus Christus, Pontifex Maximus, servus servorum, pravitas, e passarono così, prima ancora di aver emesso un belato, dalla gobba addominale di una pecora alle volte della Chiesa militante e trionfante: e a questo punto, dove un Savonarola frate o non frate saprebbe additare a mani indignate l’albero genealogico del peccato, da Eva o da Babilonia all’epidemia di febbre emorragica nella mata boliviana, la mia povera filosofia si ravvolge nel proprio filo, spaventata dalle facce di pioggia labirintale e di rapide sfracellanti che assume il peccato risalito da una piccola barca – il peccato infallibile che provoca, sempre, le epidemie. (pp. 198-200)

 

41. Tra gli esperimenti – chi ormai può contarli – che si vanno facendo, c’è anche quello per fare che il porco ritorni ad essere, com’era prima del Ferro e degli interdetti semitici, un ruminante. Se il porco ruminerà i vecchi interdetti (non rumina) cadranno, e il libero mangiare porco senza peccato, disse Rabbi Meir commentando alla midrascica, cioè con misteriosa impertinenza, il qoheletico Quel che è stato sarà, costituirà un segno del tempo messianico venuto. In America, dove ridare al porco il rumine è lo Scopo della scienza, forse non lo sanno: l’opera di restauro è condotta in vista delle macellazioni ancora pre-messianiche dei mattatoi di Chicago. Ma io non mangerei il porco neanche se ruminasse: perché sono un uomo della fine e non del principio. Che cosa faremo, uomini della fine, quel giorno? Davanti alla novità del porco risorto al piacere di ruminare, bruceremo con nobile tristezza la catasta inservibile delle nostre vecchie ruminazioni. (pp. 203-204)

 

42. Volevano mangiare carne, stanchi di manna. Allora la terra si coprì di quaglie e gli uomini ne mangiarono: con frenesia, con riconoscenza, con dedizione. Ma una maledizione era nelle quaglie e morirono. E il luogo fu chiamato le Tombe dell’Ingordigia. (Sarà il futuro nome di Gea? Qivròt-hattaawàh, Sepulchra Concupiscentiae). (p. 205)

 

43. Nel 1950, dopo grandi stragi, le tigri erano ridotte a quarantacinquemila esemplari. Nel 1971 sono in tutto duemila. Tra pochi anni, le ultime tigri saranno quelle, drogate, prostitute per un pezzo di cavallo morto dei circhi. Poi ci sarà un’unica tigre, occhio di un solo famoso circo. L’ultimo rappresentante di un popolo distrutto muore sempre in una gabbia. (p. 205)

 

 

 

 

Da

Aquilegia

Einaudi, Torino 1973

 

44. [...] Nella stanza, accesa la lampada notturna, niente dormiva: la mosca della sera prima aveva ripreso a volare, i ragni la spiavano, le pagine dei libri lasciati aperti aspettavano di essere voltate, la lama della sveglia tagliava in due le quattro, la medicina per il cuore batteva come un cuore per fargli sentire la sua fedeltà. [...] (p. 4)

 

45. Eravamo in un bosco grandissimo, pieno di dolci animali, e in mezzo c’era il villaggio, di legno, paglia e pietra, emblema della nostra ostinazione a durare. Enarchì raccoglieva fragole selvatiche e Olàm leggeva un libro di versi oscurissimi, che per lui erano meglio di ogni fragola. Se Enarchì gli metteva in bocca una fragola, riceveva in cambio un verso, che sarebbe parso oscuro a Cecco d’Ascoli, l’astrologo: pareggiava però la dolcezza della fragola. Gli scoiattoli non avevano paura di noi e venivano a prendere dalle nostre mani pezzi di pane. Non era stato facile convincerli che non gli avremmo fatto del male; eravamo sul punto di fargliene, tanto la loro diffidenza ci aveva esasperati. Avevano ceduto a tempo e le nostre mani erano rimaste pure. Si sparse la voce, troppo lusinghiera per noi, che era tornato san Colombano. Dopo gli scoiattoli, vennero a noi i cervi, i gatti selvatici, i cinghiali. I cervi erano addirittura appiccicosi. I loro occhi sempre molto umidi ci seguivano dappertutto. C’era sempre un nobile cervo o una graziosa cerbiatta che spiava gentilmente il nostro urinare sui muschi, ai piedi dei grandi lecci. Erano anche servizievoli: qualche volta Enarchì adoperava le corna di un vecchio capobranco per sdipanare la lana, mentre Olàm, quando era stanco di lottare con l’indecifrabile, cercava ambiziosamente di avviare un dialogo per poterlo raccontare in un libro, oggetto di cui non c’era affatto bisogno né in questo mondo né in altri. [...] (p. 15)

 

46. [...] Il lupo diffidava, giustamente. O lupi, non fidatevi mai degli uomini, e particolarmente di quelli che sembrano pecore. Sotto la pelle di pecora c’è l’immangiabile cattiveria umana, come sotto la pelle del lupo c’è sovente la nostra immaginaria virtù. Un lupo mannaro partecipa di tutte queste cose ed è perciò un essere tra il timorato e lo sfrontato, di ambigua lupinità. [...] (p. 17)

 

47. [...] Tornammo col lupo ai margini del bosco. La luce di una finestra solitaria ci mandava un chiarore tenue tenue, adatto per continuare senza guardarci troppo in faccia il nostro dialogo con il divoratore di bambini. – Lupo, ci fai ribrezzo. – Perché questa retorica? Sono un lupo. – Un lupo-uomo. Saresti scusabile, come solum lupo. – In me prevale il lupo. Il mio curriculum lo prova. – Cadi sotto la legge umana. – Non mi sembra giusto. Dovrei essere giudicato da un uomo del popolo e da due lupi togati. E noi eravamo un uomo e una donna di nascita sublime, e un cane non togato: il lupo temeva il nostro tribunale: lo sentiva nell’aria. Provò a farci promesse: — Non lo farò più, mai più. – Se in te prevale il lupo, la tua promessa non ha valore. – Quando prometto prevale l’uomo. – Allora il nostro tribunale va bene. E della tua promessa non ci possiamo fidare. Lupus homini lupus. Sconcertato dall’importuno latino, prese una via obliqua: – E Luciano non fa peggio di me? Ammazza tutti i giorni, lui. Io solo qualche volta, in certi giorni dell’anno, quando predominano gli astri cattivi e mi comunicano una frenesia irresistibile. – Gli ammazzamenti di Luciano sono legali: in primo luogo uccide animali e non bambini, distinzione discutibile ma codificata da troppo tempo per essere modificabile; inoltre, grazie alle sue piccole stragi, il villaggio si sostenta; non gli piacerebbe campare di sole fragole selvatiche, latte e pane, vuole il cibo che sanguina, come non capirli? Il sangue è la vita, chi vuole vivere cerca di berne più che può. Senza Luciano, queste cose si farebbero senza ordine, provocando risse e ingiustizia. Insomma, l’ordine del villaggio è questo: Luciano può ammazzare e tu no. Neanche una pecora ti è permessa. Se poi tocchi i bambini la legge dell’uomo ti colpisce implacabilmente. Preparati a subirla. Cambiò tattica. – Vedete, io ho voluto punire Luciano. Anche se la vostra legge gli permette di ammazzare animali, bisogna pure che qualcuno vendichi gli animali uccisi da Luciano. E suo figlio, crudele con le mosche e le lucertole, cacciatore e distruttore di piccoli nidi nella foresta, prometteva molto male. Ho fatto giustizia. – No. Tu volevi soltanto mangiare. – Sì. Era un lupo capace di riconoscere i suoi torti, e in questo era migliore di qualsiasi uomo. Nella menzogna, imitava l’uomo, nella verità, era un autentico lupo. Cominciammo stimarlo, e non è facile impiccare qualcuno che osi dire la verità su se stesso. [...] (pp. 18-19)

 

48. [...] – Perché fai agonizzare quei due poveri pesci? Tu neanche li mangeresti! Ributtali nell’acqua e vedrai la loro gioia. – Sarebbe di corta durata, – disse l’angelo – sono le sei e un quarto. – E allora? – Alle sei e venticinque minuti la tarasca entrerà nel fiume, non molto lontano da qui, per lavarsi, e la sua sporcizia avvelenerà tutta l’acqua di questo fiume fino alla foce. I pesci morranno tutti in modo orribile e diventeranno immangiabili. Questi, se li volete, sono almeno mangiabili. – Non li vogliamo. L’angelo gettò i due pesci a uno stuolo di gatte che erano accorse e aspettavano. – Pesce di vita, – disse l’angelo della morte, compiaciuto della buona azione. Le gatte mangiarono il pesce e vissero. – E tu perché non fai morire la tarasca? – Forse il suo tempo è venuto? Dovrà tuffarsi nel fiume ancora per molti giorni. Ecco, sono le sei e venticinque. La tarasca è entrata nel fiume. L’acqua del fiume, prima pulita e chiara, si fece verdastra, giallastra, nerastra, marronastra, bluastra, rossastra e violastra. Alla superficie si formavano e scoppiavano bolle sordide, come pustole acquatiche, croste purulente insozzavano ignominiosamente la corrente, schiume immonde leccavano le rive. L’angelo ci aprì gli occhi e ci mostrò il fondo del fiume, dove i pesci cercavano disperatamente scampo dal veleno, che anche nella mota profonda li aggrediva. La nostra vista fu resa così sottile che penetrammo sotto le loro squame, dove palpitava come un cuore che sta per scoppiare il terrore. Tutta la vita animale e vegetale del fiume lottava contro il veleno, che penetrava dappertutto in quantità mortali, e i pesci soccombevano senza capire perché non fosse un pesce più grosso a divorarli, o un uomo armato di lenza a pigliarli all’amo. A un pesce più grosso e a volte anche ad un’esca si poteva ancora sfuggire, ma contro il veleno della tarasca non c’era scampo. [...] (pp. 28-29)

 

49. [...] Quanti animali innocenti sono stati sacrificati per procacciare rimedi perfettamente inutili, e che voi sapevate esserlo, ai poveri appestati. [...] (p. 44)

 

50. [...] La pulizia era così rigorosa che non vedemmo mai un solo ragno, neanche un piccolissimo ragnatelo. Una torre senza ragni è sospetta: se per caso ne trovaste una, fuggite via subito, se potete. [...] (p. 55)

 

51. Il fotografo ambulante rifiutava le facce che non gli piacevano. Quanti ne rimandava, delusi. Quasi tutti. In verità, proprio tutti. Dopo averli esaminati senza molto interesse, negava prontamente lo scatto desiderato. Nessuno gli piaceva. Non gli piaceva, credo, il genere umano, e come dargli torto? Fotografava ogni tanto qualche cane randagio, qualche gatto senza padrone e, particolarmente, una cammella decrepita, spelacchiatissima, che aveva comprato, per poco, da un circo dove la maltrattavano e sulla quale caricava, quando tornava a casa, i suoi attrezzi. La cammella gli forniva anche una ciotola di latte al giorno, che il fotografo, preferendo il vino, dava da bere ai gatti. Alto, magro, con baffi e occhiali, interessato dal pensiero, era uno dei punti dove più vibrava l’anima del mercato. [...] (p. 98)

 

52. [...] Isacco vive sulle rive del fiume Giordano, in mezzo ai tumuli di ogni tempo, tra uno stuolo di gatti costretti ad essere erbivori, ed è chiamato il Leone dei cimiteri. I suoi denti si sono anneriti e guastati per il continuo contatto con le anime dei morti, che sovente vanno a sbattere con violenza contro la bocca capace di evocarle. [...] (p. 110)

 

53. [...] La strega ride ride ride: – Non schiacceresti neppure un ragno e vuoi bruciare una strega? – Un ragno no di sicuro! ma a te brucerei la lingua adagio adagio, con copie del «Corriere Bogomilo» imbevuto di petrolio, troia! [...] (p. 117)

 

54. [...] Enarchì è lasciata improvvisamente libera di andare. Più tenace che disperata, eccola nel luogo dove Isacco il cabbalista segue il destino delle anime attraverso la morte. – Arì, – prega Enarchì, – dimmi la sorte del mio sposo morto. Il Leone dei Cimiteri, sotto un’apparente floridezza vecchile e qualche strato di grasso cedutogli da Sofia, è un albero fatto precocemente inaridire dalla ruota delle rinascite che incessantemente gira nella sua testa con emanazioni di fuoco senza causa, bollente. Si sente solo, sotto il peso della miseria e del dolore, e anche il suo orgoglio di mago si è un poco illanguidito. Vorrebbe allontanare per qualche tempo quelle visioni estenuanti. Tremenda è la sua sete. Intere foreste di cedri e di limoni gli vengono sacrificati. Enarchì gli porta in dono una quantità di limoni sufficienti a salvare l’equipaggio di una fregata dallo scorbuto. La loro vista gli inumidisce un poco la lingua secca. – Sì, – risponde Isacco, – te la dirò. Ma è una sorte triste. Per il male compiuto al servizio della strega, il tuo sposo dovrà emigrare in corpi di roditori e altre bestiole perseguitate per diecimila anni ininterrotti di dolore. – Ma lo ha fatto per salvarmi! Non aveva altra scelta... eravamo in trappola... – Tu parli come davanti a un tribunale umano. Io ti dico quello che è stato decretato di lui. – L’intenzione generosa non conta niente? – Niente o qualcosa, secondo i casi. Pare che il tuo sposo non provasse sempre dispiacere di compiere i delitti che gli ordinava la strega. – Lo aveva riempito di filtri. – Tu lo scusi troppo. – Dimmi, Isacco, in quale granaio, cantina, brughiera, deserto o cloaca posso ritrovare il mio sposo? – Povera Enarchì. L’animale che cerchi non è in nessuno di questi luoghi. È tra le mani dell’uomo. Enarchì lo cerca tra le mani dell’uomo, il luogo peggiore nel quale un uomo o una bestia o qualsiasi cosa possa finire. Arriva a una palazzina bianca, con un bel prato ben pettinato intorno, vialetti di ghiaia, statua marmorea dell’Elettricità a cavallo. Il suo nome è Casina della Pace. La palazzina è impeccabile all’esterno, ma l’interno è trasandato e cupo. C’è un forte odore di animali prigionieri, di disinfettanti e di morte. Dappertutto, come un vento interno, gira un sordo lamento che non cessa mai. Enarchì è un visitante sogno e percorre tutta la casa dove padrone assolute delle vite recluse sono le mani dell’uomo e vede cose d’infinita tristezza. Migliaia di piccoli animali stabulano nella Casina della Pace con la stessa speranza della sibilla di Cuma: morire. Gabbie, gabbiette, cassette, ospitano sofferenze senza nome. Enarchì vede topi, criceti, cavie, conigli, polli, pulcini, cani, gatti, scimmie, serpenti, e per un repentino dono di profezia è in grado di capire tutto quel che raccontano i loro deboli suoni. Sono racconti di supplizi a cui mancherà sempre il giardino della letteratura. Enarchì ricorda quello che ha udito, ma non potrebbe scriverlo. L’uomo tratta questi esseri in cui vivono anima, sensibilità e intelligenza con tutta l’inimmaginabile ferocia di cui le sue mani sono capaci. Gli inocula le sue più meritate malattie e ne prolunga ad arte il decorso, a volte guarendole, ma solo per inoculargliene di nuove e ricominciarne daccapo l’osservazione. Certi supplizi non durano giorni o settimane, ma anni interi. Oh impalatori, scorticatori, squartatori, arruotatori, crocifiggitori d’uomo, vi sia riconosciuto il merito di essere rimasti costantemente entro limiti rituali, almeno! Qua succedono cose con cui la vostra ferocia fatica a paragonarsi, ad opera di signore e signori dall’aspetto pulito, rispettosi delle leggi, onorati dal pubblico, applauditi dalle accademie. L’esperimento sugli animali è la corona dei patiboli che abbiamo eretti, il brillante puro della storia dei macelli, delle torture e delle carneficine umane. Aver tirato a prolungare la sola esistenza del verme umano a spese del lamento infinito di tutte le creature viventi, col grave assenso delle più solenni barbe di profeti e fondatori di religioni in fondo allo sterminato corridoio dei lamenti, resterà scritto, quando finalmente avremo liberato l’universo della nostra presenza, come il più schiacciante dei nostri carichi d’accusa, sulle rovine del mondo insanguinate. Enarchì ascolta in lacrime le storie dei conigli ciechi, ai quali è tolta la vista dopo lunghi tormenti; conta le gole incise e squarciate, ingozzate di morbo, in attesa di una morte che non viene, di un colpo di grazia che la legge della casa è di rado disposta a concedere, e perde il conto davanti agli interminabili squarci senza pupilla che la guardano. Le mani dell’uomo spellano vive le loro vittime, le sigillano nel ghiaccio, gli strappano organi interni, svuotano degli ovarii le femmine, le privano immaturamente dei loro feti, sgherigliano i testicoli ai maschi. Riempiono quei piccoli stomachi di troppo nutrimento o li costringono a spaventosi digiuni, iniettano misteriosi veleni, tagliuzzano i corpi in piccoli segmenti, provocano gelosie mortali, impongono solitudini disperate, creano in un attimo la demenza più furiosa, producono parti mostruosi, costringono a letarghi innaturali, tuffano nell’acqua gelata e bollente, chiudono le vesciche, gonfiano con gas, annegano, bruciano, innestano, asfissiano, folgorano. Un timido criceto ancora intatto racconta a Enarchì di essere Olàm. È nato in quella casa, non sa niente di fuori. Ha visto sua madre morire di terribili ustioni. Ha paura. – Portami via da questa casa, – supplica il criceto, – fa’ presto. Enarchì apre cautamente la gabbia e sta per trafugare il criceto. Ma le mani dell’uomo proprio in quel momento ne hanno decretato per superiori fini di scienza la morte. Un’importante Relazione sarà letta in una sbadigliante seduta accademica sulla morte di quel criceto. L’urlo disperato del criceto rimbomba dentro Enarchì come un tuono, ma è un suono così debole, fuori di lei, che una mosca ubriacata dal flit farebbe più rumore. Il criceto, strappato dalle mani dell’uomo alle carezze di Enarchì, riesce a fuggire e a nascondersi in un mucchietto di segatura. Ma l’occhio dell’uomo ha visto il suo nascondiglio. Enarchì, davanti al mucchietto di segatura dove si muove un impercettibile respiro, supplica le mani dell’uomo: – Lasciami il criceto, uomo, lasciami il mio criceto. – Il bene dell’uomo vuole la sua morte. – Che cos’è il bene dell’uomo? – La morte del tuo criceto. Enarchì ha capito, ma tenta di complicare: – Devi lasciarmelo, perché questo criceto è il mio sposo morto. – Ah è il tuo sposo. E tu da dove sei scappata? Certo hai bisogno di molte cure. – Non ho bisogno di cure; voglio soltanto questo criceto vivo. – Neanche morto l’avrai: duemila insigni studiosi, là fuori, aspettano di entrare per assistere all’esperimento e portarsi in casa un pezzetto di criceto. Tra loro ci sono dieci premi Nobel! – Mandali via. Digli che il criceto è scappato. – Adesso basta. Il criceto appartiene all’Uomo! – Uomo, che cos’è l’uomo? – Il padrone del tuo criceto. Il criceto è preso e portato in un’altra stanza, la cui porta è chiusa a chiave. Enarchì è scossa dalla testa ai piedi dalle urla di terrore e di dolore del suo criceto. Un’eternità di dolore passa attraverso di lei e per le gabbie dei criceti, dove le urla senza suono del loro compagno sono tutte, oh tutte percepite. Il supplizio dura a lungo, giorni interi, e le lacrime di Enarchi fanno crescere muffe umide sulla porta chiusa. Poi, finalmente, è silenzio. Il criceto è morto. – Perché non salvi me? – dice a Enarchì un coniglio coperto di lebbra. – Salva almeno noi, – implora una coppia di colombe in attesa di qualche orribile morte. – Uccidimi, – prega un vecchio topo, che in preda a una malattia lenta e atroce si contorce con la pancia gonfia all’aria. Enarchì uccide il topo, uccide il coniglio che non può più essere salvato, libera le colombe e fugge maledicendo perfettamente l’uomo, dentro e fuori la Casina della Pace. E ritorna da Isacco, che contempla il mondo secondo il destino delle anime. [...] (pp. 125-129)

 

55. [...] Fu un peccato distruggere tante belle ragnatele; risparmiammo però i ragni, per i quali avevamo amore: la nostra casa li aveva sempre ospitati e protetti. Qualche serpentello fuggì spaventato dagli sbattimenti di scope. [...] (p. 135)

 

56. [...] Una tomba, in quel deserto. Un tumulo severo, circondato di mortella, con una pietra. Una vistosa cornacchia, grande come mezzo struzzo, che posava sulla siepe, vedendoci emise un simpatico «benvenuti!» Sulla pietra era inciso un nome: AQUILEGIA. [...] (p. 155)

 

57. [...] La cornacchia che si era posata sulla tomba immaginaria di Aquilegia volò sulla colonna e preso nel becco NIHIL venne a deporlo graziosamente ai nostri piedi. Da onesta imitatrice, ripeté anche lei: Aquilegia è un fiore [...] (p. 163)

 

58. [...] La cameriera portò le sanguisughe che, per la prima volta nella vita del mondo, si rifiutarono di succhiare. [...] (p. 215)

 

 

Da

La carta è stanca, una scelta

Adelphi, Milano 2000 (ed. completa 1976)

 

59. [...] In questo Mondo-che-brucia ho vissuto da ape, da cicala e da formica, tre bei modi di sfruttare l’aria. [...] (p. 12)

 

60. [...] Scrittore di quaderno e di portatile, so di essere specie in estinzione. Ma l’estinguersi della nostra famiglia di scribi è meno grave di quella di tanti uccelli che non voleranno più, che vedranno impagliati dei bambini obesi, senza stupore. [...] (p. 15)

 

61. Le piume morte Il mondo d’oggi è già un mondo privo di uccelli, anche se ancora se ne vedono, o se ne immaginano, fuori dalle gabbie e dalle voliere, perché abbiamo rotto con loro quei rapporti che il mito, l’analogia e il simbolo rendevano possibili. Il deicidio dei deicidii è l’uccisione di Cibele; c’è dappertutto il suo sangue. Se agli uccelli occorreva per sopravvivere al fiato umano una piramide di occhi divini dove nidificare, non più trovarla li ha uccisi. Ora il piccolo allarme suona in un cielo svaligiato, le leghe internazionali per proteggere gli uccelli non risusciteranno il linguaggio perduto che li teneva su. Da molto tempo il cielo si spopola di gente alata: la coincidenza con quel che chiamiamo Progresso della Ragione è interessante. Il pensiero è più forte dei veleni e degli spari, e nel pensiero che si accanisce a distruggere le verità oscure e paradossali, le sapienze rivelate e le realtà immaginate, privando la conoscenza delle cose che non possono esser conosciute (la sua bevanda dell’immortalità) tutti gli abitanti del cielo, visibili e invisibili, sono tacitamente condannati a una morte piena. Il cielo umano si svuota di vita e si riempie di morte: metalli di Seth, motori distruttori, fumi d’inferno, concerti spaventosi, funghi di Abaddon, offese a tutto, senza fine, finché non sarà chiusa questa officina di morte, uomo. Si direbbe che uno spazio dove hanno cessato di muoversi i piedi dei morti, di risiedere gli archetipi, i grandi Adami e Purusha, le parole e le anime sacre prima d’incarnarsi, ai nidi, ai voli, ai piumaggi, alle ali, ai migratori, ai rapaci ripugni. Come abbia fatto la fionda umana a raggiungere questi enti strani, che parevano fuori di qualunque tiro, resta misterioso; certo la cosa è cominciata molto tempo fa, forse ne rimane traccia soltanto in qualche mito, come in quello della torre che cerca disperatamente di essere bab-ili, porta di Dio. Ogni tentativo di costruire una torre di Babele riceve dall’alto una risposta violenta. Siamo noi a colpire gli uccelli a morte per costruire l’ultima torre, o la loro morte è già una risposta ai lavori in corso per costruirla? Se un cacciatore tira a un’ombra che vola e il cane gli porta, vergognoso, l’aureola di un cherubino bruciacchiata o un sandalo alato sforacchiato dai suoi colpi, forse getterà il fucile. Ma succede qualcosa di molto più strano: ai nostri piedi di cacciatori di metafisiche, di miticidi feroci, di spremitori dell’Universo, di lordatori del Sacro, di costruttori di torri maledette, il cielo sta buttando, straziati da varie agonie, tutti i portatori di ali classificati nei repertori ornitologici. «Volevamo colpire a morte l’Irrazionale, non loro!». Eppure, invece di fantasmi, cadono piumaggi autentici, a una morte indiretta data con la mente corrisponde una strage vera. Esistono, in cielo e in terra, più simpatie, da cui dipendono la vita e la morte, di quante ne possiamo immaginare. Dovrebbe essere la mente miticida, la mente che non comprende le simpatie cosmiche, a gettare spaventata il fucile. Libri, stile di scrittura e di vita, conversazioni, viaggi, politica, sono già mondi completamente privi di uccelli. E così l’arte, il lavoro, le città, le religioni... Anche nei sogni si sono fatti rari. Scomparso l’ultimo uccello non impagliato, non ingabbiato, non impaginato, avremo il mondo illimitatamente razionale verso il quale ci spinge la nostra impazienza di vivere privi di qualsiasi ragione di vivere. Un mondo clinicamente morto. Ma in questo insuperabile deserto un superstite occhio invisibile – ai nostri cacciatori potrebbe esserne sfuggito qualcuno – si divertirebbe a ripescare, tra le esalazioni delle pattumiere razionaliste, i giornali dove i trionfi della vita sulla morte e della luce sulle tenebre erano dedotti dalle percentuali della Produzione e del Reddito, e la felicità pubblica, il bene privato e il Bene assoluto fatti dipendere dallo sviluppo del sistema industriale e dall’aumento di potenza tecnologica. «Dobbiamo proteggere gli uccelli perché ci sono utili». Li perderete, perché il riconoscimento della loro utilità non è che uno dei raggi del terribile sole mentale che li stermina. Anche il candido ornitofilo utilitario ha un alito che li fa cascare giù morti. L’utilità è Medusa o Megera. Giustamente i mostri ridono alle vostre dimostrazioni scientifiche di utilità. Bisognerebbe saper vedere, ancora, nell’usignolo Filomela, nella rondine Procne, nel pettirosso Iti, nell’upupa Tereo, e le falangi angeliche dai vetri degli squallori urbani; sentire le potenze inferiori che brucano, come i morti i loro lenzuoli, i tappeti di luce sopra le notti di spavento delle città. Avremmo bisogno ancora di un cuore arcaico, di un cuore comunicante, di un cuore analfabeta; ce l’hanno agghiacciato. Le campagne si fanno silenziose; ma il loro silenzio, che comincia ad angosciare anche i meno sensibili, non è che la fulminea risposta, il riflesso drammatico del silenzio che si è fatto nella mente, non più portatrice e rinnovatrice dei miti che ci scampavano da una vita simile alla morte. Forse gli uccelli sanno che il filosofo ormai incapace di trovare la verità negli enigmi e nelle figure, il letterato privo dei quattro elementi, il tecnocrate e il politico che non dovrebbero essere mai nati, sono la faccia profonda della distruzione che li ha raggiunti. Eccoli tutti neri di scuola, nessuno più capace di capire. Vale infinite tonnellate di veleni sparsi, questa prigione mentale dove sono persi come verità viventi i grandi apologhi degli animali parlanti, la storia del falco e della colomba del Mahabharata, e perfino il chiaro e sottile, veramente razionale, discorso anticartesiano di La Fontaine a Madame de la Sablière. (pp. 30-33)

 

62. [...] Gli alberi non sono il verde, sono «i nostri grandi fratelli immobili », una gente pelosa, umida e cornuta la cui caratteristica, inconcepibile per l’uomo, è una bontà infinita. Gli è impossibile vivere senza devozione disinteressata; li abbiamo lordati di sufficienza e di terrori. E l’ecologia fallirà, perché il suo orizzonte mentale non è diverso, in profondo, da quello del distruttore. [...] (p. 39)

 

63. [...] Le cliniche da cui i piccoli roditori umani escono in processione senza fine, sono grandi diboscatrici, dissimulate tra i pini e gli eucalipti. I gas tossici procreati senza misura da una città o da un impianto industriale partecipano, anche da grandi distanze, a tutte le stragi vegetali. Anidride solforosa, acido fluoridrico, organoclorati, viaggiano senza bisogno di passaporti falsi. La civiltà uccide gli alberi col fiato, come l’odore della tarasca, il drago di santa Marta, uccideva i tarasconesi. [...] (p. 40)

 

64. [...] Dappertutto immagini dell’epidemia: giungle asiatiche spiantate dai defolianti; macchia mediterranea e pinete fra i tentacoli di morte del miasma marino, untuosa garza in cui si combinano le schiume detergenti portate dai fiumi infetti e colatura di petroliera; l’Amazzonia brasiliana, di cui piani forsennati di sfruttamento imprenditoriale e governativo hanno decretato la distruzione; fondi marini senza vita. [...] (p. 40)

 

65. [...] Non si creda che la perdita del Mato amazzonico sia inoffensiva per i bambini di Pinerolo o per gli studenti di Urbino. Non lo sarà che per quelli che non ne vedranno la fine. Senza conseguenze per tutti è soltanto la morte sicura di quelle poche migliaia di Indios che sopravvivono, nudità tristi, ombre piumate, coi latrati d’infinito della nostra rabbia intorno alle loro capanne, laggiù, nelle foreste amazzoniche. Tutti li hanno, tacitamente, condannati a morte. I superstiti dentro, forse, ai sarcofaghi ministeriali delle riserve. Ma prima, almeno, tirate tutte le vostre frecce avvelenate, ci sia per ogni punta una gola bianca! Anche per loro, come per gli alberi l’Ecologo, c’è l’Etnologo protettore, che li vuole vivi per portare in visita nella foresta i suoi schiamazzanti scolari: ecco il Popolo Primitivo! Date l’Etnologo ai coccodrilli, buona gente, non lasciate che scrivano libri, non lasciatevi capire da loro... Ma una terroristica rete di autostrade calata sopra l’Inferno Verde demolito, enorme altare nero dell’ingegneria sadica e della Megera pioniera, non darà più soddisfazioni di quell’ottusa foresta piena di mostri e di preistoria? Il safari all’anaconda, senza neanche il modesto rischio di una freccia negli occhiali! Dov’è il freno capace di frenare? Perché un qualche terribile prodigio non paralizza le nostre mani? Perché non colano sangue i tronchi abbattuti? [...] (p. 41)

 

66. [...] dedita a un culto violento della verginità, dietro i cui occhiali è cresciuto uno sguardo che non perdona neanche a una mosca le sue copule. [...] (p. 45)

 

67. [...] Si paghi l’aborto, quando non è rigorosamente terapeutico. Poco quando si ha poco, molto quando si ha molto; la gratuità, se non c’è obbligo e bisogno, è indecente. [...] Quel denaro, che nessuno dovrebbe utilizzare per costruire argini o assistere bambini ciechi, pura offerta da bruciare, è un equivalente laico del bismillàh del macellaio mussulmano davanti alla bestia da abbattere. Può servire a stornare qualcuna delle bizzarre vendette di cui brulica l’invisibile intorno a noi. (pp. 84-85)

 

68. [...] [Dipinto di Bosch] La ghirlanda di aquilegie alla base del gufo che copre la testa di due amanti le cui braccia e gambe formano un groviglio da Kamashastra sembra confermare l’ipotesi del gufo come Sapienza, e il gufo-Sofia-Hokhmàh dare all’ unione dei due amanti e alle ciliegie che li circondano un significato erotico-sapienziale da Cantico dei Cantici. Come l’aquilegia, la Sapienza è androgina. Il gufo sapienziale è anche al centro del disegno della Foresta che Ode e del Campo che Vede, e qui forse vuol dire: Io la Sofia non mi identifico con il normale e il solito (inventis). Non apparterrà di diritto alla tradizione boscica, uno scrittore che mettesse al centro della Nave della Follia una Sofia naufraga nei deliri, degradata eppure infinita? [...] (p. 106)

 

69. [...] Barbara Stanwyck in piedi su un’autentica U.P. 119 (locomotiva del West) in Union Pacific di Cecil B. De Mille incarna meravigliosamente gli spiriti sotterranei della macchina ferroviaria. La Stanwyck, veleno di freccia indiana, ha spremuto sullo schermo cinematografico tutto quel che possiede di magico e di funesto uno charme femminile di altissima potenza; un farfadetto, un anofele di Azazil! E il trionfo della Union e della Central Pacific non fu l’opera di angeli buoni... Oh memorabile abbraccio delle due locomotive a Promontory Point nell’Utah, il 10 maggio 1869! Ma la canaglia del mondo, che prima strisciava nel West con pesante sforzo, si precipitò a vagonate nei territori di frontiera. Non ci fu più speranza per gli indiani delle pianure, quando apparvero i draghi della Union Pacific. Dai treni, linguate di fuoco abbattevano le mandrie dei bisonti. Quando la ferrovia fu finita, non restava all’indiano che piegare le ginocchia e morire a Wounded Knee, e il bisonte, animale biblico, era quasi sparito dall’America. [...] (pp. 118-119)

 

70. [...] Parigi assediata prese tanto gusto alla carne equina, che dopo la guerra e la Comune la trazione a vapore dovette sostituire in fretta le ultime diligenze. [...] (p. 119)

 

71. [...] Ecco ti scoperchio, motociclista, da cima a fondo. Trovo uno sconcertante vuoto. Prima di farti stravacare sul motore bollente che la vetrina e le immagini ti hanno insegnato ad adorare, ti svuotano come un cappone. Avvinghiato, intrecciato all’automa esigente e sicuro, emerso dall’Oceano del Profitto per succhiare, mordere, spegnere occhio, luce, energia mentale, non c’è nessuno... L’automa corre solo. (pp. 130-131)

 

72. [...] Mai stato in un Motel, eccetto che cogli occhi di Hitchcock, in Psycho, terrificanti. Ma ho scoperto il suo antenato latino, nel lavoro di un dotto studioso di archeologia alberghiera dell’Università di Uppsala, Tönnes Kleberg: lo stabulum, un albergo con scuderia, dove trovavano alloggio anche le cavalcature. Nell’evangelo di Luca (10, 34) il Samaritano, che ha una cavalcatura, porta il suo ferito in uno stabulum. Baudelaire ne ricavò due versi famosi della Mort des pauvres, dove l’albergo del Samaritano, che offre da sedersi, da mangiare e da dormire, è la Morte, il migliore in assoluto degli alberghi. (p. 138)

 

73. [...] Un porco ropsiano è facilmente decifrabile per quel che è. La figura greca porco-sesso femminile è da lui trionfalmente ribadita: La Femme au Cochon è una carne cieca che ha come cane-guida il proprio segno sessuale rappresentato da un porco piuttosto irrequieto che la tira. Il porco, nelle altre visioni nude, è il con (cunnus) esibito nella sua semplicità mariuola, nella sua vicenda costante di sovranità e di degradazione, ora Amour dominant le Monde ora Détritus humain, in un’unica sibillina malinconia. [...] (p. 163)

 

74. Buñuel è uno studioso divertito d’insetti e di manie umane. La sua biblioteca è fatta sopratutto di Entomologia, di Psichiatria e Psicopatia sessuale: il più feroce degli insetti nelle sue manifestazioni di massimo squilibrio. Ha costruito una sua antireligione di parodia blasfema che è come uno specchio, deformante eppure esatto, della religione dei suoi anni devoti, Settimane Sante e collegio dei Gesuiti, così che, invece di sboccare nella laicità pura, il bunuelismo maturo rivela un semplice trasloco da una stanza alla sua imnmagine riflessa. C’è anche un notevole animismo di stregone arcaico, una specie di fede primitiva (oh giustissima!) nelle forze invisibili che circoscrivono, sospingono, traviano, legano le azioni umane. Nessuna superstizione, nessun frammento di sogno è trascurato. Buñuel trascrive tutto, non da etnografo, ma da artista che vede. [...] (p. 176)

 

75. [...] [Buñuel] La colomba ferita che il Lebbroso cattura, fingendo di curarla e di cui sparge le piume durante l’osceno banchetto dei mendicanti, è un bel parallelismo della degli Olvidados. [...] (p. 178)

 

76. [...] [Pena di morte] Sono le ombre a provocarci? Tutta la storia umana per vendicarle e togliere dalla terra il sangue versato, è di pazzia, di tenebra, di complicato simbolismo, di vergogna, di notte aggiunta a notte, di male soffocato nel male, di dolore inutile, di giustizia che non rende puri: famiglie coi loro vicini e amici, lembi di tessuto sociale brulicante di vita, grandi radici umane, tutto bruciato, sterminato, fatto sparire per riparare a un solo atto individuale di violenza; condannati a morte consegnati vivi agli anatomisti per il progresso della scienza; infinita crudeltà nei supplizi, dalle mutilazioni graduali fino al cuore estratto con le baionette, affogati nei sacchi in compagnia di bestie inferocite, schiacciati sotto il piede di un elefante, sparati dai cannoni, trafitti dai pugnali di una vergine di ferro, squartati da quattro cavalli, bollati in faccia e cotti in caldaie, esposti in gabbie alla morte per fame, sepolti vivi fino alla testa o calati in sepolcri, messi ad ardere in tori di bronzo, avviluppati in camicie di pece infiammata, decapitati da enormi lancette di orologio, inchiodati alle croci, infilzati nei pali, impiccati a uncini, precipitati in trabocchetti, arruotati prima del capestro, messi in torchi ad averne le ossa frantumate; e con gli uomini, non sempre colpevoli, gli animali, sempre innocenti: l’animale domestico, omicida o stuprato, il maiale, il gallo, il caprone, il cavallo, l’asino, il cane hanno patito la tortura giudiziaria, ricevuto sul palco eretto apposta il tratto di corda del boia, davanti alle folle contente. Le pene meno crudeli – la cicuta ateniese, la lettera di suicidio, la lama obliqua della ghigliottina, l’impiccagione scientifica, il plotone (non molto apprezzato per la frequente imprecisione) – hanno tre quarti di faccia immersa nella demenza, per l’ingiustizia delle applicazioni. Gli atti di vera giustizia, di applicazione giusta e necessaria della pena capitale, senza crudeltà e senza errore, sono sempre stati pochi. [...] (pp. 191-192)

 

77. [...] Tronco quest’omelia astratta e inutile; il femminismo che vedo intorno è avido di via trita. C’è molta agitazione, ma le idee sono sbiadite e poche. Mentre le bambine schiamazzano i lupi hanno già fatto tutto. L’orologio dice che è tardi, e prevedere non è prevenire. Per conservare le mani belle e pulite, la Crema Scettica, in vendita presso qualche vecchio chiosco, fa miracoli. E almeno, a chiunque s’imbratti nella turpitudine nucleare – anche da lontano, con un consenso, un voto –, negate le fessure. A chi mette sigarette nella trachea squarciata di un cane, o riempie di catrami i bronchi di un coniglio in gabbia, per illuminare un imbecille di fumatore con le sue statistiche insanguinate, sputate in faccia. All’uomo che incendia un bosco, o taglia un ulivo, strappate almeno un’unghia. Con una scure spaccate perpendicolarmente il televisore col quale abitate: vi sarete liberate di un bruto dei più feroci. Ma se una coppia di amanti buoni, convenendo nell’amore e nella necessità, è riuscita a formarsi e a resistere, si chiuda in casa e non spenga il fuoco. Apra i poeti, si faccia il pane. Coppia, ultimo cerchio magico di preservazione. Fuori latrano gli uomini di sangue. È buio e non c’è più tempo per cambiare niente, per credere in qualcosa che non sia al di là di tutto. (p. 218)

 

78. [...] [Eutanasia] Qualche tempo fa abbiamo trovato, sotto la pioggia, un gattino, molto piccolo, che la ruota di una macchina aveva urtato, fracassandogli la spina dorsale. L’abbiamo asciugato e sfamato, in casa ha dormito una notte in pace, senza più un lamento. Il giorno dopo arriva il veterinario e visto il suo stato consiglia subito l’iniezione. Quel gattino, se anche fosse sopravvissuto al colpo, non avrebbe mai potuto lottare per la sua vita, per la natura era già morto. L’iniezione è una combinazione fulminante di droga sonnifera e di stricnina. Appena toccato dall’ago, il gattino è morto. Non abbiamo avuto rimorsi. Bisogna sapere che può capitare in ogni momento, a tutti, di dover mettere le mani nella morte. Non considero i gatti, o qualunque altro animale, come automi cartesiani; circa l’anima delle bestie sono d’accordo con La Fontaine nella famosa lettera a Madame de la Sablière. Dunque è come se avessi fatto l’eutanasia a un bambino neonato ridotto nelle stesse condizioni. Solo, in questo caso, la legge non avrebbe tollerato la pietà che uccide, il medico si sarebbe adoperato per prolungare lo strazio. Eppure c’è identità nell’arbitrio: se non posso arrogarmi il potere di morte per il bambino, non dovrei arrogarmelo per il gatto. Approfitto soltanto di un’indifferenza del diritto e dell’uso. Ma non si fa anche un uso arbitrario del potere di vita, quando si strappa alla morte un bambino che dovrà vivere fracassato? Le mani nella morte. Quando la guerra si faceva col cavallo, quasi sempre toccava al cavaliere dare il colpo di grazia (questa parola è pregnante: di grazia, grazioso è chi lo dà) alla cavalcatura ferita e rantolante. E anche nella guerra senza cavallo l’eutanasia è una delle poche leggi umane, non scritte, non dell’Aja, che sopravvivono: si finisce il compagno, l’amico, il sottoposto che implora l’unica grazia, l’unico atto pietoso di cui ha ancora bisogno. Se mi mettessi a pensare «Ho diritto di farlo?» lasciando che inferocisca il dolore, senza soccorsi in vista, sarei una scrupolosa canaglia, sarei un pio carnefice. [...] (pp. 219-220)

 

79. [...] Al London Museum una pittura ricorda un gioco aristocratico e strabiliante. Grandi quantità di topi, introdotti in una speciale arena di legno di sufficiente profondità e bene rischiarata dai lumi a gas, erano fatti massacrare da cani ammaestrati, tenuti come principi dai proprietari, dorati e caramellati di forti scommesse. La pittura, del 1850, onora la memoria del gladiatore Tiny detto la Meraviglia, che al pub Blue Anchor in Bunhil Row per due sere consecutive in meno di un’ora uccise duecento topi con un impeccabile morso nella gola. La Meraviglia, un po’ efebico, portava come collare un bel braccialetto da donna. Il gioco era adorato per i soldi che faceva guadagnare, apprezzato per il suo contributo alla riduzione dei topi urbani e delle loro pulci, ricercato per le possibilità che offriva di piacere umano: si fumava, si beveva, si discuteva di salute, alimentazione e dentatura di cani. C’erano anche gli specialisti e i giudici di topi, perché le vittime dovevano essere in buone condizioni fisiche, come quelle che ricevono da noi l’onore di colpi di denti infiniti, da parte di un campione chiamato Ricerca Scientifica. Un personaggio molto noto era Jack Black, racconta Chesney, Distruttore di Topi di Sua Maestà, che nella sua casa di Battersea ne possedeva un’enorme collezione. Viveva con loro in grande famigliarità e gliene usciva sempre qualcuno dal cappello e dalle tasche. In una foto – non più vittoriana ma già elisabettiana – Donald McCullin mostra un barbone che ha tra i denti, cogli occhi che ridono, un rattone di chiavica. Se lo sarà ingoiato crudo? Questo toglie altri dubbi alla dottrina delle rinascite: quel barbone era stato, decenni prima, uno dei cani di Bunhil Row. [244-245]

 

80. [..] Il cane-guida dei ciechi fu un’invenzione dei mendicanti di Londra, dove malattie veneree, vaiuolo, incidenti del lavoro facevano prosperare la cecità. [...] (p. 247)

 

81. [...] Il sistema industriale, illegale nella natura, si dà una legge civile, finge di prendersi cura della vita di cui medita l’annientamento, distrugge quella animale ma prolunga quella dell’uomo, gli dà un aspetto florido come a Forrest Lawn lo danno ai cadaveri, divulga il pulito nei piccoli spazi perché ci sia più peste nei vasti, ingrassa la scienza per divorarne i figli, si fa accettare come nutritore universale avendo per obbiettivo la fame, stordisce tutti con cose che non hanno posseduto i re persiani e Luigi XIV, arriva a permettere tutte le Trade Unions, tutti i fabianisini, i socialismi, i bolscevismi, qualunque tipo di rivoluzione – purché non sia una rivoluzione che si proponga di contrastarlo. Già fin da allora era chiaro che l’unica rivoluzione impossibile – tanto da diventare inconcepibile per la ragione – sarebbe stata la rivoluzione contro le macchine, la produzione in serie e le energie sepolte nella materia, impossibilità che fa di tutte le altre rivoluzioni un’eruzione di paranoie. Così la Bestia industriale si è preso tutto fingendo di umanizzarsi, eclissandosi dietro infiniti ritocchi della sua maschera, che però non dissimulano la sua volontà inesorabile di potenza, sottomettendo mondo; ma industria, sistema industriale, industrialismo sono eufemismi ipnotici, non so quale tra i termini che indicano le tenebre e il fuoco gli converrebbe. [...] (p. 249)

 

 

Da

Il silenzio del corpo

Adelphi Edizioni, Milano 1979

 

82. Fegato è dal basso latino ficatum perché s’ingrassavano le oche da fegato grasso con diete di fichi. Così un nobile organo (forse il più nobile di tutti: il cervello è discutibile) ha preso nome da un’antica malvagità dell’uomo. C’è uno spruzzo di sangue sull’origine di tutto quel che è umano. (p. 13)

 

83. Il diluvio di carni macellate che cade ogni giorno sulle città dell’Occidente annuncia stragi, malattia, pazzia collettiva, perdita d’anima, oscuramento e imbrattamento mentale. Più energie malsane per teste da sbatacchiare nel buio. C’è dentro la maledizione delle quaglie alle Tombe dell’Ingordigia (Numeri, 11). (p. 32)

 

84. Nel cuoio che flagella c’è la forza sacra della bestia uccisa: il flagellato volontario è un debole che si prescrive un ricostituente. Se la flagellazione è fatta per mezzo di un ramo, è dell’influenza fertilizzatrice e fortificante della vegetazione che il paziente s’impadronisce. (p. 33)

 

85. Se un bambino maltratta un animale, anche grosso, bisogna picchiarlo, perché il più forte e il più cattivo è lui. (p. 42)

 

86. Un caso di onnivorismo indiscriminato è quello del lupo di Perrault, che divora indifferentemente bambine e vecchie. L’uomo sceglie. (p. 46)

 

87. Il maiale macchina da carne («Corriere della Sera»). Solo cinque chilogrammi a testa in Italia; quaranta in Germania. Forza! Sviluppare le mandibole. Maiale da carne. Chi usa queste espressioni, il giornale che le tollera, sono divulgatori di osceno, di oscenità come malaugurio. Quella povera carne offesa si vendicherà. (pp. 50-51)

 

88. Vivere di paura dell’uomo. Spariti gli animali feroci, sgombrati i terrori del cielo, al confronto piacevoli distrazioni, quale fonte unica di paura non resta che l’uomo. Così forte, nelle metropoli, da trasformarle in rocche smisurate della paura dell’uomo per l’uomo, organizzazioni di paure. Associarsi, nel loro interno, prende forme di autodifesa feudale, in un dilagare irrefrenabile di reciproca diffidenza. [...] (p. 53)

 

89. [...] Il Terremoto, che non ha cessato di percorrere in tutti i sensi la terra, è una specie di refrigerio (finalmente, una paura diversa! una paura senza faccia umana!) per le città malate d’uomo. A questo punto, il ricordo dei lupi spinti dentro Parigi nella morte saison all’apertura del Lais di Villon, lupi di fami e freddi estinti, ululato udito con paura dietro il legno sprangato, commuove il cuore. (p. 54)

 

90. [...] Tutto è fatto banca, museo, archivio; tutto quel che chiamiamo Vita è già nelle teche; visitatori e clienti gli ex vivi, i Refaim letterali, i Deboli. [...] (p. 54-55) 91. Un lungo mozzicone schiacciato nel lavabo di una toilette è come il film del ritratto morale di un uomo. Eccolo: volgare, prepotente, stupido, ingeneroso, tutto per sé nel coito, pieno di denaro truffato o arraffato, indifferente alle sciagure degli altri, distruttore di animali e piante, cacciatore, lettore di giornali sportivi, avido, pesante in tutto, rumoroso, vociante, ignobilmente pratico, mangiatore di carni rosse, salatore, bevitore di caffè, vestitto di abiti costosi, profumato, rispettoso della potenza, adoratore delle macchine, Andato lì per pisciare, ha lasciato la sua fotografia; il nome non importa. (pp. 56-57)

 

92. Presso Salerno, il 25 febbraio 1972, una mucca ha partorito un vitello a sei gambe, con un solo occhio al centro della testa e il muso da rinoceronte. Venti secoli fa poteva significare che sarebbe morto Cesare. Oggi, se una mucca partorisse il Leviatano, non significherebbe niente. (p. 58)

 

93. È l’interdetto sacro che protegge la natura, non la buona educazione, non la legge civile. Se l’ulivo è sacro a un Dio, l’ulivo non sarà tagliato. Se il maiale è sacro, nessuno lo mangerà. Ma gli interdetti sacri che custodivano la Gran Madre sono caduti e un monoteismo sempre più monoateo ha distrutto tutti i culti e le paure sacre della natura. La terra non è sacra, si può distruggerla; avvento di Spinoza. La scienza più devastatrice è improvvisamente emersa in un perfetto vuoto d’interdetti sacri, si è messa subito all’opera. Signore, fino a quando? Finché resterà in piedi un ulivo, finché ci sarà su un albero una civetta, finché resterà una molecola d’acqua con un poco di vita dentro. (pp. 58-59)

 

94. Terrorismo. I terroristi sono quelli che, per scandalo del mattatoio del mondo, si sforzano, col pretesto di abolirlo, di ampliarlo, con mezzi da mattatoio. (p. 59)

 

95. La foresta quasi morta, dove spariscono i begli animali e gli uccelli, si popola sempre più di vipere. L’ultimo impressionante emblema della vita fuori dell’uomo è un moltiplicarsi di denti che stringono veleno. (p. 64)

 

96. Se date a quel cavallo una falce, dice Quevedo di una bestia molto malandata, potrà raffigurare la Morte dei Ronzini. (p. 71)

 

97. Semmelweis arriva alla sua scoperta senza sacrificare un solo animale; solo con la riflessione e l’esplorazione dei cadaveri. Eppure parecchie donne morirono, prima, per l’infezione ricevuta dalle sue mani. (p. 75)

 

98. [...] Pena di morte abolita? Non si fa che eseguire condanne a morte, irrogate da gruppi, da nazioni. La cronaca è un bollettino di esecuzioni. Si parla sovente di olocausto nucleare: è una delle espressioni più riuscite del linguaggio, la parola antica e la nuova si fondono bene. Manca il caper: quanto si uccide per coprire il vuoto lasciato nelle civiltà moderne dall’animale che espiava le colpe umane! Alla sgangherata, futilmente, ma – essenza del sacrificare – sempre freddamente. [...] Nella messa il sacrificio simulato dell’agnello ha vergogna di mostrarsi, si copre di nuove parole: fuori delle chiese, il furore, il lago di sangue. La città stessa si modifica per essere più cruenta, la strada occupata da macchine taglienti, da ruote che schiacciano, da gas che ubriacano le vittime. I profeti d’Israele mettevano tutto il sangue in mano a Dio; facendone l’unico sacrificatore, liberavano la città dal dovere di svenarsi, ma se Dio non è l’unico sacrificatore in qualche modo la città sente la necessità di essere altare e valle di Hinnom, mano che immola. Per essere ascoltata, per legare le mani, la nostra legge dovrebbe farsi tempestivamente sacrificatrice. E dicono di avere abolito i sacrifici animali! Soltanto il rito hanno abolito: li sterminano ininterrottamente, illimitatamente, senza bisogno. Oh no, non abbiamo surrogato il sangue con la carta e le ombre. Carta, voci, ombre sono lì per rassicurare la società, timorosa che i sacrifici manchino: vedete ce n’è abbondanza. Con l’espressione Olocausto Nucleare l’intera società umana ha assunto l’idea della propria consumazione sacrificale. (Non per ottenere qualcosa, ma per espiare tutto). (pp. 79-80)

 

99. C’era, nel cortile dell’osteria, un maiale enorme, barbuto e grigio – sventrato. Ci copriamo gli occhi, scappiamo. Quando torniamo è tutto finito: i pezzi dell’animale giacciono puliti e in ordine come canne di un organo smontato. (pp. 84-85)

 

100. Nutrito con sangue di schizofrenico, il ragno tesse tele impazzite (Nicolas Bercel, Araignées schizophrènes, in «La Presse Médicale», maggio 1957). La civiltà umana dominante è oggi un gigante schizofrenico che inocula il suo sangue, metodicamente, a tutta la natura vivente; e il ragno Terra fabbrica disperate e sempre più fragili tele su cui poggiamo i nostri piedi di ferro, i nostri piedi di pazzi omicidi. (pp. 91-92)

 

101. «E se tu avrai amore a tal cosa (l’anatomia) tu sarai forse impedito dallo stomaco» diceva Leonardo, ma in lui l’amore a tal cosa vinceva lo stomaco. Pare fosse indifferente alla morte di uomini come alla fine degli Stati, ma non alla prigionia di un uccellino, e per lui gli uccelli cantavano la parola del salmo: ci hai liberati dalla rete dell’uccellatore. [...] (p. 92)

 

102. [...] ricerca e morte in Bichat coincidono: nel solo inverno 1800 aprì seicento cadaveri, e non esitava a distruggere vite di animali per sperimentare. [...] (p. 93)

 

103. Il ronzio della mosca in Montaigne e Pascal. Quel bravo dittero non pensa affatto ad assassinare il suo pensiero: l’odore del tuo futuro cadavere, o di quel che emana da te di cadaverico lo attira. (p. 95)

 

104. I prodotti farmaceutici per cani e gatti dovrebbero essere prima sperimentati sull’uomo, tenuto in appositi stabulari. (p. 96)

 

105. È la religione, anche nelle sue forme superstiziose, anzi sopratutto grazie a queste, così piene di mistero, che preserva la vita. Il più civile dei filosofi brandisce la clava del barbaro puro quando sentenzia: quicquid in rerum Naturae extra homines datur, id nostrae utilitatis ratio conservare non postulat; sed pro ejus vario usu conservare destruere vel quocumque modo ad nostrum usum adaptare nos docet. Spinoza geometrifica l’infernale (quel che più fa supporre, alla gnostica, un Elohim come maligno Ialdabaoth) principio biblico di Genesi 9, 2. Con questo nuovo abito, è il vecchio principio che trionfa ma senza più cautele e rispetti sacri. Il caput XXVI di Ethica IV rivela e insegna astrazione e insensibilità, eppure noi godiamo di un albero e di un animale come e anche più dell’uomo. L’utilitatis ratio anche quando comanda di conservare, in realtà lavora per la distruzione; lo prova il fallimento degli attuali ecologi che parlano in nome i un’utilitatis ratio conservatrice, completamente priva di autorità in un mondo dove domina la distruttiva, e impotente a suscitare un forte movimento contrario. Facendo quel che vuole della Natura extra homines l’uomo opera in profondo la propria distruzione. […] p. 96

 

106. Stupenda nota di Thierry Maulnier sul «Figaro» (22 gennaio 1977): «i nostri più grandi avversari fin dalle epoche più remote, carnivori o erbivori, non ci minacciano più che della loro scomparsa». (p. 99)

 

107. Un esempio di perdizione nell’infinito dell’inanità: un ricercatore, per fabbricare in laboratorio un ormone (la Somatostatina) «l’aveva ottenuto con grande fatica» dice il giornale «dalle ipofisi di pecora e il rendimento dell’operazione era stato scarsissimo: da vari milioni di ipofisi di pecora fornite dai macelli, aveva ottenuto un milligrammo di ormone». Su un piatto, qualche milione di pecore macellate; sull’altro, il milligrammo del premio Nobel. Secondo la nostra economia, è il milligrammo che pesa di più. Ma venite, specchiatevi in quel milligrammo di ormone: c’è motivo per premiare la faccia umana? E tutte le balene massacrate per ricavarne qualche corset vittoriano? Moda o scienza, vergogna e silenzio. (pp. 110-111)

 

108. Le Gorgoni, secondo un teosofo neopitagorico un po’ confuso, sarebbero le febbri malariche, Perseo l’uomo che ne trionfa; osca l’origine del mito e oscamente chiamate in latino arcaico februe stakne (da Steno la Gorgone) le febbri intermittenti. Non so, mi metto a cercare... Febris da februare, purificare, è possibile, perché con la febbre l’uomo si purga di un demonio invasore; divinizzata, è Febris, che oggi ha per santuario un’asticciola di vetro contenente Mercurio. E le Gorgoni abitavano in una landa piovosa, tra statue grigie di uomini e bestie pietrificati, dove passando riconosceremmo molti volti, e tra qucsti c’è il nostro, di sicuro. Più persuasiva l’interpretazione che fa degli uccelli stinfali, uccisi da Eracle, nuvolaglia con artigli di bronzo che si alza sulle acque stagnanti, i simboli delle febbri malariche (Robert Graves). Tra uccelli stinfali e uccelli adabìl del Corano, i distruttori di Sodoma, c’è simpatia mitica: qua febbri, là, forse, vaiolo. (È radicata nell’anima antica, l’idea dei morbi volanti). La zanzara è l’unico insetto che io perseguito (non certo con insetticidi), per proteggermi il sonno; ma lascio vivere l’anopheles, mentre schiaccio il culex, che non porta il plasmodio. Il sangue glielo lascerei succhiare, povero animale, è il suo fischio che mi fa culicida. È un crimine avere un così brutto sibilo? Erodoto dice che l’Egitto era pieno di reticelle: di giorno pigliavano pesci, di notte, stese attorno ai letti, scampavano dalle zanzare. Nelle settimane successive allo straripamento, c’era il coprifuoco nella valle del Nilo, di casa dopo il crepuscolo non si usciva, perché dagli stagni formati dall’inondazione si alzavano legioni sterminate di uccelli stinfali, col loro parassita pronto a completare il suo ciclo nel sangue umano. La febbre malarica inchioda il malato: sarebbe questo lo sguardo gorgonico? [...] (p. 127)

 

109. [...] In un articolo del 5 novembre 1948 il giornale vaticano gridava il suo giubilo per il nuovo Alcide della sesta fatica: il DDT, in azione da pochi anni. (Prima, contro l’anofele, si spargeva petrolio incendiato nelle paludi: la tendenza era ormai il drastico). Neppure la più piccola idea (l’uomo è sempre cieco quando intraprende qualcosa) delle conseguenze, trent’anni fa, sull’ambiente e sull’uomo! Si accenna soltanto alla possibilità che certi anofeli (ne ho piacere) resistano al DDT. Infatti questo è avvenuto; sulle zone malariche sono stati sperimentati insetticidi più potenti, senza che l’utopia dell’estirpazione totale trovi placamento, ma avvelenando magistralmente il malarico e il non malarico, tutto. I nostri distruttori chimici di parassiti non sono nacchere né frecce di eroe: sono una macchina chimica di distruzione mondiale. La dottrina anofelica è in armonia col mito e la demonologia: basta premere una levetta segreta, appariranno ai suoi lati due cherubini lontani. Una zanzara così bella è strana ha qualcosa di soprannaturale... Troppe teste pietrificano, per limitare a un uomo inchiodato dalla febbre l’attività delle Gorgoni. [...] (p. 129)

 

110. «Proteggo la vacca, e anche il ragno». Ma se ti chiederanno conto delle zanzare? dei microbi involontariamente uccisi? (p. 131)

 

111. A Seveso. Tutto appare normale, eppure c’è la peste, il 10 luglio si è rotto il bubbone chimico. [...] Così dovremmo vedere, se non avessimo sigillati dall’incantesimo, l’Industria che tutti, miserabilmente, disperatamente adorano: un animale mitologico che dà la morte, un minotauro a cui bisogna sacrificare tutto. [...] Potenza dell’uomo: la nube tossica ha ucciso gli animali, solo spruzzato di acne (per ora) i figli dell’uomo. (26 agosto 1976). (p. 137)

 

112. La Mantide è detta religiosa per la posizione di orante delle zampe anteriori, che pregando attanagliano e uccidono. Ma che cosa fa l’uomo che prega se non comportarsi da mantide? Con le braccia annaspanti cerca di stringere Dio per divorarlo. Quasi sempre il colpo fallisce: ma il nostro istinto è teofagico. (p. 143)

 

113. Differenza tra un santo e un filosofo. Il ragno che cattura mosche affascinava Sant’Agostino; Spinoza gliele metteva apposta. (p. 148)

 

114. Nella stanza da letto, dove stavamo mangiando, seduti a tavola, compariva all’improvviso la tigre. Era molto tranquilla, ma la sua presenza toglieva ogna tranquillità. Rispettosa coi libri e le altre cose, avvicinatasi a una fila di bottiglie e di vasi di vetro nel corridoio li fracassava con poche zampate, senza minimamente ferirsi. Da quel momento, come se i vetri rotti significassero la nostra carne ferita, cominciavamo veramente a spaventarci. (p. 156)

 

115. Le larve di mosca, osserva l’atlante medico-legale di Weimann-Prokop, possono distruggere interamente un cadavere in pochi giorni. Distruggendolo, lo dipingono; gli fanno assumere un aspetto molto strano, figura di ritratto assolutamente non accademico. Nel nostro linguaggio, un aspetto molto brutto. È un oltraggio di demoni alla casa abbandonata da un cuore puro o l’emergere finalmente, alla luce del sole, dei tratti veri e nascosti di quell’anima spenta, una specie di gogna post mortem? A tutti noi capita di decomporci – pensiero che facciamo male a tenere lontano – ma non a tutti di decomporsi pubblicamente, e con l’intervento di topi, formiche e mosche; perciò la decomposizione pubblica potrebbe essere una manifestazione esemplare, un segno di castigo. Quasi sempre, però, a decomporsi scoperti sono poveracci, solitari, suicidi senza nessuno che li stacchi dal soffitto, vecchi che hanno già purgato ogni peccato vivendo troppo. Si può vedere in ogni morte un segno o l’assurda futilità del caso. (p. 156)

 

116. Per quanta giustizia possa esserci in una città, basterà la presenza del mattatoio a farne una figlia della maledizione. Per quanto nobile possa essere una ricerca di medicina, la sperimentazione su esseri viventi ne farà sempre una figlia della maledizione. (p. 165)

 

117. Stupido nostro trovare orribili e maledire gli animali necrofaghi. Li conosciamo abbastanza? E se sapessero, più di noi, la bellezza dei cadaveri, quel che Baudelaire ha intuito, charognard sublime, e che non vedeva il veggente di Efeso, consigliando buttateli via come escrementi? La macchia addominale che fa inorridire il povero Bovary, che pure era medico, quando alza il velo di Emma, forse è una splendida luna nell’acqua tra cigni e ninfee per un avvoltoio. (p. 196)

 

 

Da

Poesie per vivere e non vivere

Einaudi, Torino 1979

 

118. Con gli occhi pieni di piedi umani

Sul tagliere del buio ammonticchiati

Come occhi di pecore immolati

Rese saziata la sua luce umana

Proteso all’acqua, un animale offeso.

Nella campagna accesa e silenziosa

Molle di un’altra luce in lei sepolta

Quel rantolare umano tra le spine

Dell’empia vita scaricarsi udivi. (p. 4)

 

119. Anatomie in croce, torture animali

Su quanti rami della fecondità nell’aria

Cade di uova d’anime una pioggia

Senza fine dai cieli senza fine;

Vedi che sete violenta di niente

A Giorno e Notte voraci offre queste esche vive

E quanti corpi di trincerati da tempo morti

Sotto una pioggia che li scuoia e frigge

Vomiti la voragine Azione (p. 20)

 

120. Un cane veramente cinocefalo

Nel punto più sensibile ai suoni

Della casa sprangata ma viva Dormiva.

Da filosofi addestrato

Per ululare agli angeli non lo sveglia uomo.

Il religioso ambiguo che compiva

Furti d’amore in figura

Di dama, ne scavalca indisturbato

Tra i profumi il sabato glaciale.

Senti l’Angelo che fiutava

Stipiti e limitari e restò muto.

Sapere che sei ucciso

Da un mistero che adori

Uccide il suo latrato. (p. 61)

 

121. Erano due colombe di Ericina

E una coppia di fini roditori

Di un volto ancipite, nel medesimo goloso

Affare di attizzamento dei richiami

Simpatici del Caos corpuscolare.

Ne ronzava il bisbiglio al di là del muro

Dove in quell’ora un diario si compiva

(Voci in cripte, di luci proscritte)

Sforzo di dare luce, che assorbiva.

Scalfiva di vaga crepa, di gelo futuro

Quella intoccabile musica e rapina

Cuore e silenzi di Palinuro. (p. 77)

 

122. Sul pavimento una gatta morente

Da lui trafitta nella gola è solo

Una profondità d’amore in cui si è immerso

Imbrattato di origini, deterso (p. 113)

 

123. I balconi Su un grande cortile quadrato

Quattro piani di lunghi balconi

Quattro piani

Da un antro usciva sfinito un camion

In un odore di cioccolato In un odore

Sbandati fiori di sponsalizi

Cullate lane di materassi Cullate lane [...]

Oh il gas azzurro nelle cucine!

Latte frittate polli patate

Ma non inutile il suo riempire

Stanze notturne di un pio fluire

Radio dicevano il mondo truce

Piatti e bottiglie i bevimangia

Piatti e bottiglie

Carro del Ghiaccio cruda Medusa

Delle visioni il lampo spariva

Delle visioni

E un pipistrello cauto e veloce

Tutte le sere girava girava

Toccava i tetti e le gronde

Le pendule camicie i camini

Dalla latrina tra gli abbaini

Le bianche rondini sfioravi mano

Le bianche rondini Insalivando sacre

Particole Si batte il petto la devozione

Si batte il petto [...] Su un grande cortile quadrato Quattro piani di pena umana

Quattro piani Gelidi acquari di pesci immobili

Se getti pane mangiano ancora

Se getti pane

Lunghi balconi di ferrovecchio

Senza memoria di quelle storie senza memoria (pp.127-130)

 

124. La vivisezione

Chi sei tu dei Mani Qualcosa

Venuto a un letto, a una libreria

Cartesiani, sicuri, refrattari

Con faccia di annegato, gola di squarci,

Schiena di croce viva, ossa di turpe ruota,

Pelle strappata, cranio sfondato,

Arti in frantumi, visceri bruciati

Da correnti voltaiche e sublimati,

Occhi cavati o spenti, un triste buco

Dove rubato per durare ancora

In una cripta elettrica tremava un cuore?

Chi sei tu, nudità abbandonata,

Piaga che vede,

Uomo di Dolori? –

Uomo non sono, ma di dolori

D’uomo più carico di un Espiatore.

Di specie, d’anima, di coscienza

Altro, del Male umano eccomi

Spugnoso specchio.

Andare tutto in umana figura

E nome d’uomo è crepa orrida e cupa

Nella parete fragile degli evi:

Nessuna vita sfugge all’infinito

Moltiplicarsi di realtà omicide.

Casuale carillon insanguinato

Mi ruppe e carica una mano macchiata

Ma il silenzio meccanico in me è grido

E nella cella cloroformizzata

Una pena rinchiusa che non lavi

Tradisce il crimine consumato. (p. 158)

 

 

Da

Un viaggio in Italia

Einaudi, Torino 1983

 

125. La Verna in giornata di pioggia, umida ma non fredda (26 giugno). [...] Usciva dalla cantoria una processione di frati e a vederli da vicino uno per uno, i vecchi e i giovani, parevano più guastati e deformati che redenti e abbelliti dalla vita contemplativa. Mentre i Minori cantavano con le tonsille malate, l’organista scalpicciava insalubre sui pedali, per fortuna a enarrare gloriam Dei ci sono gli uccelli nella foresta. Vicino alle clausure, un pendolo. Un grande orologio in cifre romane ora nella navata ammutolita fa un rumore d’aspo immemorabile. La valle è gonfia di vapori. Incontro due novizi. Uno zoppica. Erano nella processione. Hanno sandali strani, fuori ordinanza... Gli domando se mangiano carne. – Certo, noi si mangia la carne. Anche San Francesco la mangiava, quando non digiunava; lui non dava importanza a quel che si mangia... Solo al venerdì si fa di magro, pesce... Veglie notturne? Non più... Si fa una processione di mezzanotte, tra il giovedì e il venerdì, alla cappella delle Stigmate, ma ci va solo chi vuole. Noi ci prepariamo a una vita di apostolato, in mezzo alla gente. Studio, poco: perché non ha importanza. San Francesco diceva che la vera sapienza viene da Dio... (Alla Verna sono una quarantina, tra frati vecchi e novizi, tutti noncuranti di avere le stigmate del mattatoio). [...] (p. 16)

 

126. [...] VOGLIAMO LE MASTURBAZIONI LIBERE. LA ROSETTA HA IL CULO BELLO. BRUTTE FATE PAURA. SI LAVORA E SI FATICA PER IL PANE E PER LA FICA. (Sala d’aspetto della stazioncina del Monte). Oh un gracidio di rane! Viene dai campi di faccia alla stazione... Il canto della rana è tra i più prossimi alla parlata umana; dalla rana, forse, discendiamo. Negli stagni germoglia e si nasconde la vita profonda, e con gli stagni ha l’autentico vivere ciclico umano analogia. È un vivere verdastro e nero, lento, misterioso, ingannevole, pericoloso, incessantemente animato da esseri in movimento che non compaiono alla superficie, alzandosene voci isolate e melodiosi cori infiniti. La vita falsa ha orrore dello stagno (siamo frenetici distruttori di paludi); è celere, rettilinea, una retta che taglia la vita come una lama di fuoco piena di punti in corsa verso B, la Fine della Storia, una smorfia orrenda. [...] (p. 18)

 

127. [...] [Città di Castello] Si prepara la festa della Frusta, avrà inizio alle cinque. Via del Soccorso. Via dei Borghesi. Via Canton del Nero. Compare un bambino, fa schioccare una frusta. Via dei Pinchitorzi (gialla rosa grigia verde, indimenticabile). Una vecchia dama è ferma sul gomito dei Pinchitorzi col suo cagnolino, perché il cane è terrorizzato dalla frusta del bambino (che è esilissimo, innocentissimo, ma ha una frusta, e il cane riconosce la faccia triste dell’uomo padrone). [...] (p. 19)

 

128. [...] [Palazzo Vitelli] Gli archi fanno cornice a un grande portico agricolo, e di là da quello c’è uno spiazzo, un canale e una deliziosa vigna con cane e colombe bianche. [...] (p. 20)

 

129. [...] Passeggiata notturna tra i grilli fino a Vigliano, brutto posto, squallido albergo. Oggi è morto a Milano Eugenio Montale (12 settembre). Andazeno, lo imbrattano ormai da anni piccoli impianti industriali che propagano contorno e brutture torinesi, in altro il tufo che lo regge fa periclitare per frane il bel cotto leggero coi caprifogli nelle fessure. Sento come un suono di telaio a mano... Mi precipito: è un trattore che sta rientrando. Mai più ritorni di buoi per quella strada detta della Faitarìa, che mi davano il brivido dell’egloga: Aspice, aratra iugo referunt... I carri coi buoi sono universo invisibile, paesaggio interiore. Qui le colline monferrine sembrano esserci ancora, ma c’è quel verme che lavora per farle invisibili, così che l’uomo disgustato abbandoni la falsità della collina esteriore e l’onda di quella interiore lo ricrei. [...] (pp. 22-23)

 

130. [...] [Monte di Varallo] Non sono statue mute: gridano, invocano, gemono, fanno concerto di cantoria; gli animali bramiscono, ululano, latrano, disperati e antropofaghi; dalle caverne escono stridori di tenaglie, grandi sferragliamenti di officine del Dolore... Essendoci al lavoro buon numero di sadici, il loro piacere di far gemere l’innocenza fa dell’eccidio del Verbo anche l’immagine di una giornata qualunque dell’intero mondo umano. E la pioggia in Valsesia non ha mai fine, per attutire le grida del Monte, allontanarle dietro uno schermo d’umidità e di vapori, cicatrizzarle con gli sgocciolii della foresta che circonda le prodigiose spelonche. [...] (p. 26)

 

131. [...] [Lago Maggiore] Teatrini e marionette dei Borromeo nella villa dell’Isola Madre. Nel giardino tetri avvertimenti: VEGETAZIONE AVVELENATA. Incontro solo pavoni. Pendula da una magnolia della Florida, grandissima tela che uno stupendo ragno color d’ambra grosso come un uovo di faraona si va costruendo giro dopo giro (all’inverso delle lancette dell’orologio). Acrobata magnifico, leggerissimo, senza rete, infallibile... Una zanzara è già dentro la rete ma il ragno non la cura, è occupato a estendere il suo impero, non ha tempo per mangiare, come Napoleone... Oh divina bestia paziente, che il tuo mirabile Impero del Sole non ti sia invaso e rotto da un naso umano! Nel ragno è la genialità, e come una luce machiavelliana di sapienza politica, tutta interiore; nei pavoni, laggiù, sui prati, la luce è caduta soltanto sul piumaggio. [...] (p. 29)

 

132. Una lettura fatta per toccare il fondo del nulla: l’enciclica Laborem exercens. Non c’è un pensiero, un sentimento, un’idea, un barlume... Non c’è niente di niente, salvo un galleggiare nel vuoto di citazioni della Genesi, che sarebbero rimaste volentieri nel Libro. È vuoto pervertito, ma innocuo; non può far male, è soltanto inutile. E su roba simile uomini di pensiero dànno pareri, discutono... Profonda insensibilità verso il dolore del mondo, un mondo che patisce come non ha mai patito! E leggere l’enciclica stando in un bar, tra gente che dice parole da laboremexercens, questo è proprio vagare nello spento, nel glaciale squallore della Vanitas! [...] (p. 31)

 

133. [...] Nella stazione di Monchiero ci sono sette o otto viaggiatori in attesa, dall’aria stanchissima. Tutti pietrificati, muti, lo sguardo fisso... Mi fanno quasi paura, esco per il disagio. Grillo notturno. Arriva un treno ma è per Savona. Si ferma lì e aspetta. Ci sano altri viaggiatori sul marciapiede, carichi di borse... Campanella che annuncia l’altro treno come portasse il viatico ai moribondi. Gli risponde la campana della chiesa di Monchiero. C’è quell’unico grillo solitario. Comincia a far freddo, mi morde un po’ la fame. Il treno! Fuochi d’artificio dopo Villastellone – spariti... Leggo il capitolo del Vicario di Provvisione. Nella valigia, tra pezzi di polistirolo e asciugamani sudici c’è un magnifico serpente lungo più di un metro che ogni tanto si agita, alza la testa, scruta la gente, esce la lingua, si rintana, ha paura. L’uomo assicura che tra poco assisteremo al suo pasto, e che gli darà da mangiare passeri e topi; vecchio trucco per trattenere la gente, è già molto se c’è il serpente. Vende pomate per calli e tinture antireumatiche. Sul banco, vicino alla valigia, c’è un immane serpente imbalsamato. Tutti hanno calli e reumatismi, qualcuno comprerebbe anche il serpente per curarseli. (Piazza Cavalli, a Piacenza). Taxi fino alla sbarra della Centrale, da Caorso. La vita agricola continua tutt’attorno, granturco appena mietuto, barbabietole. Cascinali deserti lungo il Po. Una lebbra bianca, le piccole ville coi loro assurdi giardini, dice la fortuna toccata a tanti: l’Ente è generoso con chi accetta di tenersi in casa il suo oscuro Folle, il cui sottosuolo premedita atti imprevedibili. Belle bambine in bicicletta; e tutte vivono ormai dentro il raggiare funesto di una Centrale nucleare. Caorso. Imprigiona e (hybris) sfrutta per fini pratici la più taciturna e rovente energia del mondo. Questa energia è maligna, secondo l’esperienza umana: è la rivelazione del fondo maligno del mondo sensibile. C’è in quell’architettura senz’anima, bianca e grigia, come un annuncio e una premonizione grave dei deserti stellari che saremo; la terra potrebbe esserne tutta silenziosamente occupata e alla fine non restare che una dispersione di zigguràt nucleari spente, reattori scoperchiati che continuano a irradiare raggi gamma nel vuoto, e colonie di batteri superbamente assuefatti e disoccupati, liberi dalla tortura di dover abitare l’espiazione umana. Il mais, i grembi virginali e il Po da una parte, la Centrale solitaria dall’altro – che li insidia nel profondo, nella vita germinale, nell’anonimo frammento di luce – sono Ahura-mazda e Angra-maniu: chi può pensare che ci sia tregua tra loro? Sono due eternità in figura di provvisorio, destinate al combattimento etico senza fine; piglio il mio posto, povera recluta di una leva disperata, tra le file straccione, ostinatamente vandeane, per ora in rotta generale, del mais, delle galline, dei campanili cristiani, dell’acqua, del Po. [...] (pp. 32-34)

 

 134. [...] Misteriosa scritta in rosso: FAR MENTIRE IL REALE, FAR RIDERE DEL REALE. Superflua la prima parte, il resto del programma lo faccio mio. Come un naufrago arrivo a una chiesa francescana che si chiama Santa Maria di Campagna. Vengo dal Po. Uscire dalla città, a piedi, è faticosissimo. T’investe la lava bollente del brutto, del rumore, strade sopra strade, tremendi ponti di ferro, treni, camion, Tir, corsie con sbarramenti, impraticabili autostrade, un vero teatro di guerra; finalmente è il Po, calmo, antico, sublime (ormai è una tarasca di veleni, ma l’occhio ancora sogna) col tremolare senza fine delle foglie morenti sulla sponda lombarda... Odori fluviali niente, dovrei essere un animale per sentirli ancora, l’aria è impregnata di gas, dalle macchine lontane. Lungo il fiume casipola di palafitticoli civilizzati che ci vanno d’estate, tra colombe, pomodori, insalate. [...] (p. 34)

 

135. [...] Mura del Duomo (Cremona): QUI GIACE UN POVERO PICCIONE SGOZZATO E AMMAZZATO. Odore di pescheria; non è buono, ma almeno è un odore. Nell’incontaminato Palazzo Stanga si nasconde un piccolo museo di Storia Naturale, nessuno è a guardia dell’imbalsamato, è aperto e deserto. La vita impagliata è lugubre. Piccolo pipistrello con ali come petali trasparenti, dentini-dentelles, molto umano... L’iconologia diabolica se n’è impadronita perché il pipistrello è sottosuolo e aria insieme, sottosuolo volante, compare in ore magiche crepuscolari, come venisse a spiare il mondo di sopra per riferirne a quello di sotto, ha le ali ma non è angelico, sempre ha avuto destino sfortunato. Molto più diabolico è il Felis Catus di Linneo, il Gattone Selvatico, una vera tigre antropofaga, con quattro canini tremendi, lingua e occhi d’inferno. Due operai sul tetto stanno cambiando le tegole... Le vecchie tegole finiscono attraverso un tubo su un camion che le porterà chi sa dove, care gloriose tegole che la pioggia ha amato, gli uccelli becchettato, la neve pulita colmato. [...] Ieri, tra Piacenza e la via per il Po, mucchietto di sterco di cavallo fresco, sull’asfalto! Un’apparizione... Non c’erano che macchine, dov’era il Cavallo? Lo sterco era stato portato e messo lì dagli angeli, a ricordo della vita vera. [...] (p. 36)

 

136. [...] Presso Monticelli è Isola Serafini, dove il Po forma un lungo gomito e c’è da oltre ventanni una piccola Centrale idroelettrica con rombo e diga. Scendo lungo l’argine, un omino, vecchio, con un cappello nero, un ombrello aperto a lato, discende in acqua una larga rete, la tira su, la ributta, non pesca niente... – Pesce ne resta poco... è tutto avvelenato.., oggi ha piovuto, l’acqua è meno sporca... pesco per me, si capisce... – C’era quell’unico cappello sul silenzio del fiume, che la diga deforma e sforza, quell’unico ombrello sperduto nel deserto dell’argine. Le barbote da molto tempo non puntano più coi loro remi sui fondali. Non è un cambiamento, se non nel senso che è un cambiamento morire; il fiume, intelligenza profonda, ha interpretato cosi il repentino mutarsi, a lui incomprensibile, dei modi di vita degli esseri umani sulle sue rive, come un ordine imperiale di darsi la morte. Se l’è data: questa che guardiamo, e dove qualcuno getta ancora le reti, è la sua lenta, impressionante decomposizione. Un giorno, alla vista del Po, troveremo appropriati i versi dolorosi e sublimi di Une charogne. [...] (pp. 37-38)

 

137. [...] La visione del Mincio, in fondo alla strada, tra i canneti, potrebbe essere sublime; è infernale, perché sulla sponda opposta c’è la Zona Industriale mantovana, dominata dal Petrolchimico, le mura di Dite. Sulla riva qua e là straripata, c’è qualche pescatore. Tre o quattro pesciolini agonizzano tra l’erba buttati lì da un vecchio che dice di essere venuto a pescare per la prima volta: – Ma ne prendete? – Pochi. – (È afono. Molti gli afoni, da queste parti). Di sicuro è avvelenato. Non vedi cosa c’è laggiù? – Non so... – (Gli altri tacciono: non gli piace sapere che pescano veleno). Ma certamente lo sanno; e restano lì, a far spenzolare la canna sull’acqua torbida. Piacere di lunga pisciata tra le foglie del granturco. Piove. È rimasto un solo casale di contadini. Mi avvicino per chiedere un uovo. La brava donna me lo porta subito, ridendo. – Hai fame eh? – No, ma ho visto le galline... [...] (p. 40)

 

138. [...] Il Po a Viadana. Vado sfangando lungo l’argine straripato, tra platani e pioppi, ho davanti un salice sommerso e sulla riva opposta mi guarda fare la piscia l’occhio di una cupola azzurra che somiglia a una piovra. Sull’acqua eterna dal bisbiglio taoista il tempo è battuto dai barconi a motore e da uno stridore d’argano che pare il lamento di un malato insoffribile. Scoprissi almeno un assassinato! Ma no, è qualcosa che fu un autobus blu, tutto scucito da un anatomista che è fuggito senza risuturare (forse il decrepito deus Eridano viene qui ogni notte a dormire come un barbone, dentro c’è un materasso d’infamia con impronta titanica). La vegetazione l’avviluppa come una reggia la giungla. Figura di come sarà la terra nel suo lento disfarsi, una grande machina mundi sfondata, da cui il sorriso e le lacrime si ritirarono dopo un breve viaggio. Non si vede un uccello. Non si sentono odori. “I soliti tre o quattro maniaci della lenza sparsi con ostinazione di esuli da Gerusalemme sull’argine, tuffano, tirano su il vuoto, che li guarda infastidito. Qualche ragazzino in bici tra il fango e i platani che perdono foglie. Uno dice: bella l’acqua! Al cominciare del crepuscolo qualche uccello si sveglia. L’argano del lamento continua a dragare, ma il Po non è un drago. Scavalco un bel lumacone scuro, le corna attente. Arrivo a una baracca da vino, una vera popina, senza telefono. Giocatori di carte, anche qui. In verde: I VIADANESI SONO DEI CONIGLI. Telefono a casa di Daniele Ponchiroli, chiedo di lui per rivederlo e mi dicono che è morto, già da tre anni. Ho con me il Petrarca con le sue note. Altre carte, altri biliardi... Viadana è un borgo bruttissimo, per fortuna c’è il Po, per annegarsi. Tutto il vagabondare di Renzo fino all’Adda, alla capanna dove sogna, dove rivede le facce paurose delle giornate milanesi, è purissima Fiaba. Classico il luogo degli alberi che di notte si fanno figure mostruose e anche della visione che lo sostiene: «una treccia nera, e una barba bianca». Poi il traghetto dell’Adda col misterioso e taciturno pescatore. Pura iniziazione in stile di fiaba. Un grande fiume planetario dove c’era vita come in una foresta tropicale, umiliato a fornire acqua per raffreddare un fuoco del sottosuolo, costretto ad alimentare il fuoco che ingoierà la vita. Le ex prigioni austriache nel torrione del castello che guarda i laghi, ripulite, ma con vetri infranti, ragnateli, topi. Sui muri, graffiti di prigionieri, spenzolanti allori... Il 2 novembre 1850, in casa di Attilio Mori, Tito Speri divide in dieci parti una buccia d’arancia e dice all’amico Tassoni di scagliarne cinque contro la grata della finestra: – Se passano la grata e finiscono nel fossato del castello sarà un segno di morte –. Tassoni getta le sue scorze e non passano. Speri le sue, e tutte finiscono nel fossato. – Sono impiccato, – dice. (Fu impiccato a Belfiore nel 1853). I pavimenti sono sparsi di piume di piccioni. Passano per i vetri rotti e si addormentano. Di notte i topi si avvicinano e cric! i guardiani ne scoprono parecchi, sgozzati da un piccolissimo infallibile colpo di denti. Un gatto grigio fa una fulminea apparizione... Ormai, spenti i suoni e i balli, gli intrighi e gli amori, sono questi gli ultimi gonzaghi, gli immortali: piccioni, topi, gatti, e vivono qui tra piumaggi morti, ceneri di escrementi, ricordi di prigionia e di morte. La gente disoccupata, in basso, si fa tirare dentro la rete per le sale a vedere gli avanzi dell’ingordigia; la vita segreta, ancora spietata, dell’enorme dado gonzaghesco è invece qui, dove chi è preso dal sonno è già morto, e il feritore è punito subito, senza appelli di grazia né crudeltà superflue. [...] (pp. 42-44)

 

139. [...] [Ventimiglia] Con le Indie Nere sepolte nella borsa, in piena luce meridiana, di faccia al mare, in compagnia di una vespa, mangio squisita torta verde ligure, cacio fresco, fichi novembrini. [...] (p. 45)

 

140. [...] Piccola Casbah di Ventimiglia alta, già percorsa tante volte, ma oggi più ditata di rosa, tutta vitale e festosa, piena di occhi. Una bambina ha due gazze, in due gabbiette appese alla finestrina, in mezzo un’uliva, che mi saluta. – Parlano? – Dice di sì, le gazze parlano, ma con lei sola, e quando vogliono, dicono tutto... [...] (p. 46)

 

141. [...] Lunga camminata in mezzo agli ulivi (Valle del Nervia) sopra il castello Doria di Dolceacqua. Da coperto al mattino ora cielo schiarito e luce che si smorza con la dolcezza di una bella vita in cielo passano alianti silenziosi, qua e là si spara ma a che cosa forse agli alianti perché non c’e traccia di uccelli nell’aria. Eccone due, appostati. Uno è vecchio e la sua faccia (non quel che fa) è decente, l’altro poco più su è un giovane che pare all’agguato di un uomo da abbattere, fucile appoggiato a siepe, sguardo febbrile e cupo. [...] (p. 47)

 

142. [...] La vista degli ulivi mi guarisce dalla visione deprimente di Coal-city. Mi dà nausea quella gente felice di vivere in una miniera di carbone: alla superficie non risale che il carbone! Sto scrivendo tra gli spari... Una scarica spruzza un ulivo vicino a me, grido allo sparatore di stare attento, nessuno risponde. Ceno in trattoria toscana con fagioli e minestrone. Giro di notte per il quartiere detto La Pigna, la vecchia Sanremo. Un giovane suona l’armonica rannicchiato su uno scalino. Voci: – Le prostitute... – Sì, le prostitute! – La medina tace come tace un bell’organo antico in un coro cadente. Finestre che si spengono, delizia di pensare «qualcuno là dentro muore». Un manifesto del gruppo zoofilo Bayer: UN VELENO PER TOPI BUONO DA MORIRE, c’è un topo enorme, ritto, in preda agli spasimi del veleno, in mezzo a un mucchio di rifiuti della città di Sanremo. Quello con l’armonica è sparito. Anche gli altri, che parlavano di prostitute. Forse uccisi dal veleno per i topi. Forse perché non c’erano neanche poco fa... (Giorno dopo) Un nome unico, il più bello per una via: VIA UMANA. È strettissima, sotto volte, solo un tratto è scoperto (terrazzo con biancheria), poi torna a rigagnolare nell’ombra, sempre più stretta... In via Umana abitano Fabrizio Morteo e Antonino Villevà e due gatti superbi, un nero, un tigrato, forse Morteo e Villevà sono loro. Belle zucche gialle spiano dai balconi. Nessuna voce umana... Ah sì, una donna, sta bestemmiando: Porco di un Dio! ma in solitudine. Un gattone nero piomba sui due tranquilli aggredendoli, lo cacciano. Qualche piccione becchetta sotto le volte... La vita c’è tutta, ma si mostra poco, per darti respiro. Un braccio che si sporge, mani che chiudono imposte, che fanno tremare il filo della biancheria, questo si tollera bene, è la faccia umana che non si tollera di vedere sempre, con quegli occhi nel mezzo dove leggi il destino tragico del mondo... Per sua umanità, via Umana è priva di facce. Da una finestra una mano ha gettato pezzetti di carne sanguinante, uno dei gatti neri li divora infuriato. La carne attira altri cinque o sei gatti. Rumore di chiave in una serratura. Un po’ di merda. È mezzogiorno. [...] (pp. 48-49)

 

143. [...] Di Piovene leggo, in viaggio per Genova, Le stelle fredde (4 febbraio). Davanti alla porticina laterale di Santa Marta, coito di gatti. Un erborista mi domanda se sono inglese, o iugoslavo oppure del Massif Gentral (avrò l’aria protestante?). Una cariata dalla vita mi accenna il vecchio saluto: – Andiamo? – Ma no! a mezzogiorno! – Ah vuoi l’aperitivo... – (No, è te che non voglio). Nuove religioni: IL FORMAGGIO CI AIUTA A VIVERE. [...] (p. 56)

 

144. Questo baretto genovese pieno di fumo e di miasmi sonori mi incalvisce i pensieri, tuttavia gli resta, nel decomposto, qualche charme (tavolini rotondi di marmo, parete con paesaggio idiota). Un magrebino seduto davanti a un bicchiere di vino rosso: non beve, fissa un suo vuoto. Si mangiano porcherie: arrosto freddo, vecchie uova... Prima ero al porto, una nave in partenza per Tunisi, una piccola folla di parlanti ogni lingua aspettava il segnale d’imbarco. Le facce sorridevano ma c’era come un’ansia segreta, il mare fa sempre paura. I piccoli natanti rispondevano in alfabeto di scricchiolii all’insistente sciacquìo ma era un dialogo povero, come di un malato soffocato o quasi afono, irritato da un familiare petulante che gli sposti continuamente il bicchiere e i tubetti sul tavolino, mentre i Tir colossali partivano carichi per mezza Europa, visione di materia che opprime. Nei caruggi quasi del tutto addomesticati (turismo, denaro, ripuliture, fatuità, sopratutto voglia di cancellare il male di vivere che il tempo marcito mette in mostra) qualcosa di duro e di sinistro ancora lo trovi, bistrots lebbrosi, facce tumefatte, puttane sfasciate, meridionali con aria violenta, Grecia fritta. Il nordafricano del bicchiere vorrebbe accarezzare un cane nero ma gli dicono attento che ti morde... Dev’essere il cane dei finanzieri di guardia al porto, dopo aver annusato un po’ se ne va via; forse è un vecchio cliente morto che amava quei tavolini, rinato cane di buona memoria. Poi rientra, forse attirato dal magrebino solitario che adesso, palpebre abbassate, sembra dormire. A letto, dopo lo straziante rumore di Genova, godo una pausa di silenzio. Tra poco cenerò in camera con fiocchi di riso al pesto, ricotta fresca, crema di marroni, pizza di cipolle. [...] La sirena del DANA CORONA della Defds Seaways imita il cigno che muore, gli ormeggi spariscono nel ventre della nave come vermi solitari che tornano a casa prima di mezzanotte, e senza il più piccolo rumore la fantastica macchina illuminata si muove. [...] (pp. 57-58)

 

145. [...] Il verde potrebbe essere proclamato il primo dei colori, o il più umano, perché è il colore del pesto genovese. Menù di oggi, 11 febbraio, all’ALBERGO DEI POVERI: Pasta in bianco, pastina in brodo, baccalà al verde, bistecca ai ferri, carote al burro. Una vecchia ha appena finito di nutrire una decina di gatti. – Ah lei è dei giornali? Cosa fa? Impiegato? Scrive cosa? Poesie? Poesie, ne scrive? – Un vecchio nel corridoio mi fa gesti spiritati di diniego, ma con un sorriso di padre, siede su una panchina spacchettando qualcosa sulle ginocchia. (Profilo di caricatura leonardesca attenuato). Voci infantili... Sono ragazzini di una scuola vicina che vengono qui a mangiare il baccalà. I Benefattori hanno lì il busto per aver donato Centoventitre Lire, Ottanta Lire... Pare di essere al porto: là sono introvabili i marinai, qui i vecchi... Un’altra vecchia che nutre gatti: gli dà latte e pasta, non sono troppo carnivori, divorano tutto, prediligono i maccheroni. Sala di lettura, vediamo gli autori: Fogazzaro Gotta Waugh Bravetta Fanciulli Tolstoi De Pinedo Blasco Ibañez Werfel London Balzac Malot Sinckiewitz Tozzi Remarque Woodehouse Giacosa Teresah De Marchi Lucio d’Ambra Beltramelli Zweig Ojetti Gozzano un manuale su Come praticare gli sports... Pranzo alla Buona Terra: oggi meravigliosa polenta di ceci. [...] (p. 66)

 

146. [...] Pistoia, 9 marzo. Piazza dello Spirito Santo. È l’una e un quarto. Un uomo spinge un carrettino a mano. La piazza è bellissima, c’è un buon odore, l’ora è tiepida. Piazza della sapienza, in un ringhiare cupo, coito violento, repentino, di due cani neri; rompe la calma, finisce subito. [...] (p. 75)

 

147. [...] [Pistoia] Piazza dell’Ortaggio (bel singolare). Deserta, il mercato da ore ha cessato. Odore di pesce, svolettano piccioni, i banchi coperti come croci il Venerdì Santo, ma di sotto spuntano cassette vuote. Non sono persiane che sbattono, sono le ali dei piccioni. Delizia di assenza d’uomo, potrebbe essere un’ora dopo L’ORA. Passa in cappotto darwiniano una zoppetta col faccino un po’ scimmiesco. Curiosa la piazza della Sala, gallina che cova tra casipole basse e intricate. MACELLERIA EQUINA – a cosa serve ormai, il cavallo... Vetrina: cassette con pere mummificate, tetri pompelmi di Giaffa, banane verdi, quattro o cinque lampadine pizzicate dal vento come al tirasegno. Via dei Fabbri. Via della Nave. Uomo in bici... No, bici con uomo. Muratore sbatte calce a grandi cazzuolate, bel rumore. Fegati sanguinanti, dimenticati. Via di Stracceria, parrà un pezzo di Cina immaginaria – insegne, colori, movimento – quando riapriranno le botteghe. [...] (pp. 76-77)

 

148. [...] Via di Stracceria si è svegliata... Grandi rosai di salsicce, i polli offrono le loro livide nudità di Sebastiani da bassofondo, una donna flagella con uno straccio una distesa di caciotte. Anche le voci si sono svegliate, escono dal buio della digestione. E tra poco? La cena. [...] (p. 77)

 

149. Delizioso è il vecchio albergo Universo, di Lucca, e ancora più un merlo che mi saluta dal cortile. C’e calma. Mi abbandono al piacere esser triste. Era il celebre Caselli oggi Caffè Di Simo in via Fillungo, non più Risorgimento, musica, letteratura, ma ancora una certa douceur, tra stucchi, lampadari, chiacchiere... Ci sto a disagio per il troppo fumo. Una pioggia divina nel cortile immusica l’orecchio mentre il merlo dorme, e tutto è in braccio alla quies. [...] (p. 82)

 

150. [...] CANI BASTARDI I FORNI DI BUCHENWALD VI ASPETTANO. (Non tutto è gentile a Lucca). Lago di Massacciuccoli: qui grandi stragi di uccelli faceva Giacomo Puccini dalla sua barca. Aveva in casa un vero arsenale. Usava perfino una spingarda, montata su treppiede, a due canne, lunga almeno un paio di metri, cimelio storico, una tremenda musica. La villa è introfeata: corna di cervo, uccelli impagliati, fotografie di caccia. Il maestro aveva aspetto da seduttore popolare, un po’ maquereau passato alla distinzione, mondano-alberghieto, bei baffi, alta statura, fatto sull’epoca. Nella cappella interna alla casa, del 1926, in floreale agonizzante, c’è tutta, murata, la famiglia Puccini, maestro, figlio, moglie Elvira, nuora... Sigarette ne fumava una settantina al giorno, poi il tumore in gola e il silenzio. Ultimo suo biglietto, da afono: «Un po’ d’orzo. Elvira povera donna finita» in grafia disperata. [...] (pp. 83-84)

 

151. [...] (Casa Pascoli a Castelvecchio). Calendario fermato il giorno della morte: 6 aprile, era un sabato. [...] Buona biblioteca da eccellente professore, guastata dalla presenza delle sue opere. Poeta e scrittore di una mediocrità initollerabile, autore diversi e prose illeggibili, è di quelli di cui non riesco neppure a pronunciare il nome. Anche qui, come a Torre del Lago per Puccini, sepoltura casalinga: cappellina con bianchi sarcofaghi, figure cristianizzanti da oleografia krishnaita, nausea. Non si può godere di un uccello che cinguetti e di un rintocco di campane qui, subito ti sale la nausea per il ricordo di quei versi. A Barga, in vicolo del Crocifisso (ripido calvario) un’incantevole vecchia fa uncinetto distesa al sole senza scarpe in una specie di lettiga, la testa avvolta in un pezzo di lana. Il custode di casa Pascoli si vergogna che lui fosse un bevitore, è un segno di presenza dei Mani; in realtà è Pascoli che si vergogna di aver bevuto troppo, e il custode è nella presa dei Mani, che non vogliono sia guastata da un vizio volgare l’immagine postuma. (Basta, l’ho nominato anche troppo). [...] Un vecchio attraversa la strada con in mano un coniglio nero morto, poi con la moglie si mette a scuoiarlo sull’orlo di un fosso, in un momento il coniglio è scorticato, livido e nudo, e pare un bambino estratto con strazio suo e della madre, portato a un padre antropofago. [...] (pp. 86-87)

 

152. [...] [Lucca] Girando attorno a un baraccone del luna park qualcosa di fuimineo e feroce mi abbranca poco sotto il ginocchio, è un enorme Cane Lupo sbucato dall’inferno, silenzioso: non pianta però i denti, anzi mi lascia subito, e rimane immobile nell’ombra, calmo, contento di aver dato un avvertimento sapiente. Ero passato davanti alla sua tana guardando altrove, i calzoni recano il segno del morso, c’è sulla pelle un minimo arrossamento. Forse il cane ha capito che ho la protezione del Volto Santo. Ripasso a ritirare le foto. Andando nel cortiletto a urinare passo per il laboratorio, da faust agonizzante in sobborgo celiniano, fornello a gas, gabbietta nell’ombra con merlo taciturno. [...] (p. 89)

 

153. [...] [L’Aquila] In uno spiazzo larghissimo l’enorme macchina del Circo viene pezzo per pezzo montata da ciurme di manigoldi che lavorano bene, all’energumena, parlando tutte le lingue dallo svedese all’hindi; torme di ragazzini spietati e morbosi assediano le gabbie delle bestie; davanti a me un roccione di muscoli sta disfacendo con precisione di scalco, con un’ascia lunga, i quarti di carne destinati ai leoni; indiani delle tribù criminali di Mac Munn servono nella tenda degli elefanti. Ne conto dodici, con un elefantino, catene ai piedi come la schiera di Ginesillo de Pasamonte, e con le proboscidi dondolanti ritmicamente (stanno sicuramente dicendo qualcosa) sembrano dei vecchioni in un ospizio puzzolente, dediti a una masturbazione collettiva disperata. Quella vista fallica eccita la risata di un gruppo di ragazzine. Una enorme tigre, tristissima, mi fissa con occhi basedowiani e mi mostra la sua lugubre carie venata di sangue. Il suo sguardo è molto simile a quello del crocifisso ligneo trecentesco che ieri in ora notturna osservavo dietro il coro della chiesa di San Silvestro, ancora aperta per il Giovedì Santo, lo sguardo che subito riconosco del Verbo inchiodato alla Materia e alla morte. Al sitio delle tigri risponde una svedese con tette come bètili portando acqua. I leoni sono intestini scoperti, il simbolo della fame: seguono l’operazione del tagliacarne con spaventosi ruggiti. La pantera nera, esile, solitaria, taciturna, si drizza con umanità e magnificenza in faccia alla bestialità umana. In un carro di vetro si addestrano gli antenati darwiniani: l’istruttore, all’interno, seduto, è un vero maestro elementare in cattedra. Ha ragione Baldini, l’Olimpia dell’Ariosto, undicesimo, è «il più bel nudo» della letteratura italiana (come la Maja di Goya lo è della pittura). Bel tè al gelsomino in camera, due tazzine. È il Venerdi Santo, e l’Abruzzo è una terra molto devota, ma in trattoria tutti ordinavano tranquillamente braciole di maiale, bistecche e salsicce. [...] (pp. 91-92)

 

154. [...] [Castel del Monte AQ] Nell’unico bar prendo caffè che mi viene offerto gratis. (Periché straniero? perché ho dei libri?) Residuo prezioso di antico ospitare. Rientro nel favo. Una porticina si apre alle mie spalle e viene a sedermi vicino Teresa, che ha voglia di parlare e di aiutarmi in qualunque cosa. Il suo aiuto è prezioso: mi parla della grande nevicata dell’anno scorso e della vita che, a Castel del Monte, muore: – Non c’è più un mulo, non c’è più un asino... più nessuno coltiva terra, si perde la transumanza, spariscono i greggi, tutto arriva coi camion... – E la religione? – Oh... la processione del Venerdì Santo l’hanno fatta tanto per far qualcosa... non ne vogliono più sapere della religione... tutti partono: vanno in Francia, al Nord, a Roma o all’Aquila... vogliono la fabbrica, il commercio... qui si sta bene ma l’inverno è tremendo... restano solo i pensionati... La bambina che è con lei, figlia di sua sorella, arriva con due paste, una per sé una per me, me la offre sul sorriso. – Cosa mangiate? – Tanta ricotta, finché resterà qualche pecora... Santo Stefano di Sessanio è anche più morto... là ci sono gli spiriti... non si vede più nessuno... Arrivo a Santo Stefano di Sessanio. Trovo galline e orti coltivati, ireos gialli e blu agitati dal vento. Un odore infallibile, e scopro un VERO ASINO. Splendida immagine di pace, orecchie di sapiente, occhi di bontà... Insieme parliamo un poco della vita e della morte, di chi vince e di chi perde, di chi sa e di chi non sa... Un po’ di sterco, finalmente.., il naso se lo mangia felice... Via Nazario Sauro: ma cosa c’entra lì il marinaio istriano? Erbe aromatiche e fiori nei secchi e nelle latte di conserva. Altre galline... Una vecchia sorda. Una famiglia: Madre Pecora con due meravigliosi agnellini... Altre ancora: più pecore, tutte con gli agnellini al riparo sotto le tettone, fragili lampioni contro la tenebra del mondo umano che verrà per rapirli. «Sant’Isidoro proteggi i nostri agricoltori». – Ma dove li trovo, per proteggerli, i vostri agricoltori? – Ecco la Torre Medicea, ai piedi c’è una carcassa di bicidetta. Di là si vede con stupore una fascia bene arata, al centro un laghetto artificiale da trote. Vento sublime. Calma assoluta. Sotto la torre il deserto chiama il deserto, tutto si è fatto spettri. Appare una nera vecchia smembrata dall’artrite, piena di sospetto. Si sentono voci ma sono di Al di Là. Porte spalancate su stanze dove il respiro ha perduto le voci. Spingo parecchi usci, tutti cedono, e dentro il nulla... Posso fare la piscia in casa altrui, tranquillamente... La faccio in un ingressino su «Terza Sagra della Cicerchia» – 7-8-9 agosto 1981, l’inquilino ritorna soltanto in agosto, per quella sagra, mangia le cicerchie, torna a fuggire in Francia. Via del Castello... qui c’è rischio di crolli, pietre in bilico, tremanti, muri malsicuri... stalle vuote... una fontana dà acqua al vento.., un portico puntellato... finestrina sulla valle, all’interno camino infranto, soffitto crollante, devo essere cauto coi piedi... Si fanno anche lavori, qua e là, in vista di un ritorno dei vivi... col bagno, mai più le stalle... Ora è proprio una mano viva quella che mi porge un uovo appena fatto, la misteriosa catena umana del soccorso che si rende manifesta con uno dei suoi angelici prodigi. Arrivo a Barisciano dopo lungo cammino a piedi, raccolto alla fine dai cortesi fratelli Tesolin, profughi istriani (Abbazia) nel 1945 portati al campo di raccolta dell’Aquila e rimasti in Abruzzo come in terra da far fortuna. – Quando siamo arrivati qua si incontravano pecore dappartutto... andavano in Puglia, poi tornavano... Famiglie, generazioni di pastori... Adesso le pecore viaggiano in treno, sui camion... Pastori ne sono rimasti ben pochi... – Da Santo Stefano Sessanio fino all’incontro coi Tesolin, ho contemplato un fantastico deserto di monti atlantici e lunari, disanimati, sommersi, con grandi distese di mandorli in fioritura, in un lento calare di sole, dove l’anima volava senza gravare sui piedi. A Barisciano l’anima torna a nascondersi. È un brutto posto, e troppi occhi mi spiano. – Lo conosci quello li? – mi dice la donna. – Certo! È Sant’Antonio del Deserto, perché ha il porco vicino, il bastone a Tau e ancora la Tau dipinta sopra la spalla. Vi protegge dal suo famoso Fuoco, che è terribile! Aspetto al bivio di Barisciano, al farsi sera, tra i mandorli, la corriera per L’Aquila. Ma che cosa può aver significato, quale senso dare all’aver tanto sognato Cristo, in mezzo a questi spazi e a questo tempo senza principio, senza fine? (pp. 96-98)

 

155. [L’Aquila] Nell’aria impura del Circo, leggo le parole pure di David Lazzaretti: «tu devi sapere che l’acqua di questo fiume non si attacca che alla carne e alle vesti immonde. Tu devi passarlo, perché non sei perfettamente puro». La gabbia dei leoni. Il Domatore è annunciato come leggendario. La sua familiarità coi leoni è illimitata: li frusta, li accarezza, li irrita, li placa, spalanca la gola a una femmina, spara una pistolettata a un vecchio maschio che subito si stende a terra facendo il morto, a un altro dà un bacio sulla bocca. Poi va a stendersi in compagnia di tre leoni coricati come su un permaflex, se li sbatte, se li stropiccia... Non è nuovo ma da molto tempo non rivedevo una testa introdursi nella gola spalancata di un leone... Il poveraccio dopo tanta fatica si becca un applauso modestissimo, perché la gente se il leone non sbrana non si emoziona. Nell’intervallo un giobbesco elefante è costretto a subire la Foto Ricordo con la targa World’s Greatest Circus, lire 1500, cavalcato a turno, con avvicendarsi frenetico, dai bambini spinti in groppa dagli stolidi parenti; torturato dai lampi ininterrotti l’animale sbatte l’occhio sforzandosi di sottrarlo al guizzo che lo acceca, in una sopportazione eroica. I bambini non ridono, subiscono il delirio dei genitori che li vogliono elefantizzare... Finalmente il supplizio della bestia ha tregua, l’elefante è condotto via, e non per fare un bagno di collirio, mentre una ciurma di bruti sta tirando su nella pista una enorme rete da cetacei. Ricompare poco più tardi, insieme ad altri undici elefanti, a fare un’esibizione collegiale... Almeno gli antichi li adoperavano per schiacciare teste nelle battaglie! Annibale era riuscito a fargli mettere il piedone sulla nuca dei triarii! Adesso eccoli là, montati da povere troie in lustrini, tra i fiacchissimi applausi di gente scema... [...] (p. 102)

 

156. [...] La pace agricola che riconducendo all’eterno, libera dall’ansia della storia, cancella l’evento come il canto del gallo caccia i demoni incubi: ma oggi, ritirandoci da Caporetto, o da qualsiasi altro luogo, quale pace troviamo, quale tregua dalla storia? Tutto è storia, dappertutto è guerra... [...] (p. 105)

 

157. [...] [Messina] Il cortile, dove si affaccia la camera (a terreno, con le sbarre) è triangolare, al centro ha un buco con attorno una pozza d’acqua piovana e di schiume chimiche. Un piccione solitario stacchina sulla tettoia becchettando la ruggine. [...] (p. 106)

 

158. [...] [Catania] (Piazza Armerina) I suoi mosaici romani non hanno spiritualità. Un’arte prodigiosa, una pazienza infinita, ma il risultato sono scene materialissime e brutali, senza mistero, senza alchimia. Impressionante è una pantera che morde nella pancia un’antilope dimenante le zampe anteriori come braccia umane. Dalla pancia ferita cola un rivolo di sangue. La scena è straordinariamente erotica (nel senso del vorare latino) con tendenza al sadico per la presenza del sangue. C’è un’incredibile somiglianza con la coppia umana in atto di cunni linctus: lo zoccolo dell’antilope posa con soavità, con gratitudine, sulla nuca della pantera che la sta, apparentemente, sbranando, proprio come la mano leggera di una donna che accarezzi in quest’atto la testa dell’amante: è un gesto di consenso, non uno sgambettio di disperata difesa. Tristissima la Visione delle bestie domate, catturate in lunga sequela dall’uomo: prima non fanno che divorarsi tra loro, poi ecco arriva l’Adamo infinitamente crudele che le trafigge, le incatena, le trascina sulle sue navi dalla libertà dei deserti (vedi un enorme elefante abbrancato a forza da un’esile carena) le fa arrostire sugli spiedi, le obbliga, per distrarsi, a giochi immondi, e a sbranare altri uomini. E le bestie ubbidiscono a quella faccia impura che ha il potere magico di atterrirle. Un gran mattatoio ricreato da un’arte pazientissima: basta pensare un momento che è un mattatoio e ti senti subito stomacato... In un’altra stanza tocca ai pesci, le reti piene, le barche cariche, graziosi amorini (sono Amorini?) che li pigliano all’amo, e tutti, piccoli e grossi, finiranno nello stomaco del mostro umano... Altro simbolo sessuofagico: una donna bionda si copre il sesso con una mano, con l’altra indica ai suoi piedi un drago nero che ha le fauci del lupo di Perrault. Le giovani che si bagnano indossando il subligaculum ricordano le ballerine dell’avanspettacolo, di cui nessuna aveva un corpo decente. [...] (pp. 113-114)

 

159. [...] A Piazza Armerina subito mi è venuto dietro un cane, un povero bastardo fulvo in cerca di una carezza sul pelo fradicio. – È suo quel cane? Càccialo, càccialo via... – (Padrone con brutta grinta, alla cassa del suo ignobile bar). In un altro posto dove piglio un latte caldo con cognac per scaldarmi le dita livide sul bicchiere, tanta canaglia ingiubbonata di nero si arrostisce cuore e mente in un bagno turco di turpe musica, tira la coda al flipper, mangia porcherie, ingoia caffè, non sanno parlare, non sanno che cosa dire, ma sono meglio che altrove perché non mi notano. [...] Mentre sosto nella chiesa di Santo Stefano, in restauro, con decorazione delicatissima, ricompare il cagnetto di prima, e sarà triste e deluso vedendomi partire indifferente, dopo due offerte di fedeltà. [...] (pp. 114-115)

 

160. [...] [Augusta] Dev’essere così penosa la memoria dell’antico sonno insulare, da fargli inaccettabile il pensiero che il drago uscito dal sottosuolo ceda, chiuda, scompaia. L’idolo ormai li tiene, e San Giuseppe Lavoratore è il suo sacrestano, o l’agente elettorale mascherato della Raffineria e del Petrolchimico. Ma il tragico dell’esistenza non perdona: lo spazio tradizionale concedeva a ogni vita d’uomo un tempo breve, ma in armonia con le vie del cielo e delle costellazioni: il latte era latte, il pesce pescato non conteneva mercurio, il crostaceo non nascondeva la peste di Minamata; il nuovo spazio gli tuffa i polmoni nel veleno, disegna le mappe oscure del cancro ambientale, alla casipola sospesa sul ficodindia sostituisce il blocco di cemento che sta sul guscio d’uovo di Boom incessantemente corroso dal suo gemello Crisi. Gli occhi, perdendo la vista del cielo, in uno spazio che l’annulla materialmente e interiormente, si riempiono di sottosuolo; all’opacità arcaica sottentra un risveglio attossicato. La gabbia, intorno, è terribile. Per sopportarne la visione nel ricordo devo incessantemente richiamarmi alla mente il semicerchio liberatore di un teatro greco. Chi là dentro, aperti gli occhi, si sarà messo a comprare libri, forse si metterà nella stanza da letto visioni archeologiche, per sognare, con gli occhi squarciati dal nuovo spazio industriale, gli spazi arcaici perduti. [...] (pp. 121-122)

 

161. [...] Sui muri, l’assassinio di Pio La Torre è ormai illeggibile: ASSASS DAL TERR CRAZIONE... La sterminata regione chimica continua oltre Augusta fino a Siracusa. Due immagini: in un tratto dove dal nulla (do pregnanza a questa parola: dico proprio dal Nulla) è emerso in brevissimo tempo un nuovo stabilimento forse dov’era la sventurata Marina di Melilli, abbandonata e spianata poco tempo fa (la Melilli terragna è laggiù, su un colle, battuta dai gas) – c’era un bambino che giocava tra le dita del piede di una smisurata Sfinge di fuoco: un gregge di pecore brucava impassibile l’erba nello spazio trasformato e contaminato, e il pastore nascosto dai fumi avrà ancora nel cuore la bussola delle costellazioni; e poco più avanti, in un’altra visione di smesuranza industriale (si susseguono ininterrottamente, variando la smorfia, il fiato) un solitario aratore affondava l’erpice tirato da due magnifici cavalli bruni in un piccolo campo. Era certamente conscio di essere, col suo campetto e i suoi cavalli da Iliade, condannato a sparire, eppure arava, con pazienza, con disprezzo, con umiltà, con sapienza. Un Dio in incognito, un Dalai Lama in esilio, un simbolo, o semplicemente un uomo forte e tranquillo. Non sapeva che quel suo erpice è una spada, che il luogo dove arava ha il segreto nome di Termopili. E se fossi l’ULTIMO viaggiatore letterario in Italia? (p. 126)

 

162. [...] [Saluzzo] Purché mi fosse lasciata l’indipendenza spirituale, passerei volentieri il resto dei miei giorni in qualche istituzione religiosa, da perfetto celibe, ma non mi verrebbe accordato. E poi dove trovare un convento silenzioso, senza televisore? – A Giovanni è nata una vacca stanotte –. (Commuove; nascono ancora vacche però non sono lasciate vivere neppure per essere ammazzate, alla fine). (Chi sa se Giovanni lascerà vivere la sua vacca?) Mentre aspetto a Paesana un autista per andare a Crissolo, termino l’articolo di Virolleaud sui Refaim, che non ne spiega molto. In un testo di Ras Shamra il Rafà-baal ha senso di pastore. (Origine remota del salmo 23 e del Buon Pastore cristiano). L’ho visto nascere da una manica innevata oscura, por entre una quebrada de la sierra, proprio una vulva di roccia buia, e il disgelo subito gli dà impeto e lo rende forte come un Chirone. Il Po è sacro, è il fiume-padre italiano, ed è una figura di Verbo sofferente per il suo caricarsi di male lungo il suo percorso enorme. Una purità d’origini assoluta e trascendente: quella buca comunica con le Acque Superiori, di lì passa allo stato fluido, vestito di neve sciolta, l’angelico inviato per cominciare, dopo la tregua preistorica, il suo viaggio attraverso l’orrore umano. Tutto quel che è immondo sarà attirato da quest’acqua che ha accondisceso a patire come un martire di carne viva, e ogni secolo gli affiderà la sua pena e qualche pezzo del suo annientamento, delle sue torri crollate. Ma niente è stato il suo passato patire, a paragone dell’oltraggio industriale, del ritirarsi dalle sue rive l’uomo che pativa col fiume e nel dolore si riscattava, per cederle a macchine di sfruttamento e di saccheggio, ai sibilanti castelli ctonii di un Ente Elettrico. Fin dove può arrivare una sublime e nascosta volontà di espiare? Il dio Eridano è una figura superficiale, essere un membro che vive e sente del Verbo sacrificato, di un Logos che si fa Acqua, è molto di più ed è un’immagine più attuale: gli Dei spariscono, la sofferenza resta, e la sofferenza metafisica smisurata rende il male più tollerabile, non tanto perché condiviso, ma per il significato che ne riceve. Vedo il taglio nella roccia da dove nasce, ma la foce vera dei grandi fiumi che attraversano l’uomo è oscura. La foce geografica è puramente simbolica: tante bocche, necessarie per vomitare in più punti la piena del male raccolto, in un non udibile litaneggiare dolore. Bisogna capire il Po per capire l’Italia, perché gli appartiene per intero ed è l’unico fiume planetario italiano; in America sarebbe uno dei tanti Tennessee, qui è l’eccezione; nel resto dell’Europa non è il solo, qui è la solitudine regale che si fa fiume. Se non fossimo un popolo che inuma, le sue rive sarebbero piene di fuochi di cremazione, le sue acque di ceneri umane. Gli Arii dell’India ne avrebbero fatto un Gange purificatore, ma i campanili che a migliaia segnano le sue rive ne dicono ugualmente il richiamo religioso profondo, l’impossibilità di non averlo vicino per compiere certi riti sacrificali, e certamente una messa nei paesi padani non è una messa come le altre, e il suono di campane tra le sue nebbie più raccoglitore e consolatore che altrove. Oggi è giorno propizio: il Monviso ha la nettezza rude di una scorticatura e il Piano del Re non è troppo imbrattato dalle comitive. Oggi c’è una scolaresca, che riceve predicazioni scientifiche. Venite qua, bambini, non date retta, vi spiego io che cos’è il Po: è un «uomo di dolori», un Dio di luce che va laggiù a prostituirsi santamente tra le febbri, le garze insanguinate, i deliri; a distribuire la luminosità e la gioia e a ricevere in cambio nient’altro che escrementi... E non nasce qui dal Monviso ma da molto più lontano, viene da Oriente, e l’Oriente non è un punto cardinale, è un cardine nascosto, non è un’Asia delittuosa dove si divorano le folle umane fanatiche, è un pertugio aperto nel costato infinito di Dio da dove la luce esce senza uscirne mai. E la luce brilla nella tenebra e la tenebra non può acchiapparla. Noi siamo Occidente, ma quest’acqua che vedete, questo fiume enorme che potete scavalcare con un salto, è Oriente. Scendendo ai piedi verso il basso, a poca distanza dal Po che corre al suo sublime destino cloacale, ascoltandone la voce, dico il poema De l’éternel azur la sereine ironie di Mallarmé. Ha molto più senso e forza qui che tra i libri e i miasmi delle città. (pp. 155-157)

 

163. [...] [Crissolo] Compro miele di montagna da un erborista. – Qui in basso, sulle colline, le api muoiono; gli insetticidi le distruggono. I dintorni sono un grande frutteto, ma la frutta raccolta è come acqua avvelenata. Molti si sono fatti miliardari, con quelle mele... Di notte, nel cortile del Materassaio in via Deodata Saluzzo, si udiva il tic-tac di un pendolo invisibile. Nel refettorio del convento di San Bernardino, un gran frate biondo e rosso sta divorando un piattone di mele crude in un forte ristagno di odori d’olio e aceto. Masticando allegramente, con voce che tuona, mi illustra le storie dipinte. Non manca l’Ultima Cena; i frati però si augurano che per loro non venga tanto presto. Di faccia alla Cena, c’è la raccolta della Manna. Tutto invita a mangiare. (Grangia di Lagnasco). Il pavone: questo simbolo dell’immortalità è messo lì a fare da bidello in un’anticamera del mattatoio. Ci sono vacche nei pascoli, ma per lo più nella grangia gli animali restano chiusi per ingrassare più presto. Qualche vitellino gioca alla monta; non sa che mai gli sarà dato di fare sul serio. Si produce in grande quantità carne e frutta. Le pesche sono raccolte immature e portate in case-frigorifero, una è poco distante. Le stalle sono piene di bestie condannate, che visitano le rondini sbattendo con le ali nella loro sterminata pazienza. Tutto è meccanizzato; i contadini sono operai industriali; i campi sono macchine. La cappella è del 1689. (Abbazia di Staffarda, dintorni). Il brivido dell infinito lo si avrebbe, in queste campagne, se non ci fossero a rompere le correnti segrete delle sensazioni profonde, a sconvolgerne i codici, a paralizzarne il flusso, tante macchine flenatrici e tanti trattori, col loro perforarti insieme all’orecchio qualcosa dell’anima, e attraverso gli occhi che non trovano da posarsi sull’ondulamento delle groppe e sul muoversi liturgico e grave, senza pesantezza, dei carri, sgorbiarti fino a cancellarti, della bellezza che gli spazi aperti e coltivati trasmettono inutilmente, la percezione. Gli uccelli sono rari e non si sente ronzare un insetto. Darei qualcosa, volentieri un po’ di sangue, per il morso di un insetto; ma se ne stanno lontani, sospettano in me un Montedison. Il tempo storico celebra la sua effimera vittoria sul ciclico: sotto le mie chiappe subito doloranti per poco restino a contatto con la terra il filo d’erba da poco reciso che era cresciuto ricrescerà, ma siamo riusciti a renderlo mortale, a dargli l’impronta del tempo umano lineare, nell’unico modo possibile, contaminandolo, facendogli sentire il peso di una potenza che cresce, di un pensiero che evolve secondo il computo dell’anno cristiano, e tutte le arature si sentono in lavori forzati, imbarcate sopra una sterminata galera, fili d’erba, radici, germi, insetti, animali grandi e piccoli, semi, germogli, cellule di ogni vita, loro che ignoravano il tempo, che ripetevano senza rivolta il motivo immutabile, accettando di patire senza riscatto (ed è la volontà disperata di riscattarsi che fa il patire, in qualsiasi condizione), brancicano nel rimpianto muto della pace perduta, della libertà che godevano sotto una schiavitù accettata, voluta olimpicamente dagli astri contando i giorni (saranno pochi) che ancora restano perché questa sanguinaria demenza svanisca e il tempo storico che aspira delirando, sempre più cieco, a una redenzione materiale impossibile, sia fermato dalla necessità, e Nemesis passi anche su queste campagne ad annunciare che l’incubo è finito, l’arroganza umana schiacciata, la miseranda finzione del r1scatto punita dal cielo con manna di fuoco. Faccio qualche timido segnale agli automobilisti perché mi portino altrove, ma evidentemente la vista di una faccia passabilmente onesta li spaventa, cosi rinuncio, tornerò in corriera. Sull’erba, per un paio d’ore, a scrivere lettere: e non si è posata sulla carta una sola mosca! Eppure a cento metri pascolavano vacche, allora a che cosa gli serve avere una coda? La tesi di Fraenger sull’adamismo di Bosch non mi appassiona: è curiosa, senza essere realmente originale, e lo stile dell’autore è noioso Se non ci sono più mosche, come potrebbe esserci ancora Musica, ancora Poesia? Accontentevi dello spray insetticida. – Infatti siamo contenti. È il maggiore frutto della redenziane cristiana. Ritrovo le mie vacche nelle stalle di Staffarda, grovigli di code che fanno arabeschi nell’aria, il respiro grandioso, i rumini come motori. Su una finestrina è posata una colomba colore ocra pallido, immobile, che le fissa come un uccello notturno, felice di avere le ali. Nel chiostro i bambini scattano foto alle madri, le madri ai figli, e tutti succhiano gelati tirati fuori dai cappelli, dalle tasche, dai mattoni. Rimbomba la spiegazione del custode: – Da centosessantanni non ci sono più monaci! – In Italia non esiste la rabbia... (E la mia non la conti?) Magnificenza dell’osso DI STAFFARDA, avanzo fossile di un cistercense di notevoli dimensioni di dodici milioni d’anni fa, dotato di branchie per respirare nelle celle dell’abisso. Quelli che hanno finito il gelato succhiano lo stecco bagnato che ne avanza, le colonnine romaniche costrette a fare da sfondo a questi sorrisi di deficienti. Eccoli là, i georgofili, in sella sulle loro smisurate ruote... Muggiti e motori, il crepuscolo li fa più acri... Un uomo in bretelle, occhiali neri, arriva in bicicletta e si mette a parlare con lo zoppo che ha le chiavi dell’abbazia. I bambini sono partiti. Dalla corriera, è un attimo, intravedo un bello scorrere raccolto d’acque tra le piante, l’acqua è traslucida, silenziosa, verde, senza ghiaie, così poco larga che pare il suo corso finire presto... È il Po. Quei corpi cosi dolorosamente e armoniosamente atteggiati (nelle sculture della Pietà su cui torno a meditare nella cattedrale di Saluzzo) sembrano rivelare una funzione propria del corpo sottratta alla pura resistenza di un aggregato alla morte... Non so capirla chiaramente (in un vapore la vedo), ma si direbbe che il corpo sia stato lentissimamente modellato dall’Evoluzione col fine inimmaginabile di esprimere un mistero liturgico, una volta raggiunta la perfezione. A quel punto, l’involucro di ogni bestialità cade e si rivela l’essenza spirituale: era toro e vacca, grumo di spasmi, forza rinocerontale, ululato e smorfia, denti, intestino, e appare nella trepidante nudità del canto, fatto per essere null’altro che un ligneo canto pietrificato – bocca, mani, gesti in cui si esprime una verità nascosta, una realtà che solo in quell’ascetico allinearsi di membra, volo per una polifonia emessa dal loro tendersi di dolore alla luce, si manifesta. Finisce il giorno delle vacche. (26 maggio). (pp. 158-162)

 

164. [...] [Cuneo] Nel cesso del grande Caffè-Pasticceria sono appesi a un gancio, come un tempo, ben ritagliati pezzi di giornale. Il primo che toccherò a occhi chiusi dirà il mio destino; ecco: POTREBBE ESSERE IL TUO INVESTIMENTO MIGLIORE. Due distinti coniugi bevono il tè e mangiano qualche biscottino; io scrivo lettere. Sterminato è il Foro Boario, ora deserto, non muto. Sul Lungostura è fermo un gigantesco doppio traino per bovini; ha tre piani e ciascuno è diviso in due scomparti; è pieno di vitellini come un alveare. I manigoldi vogliono far passare i vitellini stivati nel piano più basso del vagone trainato nel primo gabbione (dai piani alti, come da abbaini, dolcissimi occhi atterriti) e per costringere i riluttanti li sospingono con urli e schiaffi, li tirano per la coda, aumentandone il panico. I vitellini inciampano, cascano uno sopra l’altro, qualche pugno li rimette in piedi sulle gambine tenere, poi buoni calci li scaraventano dentro l’altro carro della morte. Resta un solo vitellino, spaventatissimo, una libellula impazzita intorno a una lampada, chiazzato di bianco e nero, era già passato di là e torna indietro, solitaria renitenza al fato, l’uomo lo insegue carponi per la gabbia facendo urlacci uè! oì! bastardo vieni qua! lo tira per la coda lo stordisce di pugni in testa con tecnica da boxeur un sinistro un destro un sinistro pam pam... – Bastardoo! Vai!! – finalmente il vitellino è tornato nel mucchio, e le canaglie li pigiano sempre più per poter chiudere il carrozzone maledetto come una valigia troppo piena, è fatto, la retata bovina può partire per la sua Treblinka, per la sua Kolimà. Sarà un viaggio breve. RISTORANTE RESISTENZA. GHIGLIONE PIERO VENDITA BUDELLA SALATE DROGHE SPAGHI BUDELLA DA SALSICCIA. SARDO E QUAGLIA BUDELLE E DROGHE. SICURA FECONDITÀ! RIMEDIO SICURO CONTRO L’INFERTILITÀ! (Spaccio di integratori vitaminici per far figliare le vacche). Nel manifesto una Mammina Vacca tutta in pizzi dà con aria felice il biberon al suo vacchino neonato. SETTE GIORNI PER LA PACE. «E il suo olio ha cominciato a brillare senza che lo toccasse fuoco». Ci sono gli illuminati, e c’è il mare tenebroso dei ciechi: mentre i ciechi si riscaldano tra loro, perché sono l’umanità nel suo insieme e riempiono la terra, gli illuminati di rado si incontrano. Quando viaggiavano a piedi, riuscivano ad incontrarsi, qualche volta, lungo carovaniere invisibili sicure. Ma coi treni, i piroscafi, gli aerei... Le rotte invisibili sono perdute. L’illuminato vive e muore solo. [...] (pp. 163-164)

 

165. [...] [Milano] In piazza della Scala, un po’ di bestialità pura allo scoperto: il più miserabile di una banda sta prendendo a calci, tra gli sghignazzamenti, un povero piccione che non riesce più a volare, a ogni colpo di piede perde qualche penna, e vederlo spargersi aumenta l’ilarità di quei degni di forca. Quando si è finalmente allontanata, scopro il piccione zoppicante che cammina radendo il muro, cauto, desideroso di non essere visto, in cerca di un luogo dove morire senza più la vista nauseante dell’uomo. [...] (pp. 182-183)

 

166. [...] E un edificio brutto la Villa del Galeotto a Lecco, dove i ladri sono penetrati rubacchiando suppellettili e ricordi manzoniani, anche le cose in mostra sono di scarso interesse. C’è la tabacchiera che compare nel ritratto dell’Hayez, l’unico ritratto spirituale (grazie al modello) di questo artista grossolanissimo. I ladri hanno avuto accesso facile, dopo la mutilazione del parco, ridotto a pochi alberi e aiuole, per vendere spazio a lotti. Tomba del padre, con errore di data, 17 marzo 1809 (morì invece il 18 marzo 1807: ma che importa?) Chi sa perché i cani non hanno abbaiato; il custode con due fucilate avrebbe fatto dileguare i balordi. [...] (p. 183)

 

167. [...] [Monastero di Sabiona] Un passero svoletta tra i finti colonnati e le statue arnie del tarlo, esce, ritorna, conosce la via... Ma anche questa chiesuolina tedesca è un piccolo passero beato che si posa e vola libero dentro la gran prigione del Mondo... o dentro il Tempo cifrato del Mondo... [...] (p. 189)

 

168. [...] [Castello di Avio BZ] Sto su un bel tappeto di muschio, tra le cicale, di qua e di là ho soltanto montagne. La felicità è di non vedere esseri umani, una tregua al bisogno di servirsene e di servirli. [...] (p. 190)

 

169. [...] [Vicenza] Due donne dietro un banco lungo la strada stanno preparando bevande calde e fredde per una Marcia delle Nazioni che deve passare di qua, oggi non saranno più di settecento, domani almeno settemila, marciano tra le montagne per far sapere alle anime ammutolite delle valli che l’Europa vuole la pace. Ma lo sanno anche i pidocchi dello Yucatan! Anche gli scorpioni del Mar Rosso! Sarebbe meglio non si sapesse... Mi offrono tè tiepido con limone, che bevo volentieri. [...] (p. 192)

 

170. [...] [Arena Po] Un uomo fissa immobile l’acqua, è in tuta da meccanico, sulla sessantina, ci salutiamo. In mezzo al fiume un barcone carica ghiaia. – ... Ho fatto la guerra in marina e mi dicevo: se campo vado a stare vicino all’acqua... Perché ho la malattia dell’acqua, non posso starne lontano; così sono venuto qua; ho le mie barche, me ne vado in giro sul Po. Ma ormai è una fogna, la grande fogna di tutta l’alta Italia; là, dietro a quei pioppi, riceve l’Olona, che viene carico di tutte le immondizie di Milano; più giù il Lambro; veleni delle fabbriche e delle campagne, la plastica, tutto finisce in Po. Qualche pesce resiste ancora, ma a prosperare veramente sono soltanto i topi. Veri ratti, di quelli grossi, carnivori: arrivano a portare via il pesce ai pescatori! Cercano le carogne, gli avanzi degli scarichi; il fiume è diventato il loro pascolo! Qui, di notte, è tutto un pullulare di topi, tutta la terra delle rive è la loro tana. E le formiche! Le trovi dappertutto, sui muri, negli armadi. Sono le razze più resistenti; quando noi saremo spariti, non resteranno che loro; e si faranno la guerra per i nostri avanzi, una guerra colossale, fra i Topi e le Formiche... Parla con grande serenità, con un distacco imparato dal fiume; asciutto, profondamente buono, gli occhi che rivelano la capacità di vivere in un sogno. Eccolo sulla sua barca, di notte, sognare acque pure, inaccessibili, Po di altri mondi, incontaminati, mentre i remi lo portano qua e là tra il respirare infetto della moribonda corrente, e i ratti a milioni corrono lungo le rive a farsi gonfi di impurità umane. – Anche Lei, se viene da Roma fin qua, sarà perché è malato dell’acqua! – Sì, anch’io sono malato dell’acqua. C’è un po’ di brezza, molti insetti mordicchiano, la gru che tira su la ghiaia rompe col suo stridore le sonorità misteriose. Fa’ sparire l’Io che non sono, che non è mai nato, questo nome che non sono io, fiume; se ti medito e piango mi vedo svanire. Le quattro pomeridiane. Il ladro di ghiaia mi sta passando davanti facendo sempre più strage del silenzio. Cessato, finalmente... Ma subito a dargli il cambio c’è sulla riva opposta un’enorme ruspa e la tortura continua. Ci hanno chiusi nel rumore come le mogli dei sultani nel sacco di cuoio, dentro il Bosforo. E camminando camminando da un paesino brutto e triste sul Po, affogato nel caldo, per una strada battuta da mostri detti Camion e Trattori, arrivò a una stazioncina sperduta nel deserto padano e qui aspettava pazientemente un treno che andava a Voghera, quando... Dai muri esce un urlo di trionfo: è la Bayer, esultante per un suo nuovo moschicida sterminatore. Ma un giorno una mosca si poserà, vittoriosa, sull’ultimo escremento umano sopra la terra liberata per sempre. (Mentre sto leggendo, le mosche mi tormentano). Ora che si fa sera, io sono lontano dal Po. Sento che mi chiama, io sono lontano. Nella grande baracca solitaria coperta di lamiera ci sono tavoli per mangiare esclusivamente meloni e angurie. Una ragazza li affetta nel ghiaccio tritato, ma per nessuno. (pp. 202-203)

 

171. VIETATO L’ACCESSO AI CANI (non sanno che è citazione dall’Apocalisse) [...] Motta Visconti. Sul Ticino, un pezzo di bosco sta bruciando. La fiamma ingoia gli alberi come fossero carne viva; li sento urlare mentre si torcono. Qualche sconcia negligenza umana... Ci so1ì due o tre uomini con pale, e una ruspa, per tagliare la strada al fuoco. C’è un brigadiere dei carabinieri, classico, baffoni: – Com’è stato? – Lei da dove viene, scusi? – Da Roma. – Ed è arrivato qui a piedi? Dove va a mangiare? – Non mangio. Lo sapevo: la mia faccia li insospettisce sempre. La città è perduta, il villaggio è morto, un corso d’acqua è ancora una luce. Faccio respirare le gambe vicino alla corrente, le farfalle nere scendono a baciarla come una venerabile mano. Un grande salice abbattuto sul pelo dell’acqua ne filtra e commuove il suono come un’arpa eolia acquatica. I segni del Dominatore: pacchetti di sigarette vuoti, cicche, escrementi, bottigliette, plastica; da automobili sparse nel bosco, qualche shrapnel di sconcia musica. Se il finalismo naturale non fosse uno dei più gravi errori della ragione, prima che per la sete, l’acqua sembrerebbe nata per il battesimo, per scopi lustrali. Prima l’uomo si è immerso per purificazione interiore, poi per lavarsi il corpo, infine ha bevuto. Vetri rotti, piatti di plastica, carta igienica, forchette, aranciate. «Nostra intervista con Spadolini». Vorrei seguire il corso del fiume verso Sud ma dopo una marcia di un’ora e mezza nel bosco, per un sentiero senza indicazioni, rinuncio e torno indietro; gli uccelli mi beffeggiavano, i diavolini di San Ricalmo mi tormentavano. Ritrovo l’acqua ma stanno arrivando, non più sporadici, con tutta la loro fragorosa indecenza, i Fruitori del Parco. Si portano dietro attaccata la demenza urbana, per sguinzagliarla sulle rive, a divorare, a insozzare. Due ragazzine mi domandano «se ho da accendere». Va’ a farti accendere da chi vuoi la candela, ma lascia in pace me e questo povero bosco! L’arpa eolia acquatica, indifferente all’idiozia umana, continua a vibrare delicatamente, mentre le due sceme cercano altrove il loro cerino. Chi ha buttato quel giornale illustrato, aperto, sgualcito, come un proiettile, sul tronco del salice occupato in un suo rapporto profondo con la corrente, è capace di tutto. Un altro idiota spinge la moto, che fatica a muoversi nel sottobosco, al massimo della rumorosità. È proibito bagnarsi: eccoli già con le chiappe nell’acqua. Spuntano due tettine, ma appese a un petto volgare. Il rumore ha finito per soverchiare i bei suoni d’acqua. Vicino a a una ruota, c’è una coppia avvinghiata. Cammino su mucchietti di rifiuti e di tracce di ="MsoNormal" style="margin-top: 0; margin-bottom: 0"> Ci sentivamo però guardati, da quegli occhi grandi e fissi, grandi come un pentacolo di Salomone della grandezza di un fanale di un treno. In certi momenti apparivano talmente grandi da non sembrare più occhi di uccelli o, forse, di uccelli, ma di prima della Storia Naturale.

La vita intorno alla gabbia degli uccelli sarebbe stato meglio non mostrarla mai alla luce del giorno, tanto era piena di vergogne. Su che cosa erano fissi gli occhi degli uccelli nella gabbia, che non si chiudevano mai, che non dormivano mai, immersi nella loro notte di veglia senza fine? Su dell’ordine e del disordine equamente immondi. Terrore d’invecchiare e di morire, amori svogliati da nauseare, giornali letti e buttati, acqua fatta bollire, libri inutili o inutilmente letti, flaconi e supposte, e parole irriconoscibili, così degenerate, per il Verbo che si era in loro incarnato. Le parole erano la nostra massima vergogna e gli occhi degli uccelli in gabbia le vedevano ballare nude, come streghe.

Di notte, talvolta, si aveva la sensazione che i becchi degli uccelli si avvicinassero ai nostri respiri come per baciarci, mentre la stanza si riempiva di grandi ali che si davano impaccio, perché la loro gabbia era anche la nostra. Aprendo gli occhi incontravamo le loro pupille enormi e ci entrava nel cuore un po’ della loro sterminata commiserazione. (pp. 3-4)

 

299. L’uomo antropomorfo

Prima della nostra epoca post-storica la Terra era abitata dall’uomo antropomorfo, un flagello a cui nessun altro può essere comparato.

Se la Terra è ridotta così, lo si deve a lui.

È un errore di molti antropologi seguitare a credere che l’uomo antropomorfo fosse intelligentissimo. È certo che avesse due gambe e che parlasse, anche troppo, ma quanto a intelligenza,  salvo eccezioni (divinità incarnate, non uomini) non era che un cane ammaestrato da un titano punito.

Era dominato da un’idea fissa: essere immortale o addirittura, una volta morto, tornare a vivere. È intelligenza questa?

Dava retta a ogni specie di impostori, purché gli dicessero che non sarebbe mai realmente morto, intanto finiva divorato dai coccodrilli, che pullulavano nei fiumi dove si bagnava, il Po, il Danubio, la Garonna, oppure ingoiato dalla tromba delle scale, in fondo alla quale mai pensò (tanto poco intelligente era!) a mettere una pila di cuscini.

Si univa con gusto, ma non sempre il piacere corrispondeva all’attesa, con la donna antropomorfa, che poi doveva allattarne i figli, con mammelle che in poco tempo si consumavano come sigari.

Partiva, ritornava, ripartiva. Questo però dall’epoca che fu chiamata Moderna. L’uomo antropomorfo delle epoche precedenti partiva soltanto se lo imbarcavano su navi dette galere, dove lo legavano al remo e lo nutrivano con biscotto marcio, frustandolo ogni momento, finché gli passava la voglia di tornare, e anche di vivere.

Fu a bordo delle galere che si fece luce l’idea tutt’altro che infondata, diffusa da tutti i filosofi e poeti antropomorfi, che il mondo intero fosse, per l’uomo antropomorfo, nient’altro che una galera.

Si incideva sulla pietra massime come non rubare – non uccidere per ricordarsi di non seguirle, e accrescere enormemente il suo piacere di uccidere e di rubare.

Un’altra delle sue follie era che Dio avesse orecchie come lui e si occupasse di ascoltarne pazientemente le suppliche, coll’obbligo anche di esaudirle al più presto.

Le macchine che inventò per evitare di affaticarsi, obbedivano occultamente al decreto, questo sì divino, della sua estinzione come specie. Glielo dissero: si mise a sbraitare che lo lasciassero lavorare in pace.

Riuscì a riprodursi anche dopo morto facendo a meno dell’utero della donna antropomorfa, e trovò il modo di rendere banale e alla portata di chiunque pagasse un biglietto di volo senza ali.

Dalle sue copule innaturali furono generate innumerevoli specie di spiriti maligni.

Scriveva lettere che cominciavano sempre con caro, cara e terminavano con espressioni attinenti al rivedersi. Poi, rivedendosi, il mittente e il destinatario si lasciavano quasi subito con l’impegno di riscriversi.

Uccelli dal piumaggio meraviglioso e dal becco a uncino impararono a ripetere parole dell’uomo antropomorfo: non hanno nulla di elevato ma si possono udire ancora con spasso da qualcuno di quegli uccelli ultracentenari, voci rauche abitatrici di pensiline deserte.

Ecco alcune parole dell’uomo antropomorfo tramandate dai Pappagalli:

– Pina, sei una puttana! – Mi scappa la piscia! Michele! – Noccioline… noccioline… – Cristo, che colpo! – Angelo, sei un porco. – Le quattro e dieci. – Ciao. – Ho fame. – Ciao. Vado a dormire. – Bandiera rossa. – Che barba. Ancora. – Ho fame. Ciao. – Ciao, fame. – Pina, pappa. – Un caffè. – Ciao puttana ciao. – Bandiera rossa. Ciao. – Ciao. (pp. 71-73)

 

300. Altre linee di tram per Alfred Doeblin […] Mi piaceva prendere il 2027 e attraversare tante città, con le loro giostre, le loro sparatorie, i preti, i bambini, le donne con la spesa, i muratori che precipitano, e ammiravo il manovratore, con la barba lunga, la camicia sbottonata, che non si addormentava mai sul manubrio e si fermava se sui binari c’era una lumaca, finché non fosse passata. (p. 92)

 

301. Le mosche

Estati piene di mosche, dove siete? Vi rimpiango, perché non ronzando più di mosche le case si riempiono soltanto delle nostre telefonate inutili, ed è grigio un mattatoio dove i mosconi non animano più i bei pezzi di carne rosa e blu. La geniale crudeltà infantile aveva modo di sfogarsi sopra le mosche, a cui non risparmiava nessuna tortura: adesso tocca ai genitori fare da mosche; i bambini gli strappano un braccio, una gamba, li tuffano in acqua bollente, li decapitano, li stanno ad osservare nei loro disperati sforzi per comunicare tra loro, nonostante le amputazioni.

Mezzo secolo fa l’insetticida chimico era già stato inventato, ma non arrivava a fulminare insieme la mosca e l’uomo, perché la giustizia divina non si era ancora svegliata.

Estati di mosche… estati per mosche… estati in cui non si pensava ad altro che a liberarsi dalle mosche, in cui era bello essere giovani per poter combattere, talvolta da soli, contro le mosche invasore…

Una trappola astutissima era il pigliamosche all’aceto. Una vaschetta di vetro su tre gambe, bucata come una ciambella, dal bordo alto, che si riempiva d’acqua mescolata ad aceto, munita di un coperchio a campana piuttosto alto, combaciante coll’orlo della vaschetta. Sotto il buco circolare, si collocava un pezzo di carta da pane dove faceva da esca un poco di zucchero, la cui fanfara olfattiva attirava le mosche a legioni. L’ideogramma zucchero era tracciato dalle zampine dei ditteri anziani sulla finestra o su uno specchio: tutte le mosche abbandonavano in fretta salumi, pesci, deiezioni, code, nasi, barbe, formaggi, polpette, bocche per precipitarsi nel luogo fatato.

La natura circostante respirava di sollievo e la conversazione sotto il pergolato. Resa meno piacevole dall’abolizione della schiavitù – nessuno, eccetto le mogli degli alti Ufficiali rientrati dalle Colonie, godeva di domestiche nere che scacciassero le mosche dai nostri pallidi volti – prendeva un tono più calmo, senza il rischio che una mosca, mentre parole importantissime come matrimonio o patrimonio stavano per essere emesse nella luce pomeridiana, si avventurasse tra le salive.

Le mosche non indugiavano a lungo in quello spazio succulento preparato per loro. Le nuove arrivate non davano tempo a nessuna di saziarsi: presto la mosca che aveva appena gustato il paradiso si alzava a volo, verticalmente, e qui restava prigioniera della campana. La fuga era impossibile (pur con tanti occhi non vedevano il buco per il quale erano passate) e dopo una serie di giri da vere mosche impazzite, rese via via più cieche dai vapori ubriacanti dell’aceto,  cascavano finalmente nella vaschetta, dove sarebbero morte affogate, ma non subito, perché una mosca sa tenersi a galla a lungo, grazie alle gambette agili e alla leggerezza delle alucce.

Dopo un’ora o due, la quantità di mosche nell’acqua era tanta da formare una crosta nera brulicante e lo spessore dello strato dei naufraghi, formando una specie di collosa zattera, faceva più lenta, più penosa l’inesorabile marcia dei molesti insetti verso la morte.

Al momento di cambiare l’acqua nella vaschetta, l’uomo celebrava uno dei suoi più intensi trionfi sulla natura. Su quel tavolo, su quella qualsiasi sporgenza, imprigionate dalla sua intelligenza, dalle sue abili mani, dalla sua operosità tecnica, stavano crepando di orribile morte centinaia e centinaia di mosche. Ecco la fine di ciò che si oppone, nella natura, all’igienico dominio di colui che Dio creò a sua immagine! Lo spettacolo non sarebbe dispiaciuto, forse, a Spinoza, che nella trappola avrebbe visto un’espressione della virus dell’uomo e che si divertiva un poco, quando non fumava la pipa meditando, a tormentare insetti.

Il paragone tra il pigliamosche all’aceto e l’esistenza umana è qui inevitabile.

Ci attirano con un po’ di zucchero. Corriamo. Un attimo dopo, varcato il fatale buco, siamo prigionieri della campana di vetro. Nessuna uscita. La cucina, il salotto, la finestra aperta sull’estate, il cielo sonoro, gente che ride e mangia: tutto di là di quel vetro che non possiamo rompere. Presto saremo storditi dai vapori d’aceto, ed eccoci zampettare nella vaschetta della morte, dove lotteremo a lungo, in compagnia di altri infiniti, nera pasta di naufraghi senza scampo, finché una mano brutale e precisa (qualcuno intelligentissimo, e molto soddisfatto del risultato) ci scaraventerà tutti insieme in un definitivo buio. Oh, là, è finita un’epoca. È finito un mondo. È finito un sistema di mondi. Poi tutto ricomincia, con altro zucchero, con altre mosche. (pp.109-111)

 

302. Le farfalle non abitano più qui

Un cane abitava in una città, senza padrone, al guinzaglio però della demenza e del sudiciume.

Andava ogni tanto a rotolarsi in un prato circondato da montagne, dove non c’era che una casa di pietra disabitata. Gli piacevano le farfalle. Si fermava ad osservarle mentre cavalcavano, immobili, i tarassaci, le ilici, le genziane, le rincorreva senza fargli male. Le farfalle lo conoscevano e venivano a fargli il solletico sul muso.

Dopo aver giocato per qualche ora con le farfalle il cane tornava a inabissarsi tra le luci senza Dio e le case senza speranza. Si nutriva dei rifiuti di un ospedale, ogni tanto trovava una gamba, un rene, mangiava perfino i calcoli, le ulcere.

Ma nel giorno delle farfalle bevevo soltanto. Dove c’erano le farfalle l’acqua era pulita, Poi, per giorni, per settimane, il ricordo delle farfalle lo accompagnava e lo rallegrava.

Il cane era vecchio, gli costava sempre più sforzo arrivare, al modo di viaggiare dei cani, tra pericoli crescenti, al prato delle farfalle.

– E se andassi a morire là, tra le farfalle? Anche di fame, purché tra loro…

Partì per l’ultima volta, salutando gli altri cani che dividevano con lui la vita grama del randagio tra gli uomini, e arrivò, impiegando più tempo e più sforzo, al prato delle farfalle.

Era la loro stagione, i fiori c’erano, la casa era sempre disabitata, l’acqua pareva pulita, ma dov’erano le farfalle?

Il cane non voleva morire senza averle rivedute, cercava dentro i fiori, si poneva in vedetta sulle rocce. Mattino e poi sera: dov’erano le farfalle?

Il cane andava su e giù, sempre più magro e stracco, cercandole.

Finché una voce si alzò dalla terra: – È inutile che cerchi. Le farfalle non abitano più qui. (pp. 165-166) 

 

 

Da Tra pensieri, Adelphi, Milano 1994

 

303. [...] Il frammento, in verità, è sempre nuovo.

Il frammento è un viaggio nel nucleo atomico, nell’àcaro pascaliano, nel dedalo del protozoo. Più frammenti pensanti insieme formano delle nuove aggregazioni, delle vegetazioni da grotta, dove si colgono altre rivelazioni.

Sappiamo la potenza d’urto sulla mente del verso idolato, la forza persuasiva del versetto preso a caso nei testi sacri, la dilatazione infinita delle combinazioni dell’I-Ching, la pregnanza dei ciottoli lasciati dal naufragio dei presocratici, l’indipendenza speculativa del cane semiaffogato ai margini delle Pitture Nere di Goya. [pp. 10-11]

 

304. [...] È strano come tutto mi si configuri e distenda come uno spazio-corpo di figura umana... Oggi sento che fu un limite soffocatore essermi sempre e così tanto occupato di uomo e destino umano. Perché non di altro, Dio mio – di formiche, di piante medicinali, di funghi? No, uomo sempre, così anche il mio repertorio di metafore è un essere antropoide, che incessantemente mendica altre fami, che respira e muore. [...] (p. 13)

 

305. [...] Le date valgono per far rivolare le farfalle morte, non come spilli che dicano «mai più volerà». [...] (p. 14)

 

 

 

Da Lo scrittore inesistente, Editrice La Stampa, Torino 1999

 

306. Donare o non donare (3 giugno1988) […] Il potere tecnico sulla vita e sulla morte è tutto orribile: non va allargato, ma ostacolato, perché le sue conseguenze non possono essere che funeste, e questa partenza con trombe non è di buon presagio.

È bello il verso che comincia “Proteggete i miei padri”: c’è dentro qualcosa che si rivelerà, forse, domani. E messo davanti al Deorum Manium iura sancta sunto delle Dodici Tavole trimillenarie (“Siano sacri i diritti dei morti”) anche uno scimpanzé istruito da zingari sente il vento di una forza inesplicabile, si spaventa e cade in ginocchio.

Sono così renitente perché ogni conquista tecnica è ormai connessa, inevitabilmente, inestricabilmente, col crimine e con l’espansione, la moltiplicazione e l’impunibilità dei crimini. Chimica, nucleare, motorizzazione, panelettronismo: enormi spazi di mondo contagiati dal crimine – e più dal crimine che dai veleni. […] (p. 38)

 

307. In terra d’Israele: l’impossibile pace (3 settembre 1994) Non viene pace, un soffio di vera pace, da queste religioni malate del Dio unico rivelato, i cui centri sono Mecca e Gerusalemme […].

Avere accettato, perfino ritualizzato, il mattatoio, la macellazione, l’alimentazione carnea fu una grande sciagura, per la religione rivelata e per tutto il mondo, che non può più riscattarsene. […] (p. 130)

 

308. Razionalità e sterminio (30 dicembre 1995) […] Il sacrificatore laico, lo sterminatore razionale di natura vivente,  di ambiente indivisibile, travestito da capitale, da scienza, da tecnica, da insieme di cifre, da economia-che-tira,  da futuro, che dappertutto ha il potere e le armi, che vuole la pace per poter meglio sacrificare, che compone i governi o li asservisce, che vende e compra tutto, che parla con molte bocche un’infinità di lingue, questo forsennato che ignora ogni limite – chi lo incrimina, chi può toccarlo? E quale molecola vivente, mentale anche, può sottrarsi alle ustioni, ai dissanguamenti, agli squarci, prodotti dalle sue mani? (p. 140)

 

309. La strage di Pasqua  (16 aprile 1995)

Sulla distruzione gastropantagruelica, organizzata, ingentissima, di animali a sangue caldo eccessivamente miti quando cadono queste strazianti feste religiose, vale la pena che anche una pagina politica dica qualcosa. Trattandosi di un ottimo affare, industriale-commerciale e turistico, parlarne sveglia subito il cane politico, nella sua funzione di guardiano degli affari. Ma la faccenda riguarda un po’ tutto. In quanto un consumo di massa è costume, è comportamento, e un consumo di massa che gronda sofferenza e sangue di esseri viventi non è un fatto privo di conseguenze…

Di conseguenze che la ragione calcolante non può mettere in percentuali. Si tratta di conseguenze che non si vedono. Ma nessun atto passa senza lasciare un segno. Tiratemi fuori dai libri un qualsiasi greco antico e vi dirà che uno o dieci animali sacrificati possono chiamarsi un rito propiziatorio, ma trecento-cinquecentomila messi in fila per macellazione in serie e poi a sgocciolare in giganteschi mercati refrigerati, per milioni di bocche indifferenti, e neppure affamate, in base ad un appuntamento con il calendario, sono un peccato di Ybris, Misura Oltrepassata, di legge divina violata, il più certo dei peccati in qualsiasi società o tempo, e l’unico che non resti mai impunito, l’unico che non sia perdonato.

Non ho tabelle. Immagino che la sola Europa occidentale, consumi, nei giorni di pasqua, tra cristiani, atei, ebrei e mussulmani acclimatati, parecchie milioni di capi ovini. Tutto questo in città e campagne da cui al festosità della festa è da un pezzo sparita. Ci vuole l’agnello perché è Pasqua. Ma perché è pasqua? si chiede l’agnello.

Allora ecco: beati quelli per cui non è Pasqua e che, immemori di ogni pasqua, ma non del legame nostro col tutto, mangeranno cose di giorni qualunque senza contenuti e ricordi di sangue, senza lamenti di mattatoio, una pasta e fagioli né d’Oriente né d’Occidente, un’insalata né ebraica né cristiana, una fritta al prezzemolo poverissima di Ybris, rischiosa soltanto per il colesterolo. Beati quelli che in ogni giorno dell’anno salvano l’agnello. E la vacca. E il vitello. E il coniglio. E il maiale. E lo struzzo.

Bisogna ormai mettere lo struzzo, nell’area di Protezione della Vacca, perché l’Europa si sta unendo anche nella scoperta dello struzzo come pollo d’allevamento. Beati dunque anche quelli che salvano lo struzzo.

Guardatevi intorno. C’è da raccogliersi e pensare, ma non abbiamo motivi per fare festa. Un po’ di religione anteriore, che aborrisca dai culti sterminatori (pseudonatali, pseudopasque), questo solo ancora può avere un senso. Rifiutando quel cibo contaminato, che contiene seme di morte, un barlume di religiosità redentrice, emancipata dal sistema mentale che considera perfettamente normale e morale l’allevamento e il mattatoio, s’incontra, può essere suscitato.

L’odore di eresia di questo tipo di astinenza – ovviamente drastica, e che si faccia regola di vita – disturba, giustamente, i cardinali. In paese cristiano sempre ebbe vita difficile, ti metteva tra i sospetti, astenersi dalle carni. La Chiesa dava la caccia al manicheo che le rifiutava e temeva l’eretico più della peste. Lo temerebbe ancora oggi, e ben più dell’Aids, genere di contagio che la Chiesa, senza proclamarlo, non vede poi tanto male. Sarebbe bello, certamente, lasciarli soli, vescovi e cardinali, a mangiare arrosto di agnello, in mezzo a un ribollire di astensioni minacciosamente miti.

La bruta necessità può bastare, siamo schiavi del ventre, in un pianeta senza pietà: ma giustificazioni e autorizzazioni divine, scritturali, a mense macchiate di sangue, sono intollerabili storture.

La fusione tra consumo di massa e tradizione religiosa ha qualcosa di specialmente perverso, che ci colloca tutti quanti nel disagio incosciente, come un sintomo patologico inavvertito, di una bieca e opaca soddisfazione. Una festa di finzione, che sopravvive per forza di calendario, in un ambiente stravolto, non ha niente di buono, di rasserenante, finisce in roghi di autostrada, in sbracate indigestioni.

Gli allevamenti intensivi da macello, i trasporti di bestiame da grandi distanze, vere concentrazioni di dolore, rispecchiano la vocazione al genocidio, agli sterminii di massa, anche delle società che non praticano la guerra tribale o etnica o religiosa. È uno dei grandi silenzi di colpa e di infamia delle economie di prosperità. L’animale che patisce ci giudica. Uomini spiritualmente nulli e tecnicamente potentissimi verso ogni debole si drizzano sadici. Il rapporto con gli animali, in decine di situazioni, è sostanzialmente quello che Ian Brady e Mira Hindley avevano verso i bambini.

Come si vede la riflessione sull’agnello portano a considerazioni molto attuali sul senso e la freccia di questa economia del consumo e della distruzione, e sul nocciolo sadico di un’antropolatria che è frutto velenoso dell’empietà e dell’indifferenza. Le crisi di una simile economia non sono che apparenze: tiene benché mostruosa, in quanto è economia di guerra, di una guerra in cui qualsiasi crimine è fatto lecito pur di vincere, e che è già perduta: si opera premuto contro un  muraglione che non può essere perforato. Nei sogni dei detenuti della Kolyma, racconta il meraviglioso Varlam Šalomov, apparivano giganteschi pani di setola, in giostra come gli astri della notte stellata di Van Gogh, e non coscine di agnelli. La vera fame non sbaglia l’oggetto del suo concupire. (pp. 173-175)

 

310. La ragione perdente (I° settembre 1995) Mi piace la sfida di Greenpeace.

[…] Se si vuole, tutte le battaglie per l’ambiente planetario hanno un senso nel Regno di Dio. Chi è figlio del Regno è perdente, le canaglie stravincono. Amen.

La fila dei perdenti è lunga, e quello delle perdite, uno schedario infinito. In una mistica lontananza, ecco il nobile profilo di Ettore Maiorana. Vicini, vicinissimi a noi, ecco Chico Mendés, l’eroe amazzonico, e Alex Langer, il Verde suicida di Pian dei Giullari. […]

C’è una bellezza nell’essere vinti, ma non bisogna esserlo senza battersi. La macchina che ci schiaccia è di una brutalità senza limiti, ma bisogna farla soffrire.

In questo momento Greenpeace non ha ancora perso. Non ho molta speranza, ma invio un mantra per propiziare la sua missione.

Grazie, Greenpeace. (pp. 175-176)

 

311. I piani dello Stato del crimine (6 marzo 1997)

Non occorrono strumenti per seguire i progressi della glaciazione spirituale. Basta un poco d’illuminazione, l’osservatorio è una finestra qualunque, due occhi che pensano, e comprendi l’inutilità del tuo, o di chiunque altro, avvertimento.

Vedi l’incadaverirsi della mente attiva, e il prevalere di strane canaglie, mosse da non si sa che cosa, perché prive di odio come di amore, mosse da qualcosa che agisce nel mondo ma non è visibile, come da una tenebra che avesse mani, intelligenza e qualche fine terribile e incomprensibile.

Strane canaglie anche quelli là, in Scozia e in tanti luoghi, che fanno le ricerche e le sperimentazioni dette di biotecnologia, apparentemente facce di padri-di-famiglia banali, di universitari seriali, però strumenti di quel Qualcosa, al lavoro per fini che sfuggono e, salvo ai complici incoscienti e al gran popolo dei cretini, fanno paura.

O di là o di qua. O con loro o contro. Naturalmente, la dottrina che ci predicano è la solita: «Sì, fino a un certo punto», «Occorre una legge che ponga limiti chiari»... Ma la legge la fanno già loro, la legge è già loro: si può, tutt’al più, mettersi al di fuori della loro legge, pensare da fuori-legge, da non-cittadini di questo immenso stato del crimine in cui è stato trasformato un pianeta che, in origine, era soltanto di dolore.

Lo stato planetario del crimine si alimenta di ottimismo; in ogni cosa è l’ottimismo il suo Kit-Kat elettivo... Ci sono degli aurei versicoletti di Montale: «Credi che il pessimismo sia davvero esistito? Se mi guardo d’attorno non ne è traccia...» Ma sì, qualche striatura è rintracciabile, ma come variante paesistica è insignificante, nessuna minaccia per le riserve dello Stato del Crimine.

«Non fermiamo la ricerca» ammoniscono le Voci Autorevoli. Grazie a Dio, la mia non lo è. Io avrei storto il polso di Barnard, sorriso dei più dracula, sul punto d’innestare il cuore di un altro in quel povero dentista prolungandogli sontuosamente di qualche mese le pene agoniche. Perfino dietro le nuove sventurate bestiole donate c’è il sorriso di quel vampiro: ci sono, nei piani dello Stato del Crimine, sterminati serbatoi di organi da trapiantare, sia di animali chimere che di umani di seconda e terza classe, tutti accomunati nella sventura « per il bene dell’umanità». Io vedrei con viva soddisfazione le ruspe grattare via, dalla terra che grida, impianti come l’Istituto Roslin, dappertutto dove si trovano, e i loro «ricercatori» ridotti a barboni, a lavavetri, a intoccabili.

Perché o si è dentro la legge dello Stato planetario del Crimine o se ne è fuori del tutto. Si può essere lasciati vivere, in tale cittadinanza aliena, però non si può in nessun caso contare tra le voci autorevoli. E per masochismo o smania di complicità che gli Autorevoli esprimono timori di oscurantismo... Nessun rischio che si fermino, per legge, delle ricerche alle quali è fortissimamente interessata, in blocco, la legislazione dalle immense ali, che bacchetta tutte le altre, da cui tutte ormai dipendono la legislazione planetaria criminale, il cui braccio armato, il cui principale strumento repressivo di ogni limite morale e pratico è la scienza... La scienza com’è oggi in concreto: inseparabile dal potere tecnologico, asservita al profitto e alla volontà di potenza. La scienza disinteressata non ha più voce.

Organi rappresentativi in grado di opporre una legge radicalmente diversa e contrastante non ce ne sono. Manca in tutti un sia pur minimo sospetto che una legge senza confini di nazioni, capovolta, infera, pansadica, agisca anche attraverso di loro, ne ispiri gli atti, ne censuri i discorsi. E senza un’idea chiara del nemico e della sua forza, qualsiasi apparato di difesa è impotente.

Eccoli ora tutti quanti a berciare «l’uomo – l’uomo –  l’uomo! l’uomo no, l’uomo mai!» oppure (finezza) «l’uomo anche, sì, ma un pezzettino!» Non sanno, poveretti di essere già stati venduti, di essere già dentro al cetaceo di ferro Esperimento, e quanto sia perverso, quanto sia disumano e stupido quell’ossessivo riferimento all’uomo in astratto, separando l’uomo reale dalle bestie, la cui prospettiva è invece un tolleratissima schiavizzazione illimitata, una torturabilità sperimentale che avrebbe fatto orrore perfino al dottor Moreau di WelIs. L’Istituto Roslin mi pare già andato oltre la dannazione di quell’isola wellsiana. Ma anche un qualsiasi laboratorio di ricerche su cancro e Aids, su cosmetici, su trapianti, o allevamento di bovini, di animali da pelliccia, di ovaiole, hanno già superato il dottor Moreau

Si può essere più ciechi? Si può non vedere che una simile degradazione, un così feroce annichilimento della realtà animale sulla terra è nello stesso tempo degradazione, schiavizzazione, annientamento di diritti dell’uomo? Chi ci ha tolto il senso dell’unità del vivente a tal punto? Perché, se per quelli là, con la coda, il pelo, le quattro zampe, le alucce, tutto è lecito, tutto va bene ed è lecito, quel placet è già trascritto, in grafia invisibile, nel destino, nella carne di noi uomini.

In una glaciazione spirituale di compassione ne resta poca. Ma io non parlo, qui, di compassione. Chi ne ha, perderà e non sarà perduto. Qui mi limito a porre domande, esercizio definito da Heidegger come la pietas, la preghiera del pensare. Perché a tanta disponibilità di divertimenti corrisponde un’agghiacciante assenza di gioia, nel grande Stato del Crimine? Perché tante guarigioni che ti lasciano senza difese naturali, perché tante cure che distruggono l’integrità fisica e mentale, perché tanti farmaci che avvivano morbilità impensate? E tante esistenze artificiali, e ambienti alterati, e vecchiaie disperate, e teste di giovani donate? Perché un simile oceano di sofferenze all’interno di uno smisurato apparato per la loro eliminazione?

Perché tanti sintomi di squilibrio individuale e di demenza collettiva, tanti comportamenti autolesionistici, tante cadute nelle depressioni, tanta distruttività in tutti verso tutto? Che ci sia dietro l’angolo un’infelicità crescente, insostenibile, è la sensazione comune, ed è impossibile reprimerla con banalità e imposture.

La biogenetica darà vita a mostruosità sanguinarie inimmaginabili, ma la sua non è che la saldatura finale del cerchio.

La pianificazione di una totale riduzione in schiavitù innominabili di tutti gli animali catturabili, e non sfuggiti alla nostra rete per il susseguirsi delle estinzioni, messa in atto da intelligenze ripugnanti, prive di ogni luce, non può risparmiare te europeo, te americano, te asiatico o africano che ti illudi di esserne fuori. «Non trovo più un volto - dice il personaggio di Wells alla fine dell’Isola del dottor Moreau - che abbia la calma umanità di un essere ragionevole». (pp. 185-188)

 

312. Rogor, guerriero chimico (26 luglio 1988)

Sebbene in rapporto così scabroso coi nostri provvisori organi respiratori, questo Rogor della Farmoplant di Massa, lo assolverebbero ancora, almeno con l’insufficienza di prove, se all’improvviso non si fosse messo a strafare, danneggiando il turismo – il turismo (mi vergogno, ma non posso trattenere, qui, un gioco dei più ilari) di massa.

Superbo, anzi, come avvelenatore d’ortofrutticolo. Sparso a oneste tonnellate sulle coltivazioni italofone, tra le meno tirchie del mondo in simili aspersioni, Rogor diventa parte delle gioie riservate al palato.

La tavola sopporta tutto, proprio tutto, più paziente dell’asino e del cammello, più fedele del cane, più veloce dello squalo e più cieca della talpa. La tavola è l’intestino geometrizzato e stilizzato: reso materia, plastificato, inerte, senza occhi. Una volta preso posto, nessuno fiata più: Rogor, Stricnol, Dum-Dum, Lampo-Benzina-Superiore, Estrogeno, Collante, Cesio 137, Stronzio 90, Cloramfenicolo, Borotalco, Cera Lux, purché la pietanza, per cottura e manipolazioni, non ne abbia odore o sapore, benvenuti nel piatto. Tutti affondano gioiosi il cucchiaio nel Minestrone al Pesticida, capolavoro della dieta mediterranea, e com’è buono, dicono, com’è buono!

Ha anche un bel nome, pur cosi seccamente chimico, da guerriero spaziale, tra Gordon e Superman - Rogor...

Arriva Rogor – ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta! – eccoli stesi, i parassiti... Che eroe! Che pugno, questo Rogor! Che angelo sterminatore! In hoc signo vinces: Farmoplant.

Voragine ironica, la Natura però replica moltiplicandoli, i parassiti, e imparassitisce quanto più l’agrochimica mitraglia e bombarda, i terreni, gli alberi, le foglie... La natura ride di tutti i nostri Rogor, ne ride di un riso malauguroso...

Le legioni di Succulentus Beta Plyn, Filibertanus Maior, Quaker 719, Bidonus Maccaron Corelli, Unni del vigneto e dell’ulivo, e la nuova cavalletta pluriafricana Perestroika Dies Irae 99, l’anno dopo, rieccole triplicate, più forti, con corazze antirogor imperforabili, e allora?

Ci pensa il Farmoplant-man. Come il postino di James Cain, bussa sempre due volte, anche tre o quattro se occorre, testardo e persuasivo.

«Come andiamo? Sono tornati, spero».

«Altro che! Mangiano tutto. Li senta come masticano il fagiolino».

Il campo risuona di sorde masticazioni, molto simili a quelle dei morti, quando si attaccano ai crisantemi freschi. Frequenti, anche, dei barriti... Li emette Bidonus Maccaron Corelli, il più giovane di questi malnati, che hanno di mira la riduzione dei profitti delle aziende agricole e addirittura la riduzione del prodotto eccedente, accertato invendibile per mancanza di domanda, cosi si dice.

Il Farmoplan-man ha il rimedio pronto. «Benissimo, quest’anno ce ne vuole almeno tre volte tanto. Per cominciare, vi mando due tonnellatine di Rogor rafforzato».

Cosi si fanno gli affari e la Borsa esulta. Tutto è in crescita: l’Italia (si sa), Bidonus Maccaron, i profitti dell’azienda, le azioni dell’immane complesso Montedisastron. Quando l’Agrofobo (ex agricoltore) gli spara addosso, dalla vicina rampa missilistica, su dieci ettari di terreno, una nube di Rogor valevole per cento ettari (su consiglio dell’agrochimico), Bidonus Maccaron simula stecchimento... C’è da sospettare che sia d’accordo coi tecnici del complesso...

La Natura, che non ci ama, che non ci ha mai amati, è contenta, col suo sorriso di divinità indiana indistruttibile, inafferrabile, di vederci entrare sempre più dentro, compatti, nella immensa trappola che ci ha di lunghissima mano, con lucida pazienza, preparato. Si fanno cento passi in avanti, mezzo indietro... E allora avanti: Rogor, più Rogor! Italian Family tanto, mangia tutto, poi cancro provocato da onnivorismo talpale, mangia Italian Family amante dieta mediterranea tutta orto-frutta-pane-olive-agrumi-pasta-tomaten-origanon rogorizzato. Il Circolo, la Ruota, immagine della vita...

Ma il turismo, li è l’intoppo. Rogor ha varcato i limiti. Gliel’aveva pur detto il ministro della Sanità, sempre trepidante per la salute delle industrie chimiche: «Rogor, non fare scherzi, avvelena campi e vigne, ma il turismo no, non lo toccare!»

Invece lui, Rogor, guerriero giovane, fiero della sua forza, ha voluto strafare. Ha disubbidito: ha sparato sul turismo: ha svuotato le spiagge: ha spaventato i pur durissimi tedeschi: ha costernato le agenzie: ha fatto disdire le prenotazioni.

«In pericolo il turismo!» Questo il grido, e che grido, più forte dell’Urlo di Munch. E Rogor e sua madre Farmoplant sono stati dichiarati fuorilegge...

Ma che i turisti tornino, un po’ per volta, rassicurati da una équipe medica prontamente allestita, da tecnici Farmoplant travestiti da assaggiatori d’acqua marina e potabile, e Rogor rientrerà nella legge, sarà riabilitato come un innocuo Bucharin fucilato per errore. Staranno già pensando a cambiargli il nome.

«Signor ministro, se lo chiamassimo Orgor?»

«D’accordo». (pp.198-200)

 

313. A Rio l’ecologia muore (15 giugno 1992)

Come lezione di coerenza naturale tra comportamenti di folli; di misteriosa saggezza tra i troppi cretini senza mistero; e come esemplare punizione (Nemesi eterna) della superbia umana, l’inquinamento mondiale dell’ambiente fino ai componenti della cellula vivente è almeno la cosa più netta, più comprensibile in questa chiamata alla resa dei conti della storia dei bianchi all’incrocio con gli altri popoli, voluti automi e spettri, destinati a brutalmente sommergerli. C’è, là, un invito a riflettere, o a cantare, sullo squarcio del Titanic progettato per non affondare, e che va a fondo, e non ci sono scialuppe stavolta.

Siamo proprio, mentalmente, ridotti molto male. Il denaro ci ha perduti, ma come rimedio a tutto è invocato più denaro. Stanziamenti per le foreste, finanziamenti per ripulire, aiuti qua, soccorsi là, devoluzioni, tassazioni, richieste... La Tecnica ha rivelato il suo volto di puro spavento, eppure è proibito dubitarne, averne paura... Dappertutto ha piantato idoli di morte, alberi di sterminio, simulatori della vita: è a questi idoli che va l’invocazione di salvezza! I presi-in-trappola supplicano la trappola di tirarli fuori da se stessa, ma la trappola non ha orecchi, è trappola, le sue voragini d’acciaio non hanno echi.

I poteri pubblici sono dappertutto ciechi, o idioti, o criminali, o per lo più mescolanze di tutto questo, oppure sono tribune d’impotenza, consigli di sopraffatti, di gente arresa prima di battersi, di smarriti, di travolti: è da loro, da impossibili accordi di miopie, di strabismi e ottenebramenti, da firme d’impostori, da incontri di crudeltà e di mancanze, che dovrebbe venire questa cosa vaga, questa assurdità verbale, questo spettrale nulla che chiamano «salvezza della terra»? Che cos’è la salvezza di un guazzabuglio sterminato di perdizioni? Salvare la terra per assicurare la continuità del suo perdersi nel nostro perderci, allontanare la morte per meglio garantirla a ciascuno, ha sapore di ragionamento?

Severino direbbe che la trappola è il divenire e che scattò in Grecia molto tempo fa; un greco come Esiodo ci vedrebbe al culmine dell’età del ferro; un qualsiasi, anche anonimo, profeta di tempo biblico vedrebbe nella soffocazione da fumi e rifiuti lo specchio, la proiezione fisica di un mancamento morale, e un filosofo indiano la conseguenza di una colpevole violazione del Dharma. Sofocle, attraverso George Steiner, additerebbe il male del trionfo, perfettamente logico, di Creonte, e della definitiva, postuma, illimitata sconfitta di Antigone. Ma le voci dei governi è meglio non ascoltarle, perché diaboliche.

E la voce della Chiesa neppure. La Chiesa ha un’idea dell’abisso ma gli arriva pallida, snervata, all’espressione verbale. Non osa dire quello che sarebbe giusto, gli orrori di questo insensato «sviluppo», e con forza proclama che alla libertà individuale di procreare non bisogna porre limiti: il più della sua voce e della sua polemica è sprecato in questo sparo di disumanità, che ne preserva la differenza, ponendola però tra chi soffia sull’accrescimento del disastro e dell’esasperazione del mal di vivere, e per quale distorsione mentale? Perché ci siano più anime a soffrire e a portare, non venute per questo, una croce?

Sia pure una croce stilizzata, lucida e nichelata come quella delle nuove chiese: resta pur sempre scomodo trovarcisi appesi senza perché, in più miliardi, in filari sempre più stretti, e gridare di là che si ha sete e che Dio ci ha abbandonati!

È distorsione mentale e abbandono di ogni pietà volere che nessuna croce rimanga senza vittima, perché un Papa arrivi, tutto bianco e inquieto, in quel sanguinoso tramonto, a deprecare tra i gementi che ci siano dei carnefici (come un generale che deplori il pessimo rancio dato alla truppa sgridando per telefono l’ufficiale responsabile) e poi sparisca, convinto di aver dato da bere a chi non cesserà di aver sete, e di aver reso più leggera nel far scempio di creature vive la mano che seguiterà ad appesantirsi sopra di loro.

Canaglie siamo noi bianchi, ma la coscienza della sciagura ecologica, fino a sentirla estremo approdo della disfatta umana, è soltanto bianca, e specificamente nordica; gli altri hanno questa debolezza e miseria in più, di non capire neppure la propria fame, che immolano ai deliri della potenza. E il Papa li abbandona al numero, sfrenata conigliera, e dopo buoni consigli ai loro vergognosi capi e ai signori di Metropolis, li abbandona alloro ribollire per i deserti che abbiamo fatto, che continueremo ad estendere.

L’unica risposta giusta, umana e compassionevole alla caduta di ogni libertà umana di progredire spiritualmente, di frequentare oasi di bellezza, di convivere decentemente con altri uomini e con gli altri viventi, l’unica risposta onesta alle rinunce fondamentali cui la gabbia tecnologica e l’inquinamento senza limiti stanno costringendo tutti quanti, è il rifiuto di procreare. Il bisogno di figli si può saziarlo con le adozioni. I soli genitori coerenti e intelligenti del mondo appestato e degradato saranno gli adozionisti. Ci sono, dappertutto, sempre più ce ne saranno, piccole, deboli, fameliche braccia alzate.

Mentre la conferenza ecologica di Rio invita a fare –  senza allontanarsi di un passo, neppure per una svista, dagli schemi mortiferi della razionalità demente che ha acceso tutti i roghi del secolo, e che può soltanto accenderne di nuovi, in una progressione cieca – una vera riflessione filosofica, una intensa perplessità religiosa, lo scetticismo lucido, la rivolta dei pensieri segregati, di tutti i pensieri d’Oriente e d’Occidente, puniti per aver voluto insegnare «l’arte di disporre i fiori» invece dell’idolatria del diserbante, invitano piuttosto a Non Fare: a non collaborare al disastro, a respingere l’economia planetaria, lo sviluppo che assassina, la casa al posto dell’albero tagliato, la fetida radioattività sterminatrice come postino che suona ogni momento. La lista del non-fare ecologico è più lunga di quella del fare, e la sua via meno infruttuosa.

Ma il risultato che più importa è di togliersi dal raggio di morte dell’impostura. E in ogni caso soltanto quel che dipende strettamente da noi stessi, poveri, vecchi storpi, non è perso per l’attuazione. (pp.200-203)

 

314. Noi, mucche impazzite (2 aprile 1996)

L’allargarsi del deserto lo vedi anche da questo: in tanto vociferare, parlare tecnico, parlare euro, e perfino ridere, di mucche pazze –  patologia di spavento –  una parola di compassione per tali sventurati animali in sofferenza e martirio fin dalla pancia ruminante da cui sono tratti, non riesci a percepirla. L’allucinazione collettiva viene diretta e centrata sul «calo di vendite» del prodotto, sui «consumi alternativi». La pietà residua è riservata all’ebete –  speranza del futuro – che mastica hamburger con la nuca esposta al martello del rock.

L’antropolatria resta il culto dominante e l’antropocentrismo la mappa fondamentale di un mondo di materia sensibile che ci subisce piangendo segretamente. Dappertutto, poi, il soggetto di tanta teorica venerazione è trattato dai suoi simili con documentato, incomparabile e ininterrotto sadismo.

Pensiamoci un momento. Una società che, tra mutazioni storiche incessanti, addirittura frenetiche, non arriva a concepire per sé un tipo di alimentazione a base non carnea, un’economia agricola senza l’allevamento in vista del mattatoio, un’edilizia urbana che non comprenda luoghi dove si abbattono incessantemente animali, un’industria che non trasformi distese di cadaveri in montagne di squisitezze, si può ritenerla creativa, capace di vera immaginazione? Si direbbe obbedire alla cieca a un encefalo che, nei più, si è evoluto senza ravvivarsi, che cambia le cose (in buona parte distruggendole) senza variare nei comportamenti essenziali.

Perché mai la dieta strettamente vegetariana, invenzione di gran lunga più gustosa della mina anti-uomo e dell’ingozzamento delle oche da foie gras, non è adottata che da una insignificante minoranza nel mondo civilizzato? Perché mai in duecento anni di rivoluzioni del costume, di modificazioni della psiche umana, di legislazioni per rinnovare e correggere, siamo riusciti soltanto a migliorare l’igiene del mattatoio rendere più spediti i sistemi non rituali di uccisione?

E come si può calcolare un benessere sociale in base all’aumento dei consumi di carne? L’invenzione tecnica che fornisce la statistica sarà stupefacente, ma concludere da lì che il benessere sociale aumenta o cala in base al consumo individuale di carni rivela testa letargica, una mummia sifilitica di epoca tolemaica al lavoro con lo strumento elettronico.

Che sia l’umanità tutta quanta la grande, vera, terrificante mucca impazzita? L’umanità coi suoi treni di muggiti, coi suoi luoghi comuni linguistici e mentali di antracite preistorica che regolano, controllano, dirigono, artigliano e impiovrano tutto?

Conosco un poco, ci ho passato sopra una buona parte della vita, le tre grandi religioni della Trascendenza, sempre domandandomi: come mai questo? In migliaia d’anni di esistenza, di creazione, di errori, di guida imperiosa e violenta delle volontà umane, di accompagnamento delle nostre solitudini, questi venerabili sistemi mentali, queste intricate teologie, tante volte sconfitte, tante risorte, mai che abbiano elaborato un progetto per sciogliere il nodo e liberare (per quanto sia possibile e compatibile con la fame) l’umanità che vive e muore all’interno della loro meridiana dalla maledizione del nutrimento carneo?

Tolta la breve parentesi francescana e qualche punta di ascetismo che non fa scuola, segnale verde sempre, per il macello...

Ma come possono cosi tranquillamente convivere, senza il minimo dubbio, la chiesa, la sinagoga, la moschea, case di preghiera, coi treni della disperazione animale, con gli stabulari sperimentali, coi depositi di carni sacrificate appese, grandi due o tre volte la cattedrale di Chartres, su cui proiettano la loro ombra?

Allora, quali preghiere? Che nel piatto non venga mai a mancare la fettina ai ferri? Che l’apparato statale sia efficiente in fatto di allevamenti e di importazioni? Che la Medicina in trono ripeta come una segreteria telefonica le parole che tutti vogliono bere: il male è circoscritto alle bestie, non si trasmette all’uomo, creatura celeste, dormite tranquilli, comprate...?

La vita è una. La trasmissibilità non meccanica, non materiale, di tutto a tutto, è iscritta nella natura.

Lady Macbeth passa le sue ore a lavarsi e a rilavarsi le mani, a profumarsele, ma la macchia di sangue non riuscirà mai a farla sparire.

L’Europa unita mi piace poco – oh talmente poco! La sua colla extrastrong è un’economia mortifera, asfissiante, autenticamente demenziale, che uccide l’anima, le idee, lo spirito, che ci alleva tutti come bovini, che è schiava di logiche sragionanti, epidemica.

L’Unione Europea finanzia l’agricoltura dei pesticidi e delle monoculture e dà soldi agli allevatori intensivi, alle batterie, fissa il numero dei bocconi, ne decide il prezzo. Lasciate fare a Bruxelles e vivrete in camicia di forza.

In Spagna perfino gli allevatori di tori da corrida ricevono finanziamenti dall’Europa. I suoi massimi rappresentanti, quando cenano insieme, credenti e non credenti, sono tutti allegramente carnofagi.

Questa non è novità: è decrepitezza spirituale.

Ci vuole dell’altro. Purgare la mente dalla tenebra. Ci vorrebbe... più luce. (pp. 209-212)

 

315. Cernobyl  con campanello al collo (25 aprile 1996) […] Solo interessando i visceri abbiamo mente.

La Tecnica ci ha fregati, perché ha segato dai visceri la mente, gettandola nella gola del reattore incendiato. Dunque siamo e resteremo peggio che nudi: svuotati come maiali appesi. […] (p. 215)

 

316. Erba agli erbivori (22 giugno 1996)

Sulla prima di questo giornale, il 20 giugno, c era un articolo del premier John Major, la cui preoccupazione principale, in questo momento, è di sbloccare la vendita all’Europa di carne del Regno Unito. La bovina, su cui pende lo spettro dell’encefalite spongiforme.

Dove sbaglia il primo ministro? In primo luogo, nel ritenere che all’interno del mondo della Tecnica e dell’economia un problema come questo, che si presenta con crudeltà e necessità ad una collettività umana, si possa risolvere per via logica e politica.

Non può esserlo, invece. Resta là, come un satellite che seguita a girare all’infinito in orbita. Nessun accordo tra consociati europei potrà risolvere la triste faccenda dei bovini malati: aggiustarla per salvare commercio e industria (un commercio e un’industria di cui non c’è da vantare né da augurarsi la prosperità), non è arrivare al cuore - perché nessun governo ha il potere di rimuovere in profondità le cause della malattia (di questa o di altre che potrebbero pigliare la via epidemica) né di impedire per decreto e interventi sanitari contingenti che si diffonda. Quando vogliono rassicurarci i poteri mentono. Non mentono mai tanto come quando vogliono tranquillizzare. E chiaro: noi vogliamo che mentano, perché la verità, questa sì, è immangiabile.

La dichiarazione d’insolubilità discolpa, ma poiché si tratta della pura verità non è perdonata.

John Major non vede, o non vuole vedere, che la causa seconda (dopo la prima, che all’interno della Tecnica e della sua strapotenza non ci sono soluzioni, ma soltanto, quando va bene, catastrofi rinviate) è l’allevamento industriale. Britannico o non britannico, questo tipo di allevamento è una mostruosità che porta in sé i mali che nessun controllo a posteriori è in grado di fermare.

L’allevamento al buio, al chiuso, la fecondazione artificiale delle vacche, la nutrizione ormonale e con mangimi carnei infettabili e senza rapporto con la fisiologia di un povero ruminante, la follia del raggiungimento accelerato del maggior peso possibile, la pena infinita inflitta a questi animali rinchiusi nelle prigioni tecnologiche fin da prima del nascere, sono delitti che si pagano, e non soltanto in moneta perduta.

Il signor Major non dice quel che sarebbe liberatorio, perché è prigioniero a sua volta di un più esteso lager da Mucche Pazze: non dice che l’allevamento industriale, chimico, artificiale, sperimentale, supermengeliano, coi suoi mangimi scellerati, dovrebbe essere abbandonato. Non dice che soltanto quello naturale, biologico e fisiologico, merita di essere considerato, per quanto possibile, sicuro.

Ma con lui tacciono tutti gli altri, della grande ciurma continentale, ciascuno con la sua brava magagna di fondo, la sua servilità illimitata verso un mercato che non dà respiro, al quale si può obbedire soltanto, senza discussione.

Il mercato è l’encefalite. La sua legge cieca è l’encefalite. Non per niente la grande malavita è mescolata alla cosa, e ha il suo proprio import-export, che, come può far circolare il plutonio e la diossina, non può certo essere fermato se traffica carne infetta o latte radioattivo.

Al di là, poi, di qualsiasi tipo di allevamento, pervertito o naturale, si profila la ghigliottina macellatoria, che per una coscienza morale non anestetizzata sempre sarà inaccettabile.

Chiedere di dare agli erbivore l’erba, e niente altro che l’erba, è già enormità, è bestemmia…

L’argomentazione del signor Major vale esclusivamente entro una cerchia di complici, all’interno della distruttività produttiva che ci intrappola. (pp. 215-217)

 

 

 

 

 

 

Da La fragilità del pensare, antologia filosofica personale       

a cura di Emanuela Muratori, Rizzoli, Milano 2000

 

317. animali

Come occhi di pecore immolate,

Veniva gonfio di pietà umane

Lungo bramito, un animale offeso (p. 29)

 

318. arca di Noè

Non sono contrario alla fine del mondo, ma prego l’autorità celeste di non concedere più arche. Quella più nota – una gabbia triste, un patibolo per le povere bestie ammucchiate nella sua stiva – ci fece perdere una magnifica occasione di non inventare, un giorno, l’atomica e il parto settigemino. (p. 33)

 

319. archeologia industriale

Se sappiamo ascoltare, applicando l’orecchio alla peristalsi cosmica in cui gli eventi si agitano, l’archeologia industriale – pozzo di carbone o zuccherificio-tabacchifìcio-lanificio, fabbrica di birra, docks, pensiline ferrate, gru portuali – non ha meno da dire delle piramidi, e dappertutto è un grido di Rachele in Ramàh, un pianto, in quelle geometrie senza Geometra, tumulto di vetri infranti, corridoi di muggiti, caverne della ghisa, inferriate, ruggini a torrenti, su figli innocenti sterminati. Nel sindacato e nella tensione rivoluzionaria, questi dannati senza colpa non potevano trovare nessun riposo, tutte le radici spirituali delle vecchie corporazioni recise. (p. 33)

 

320. balena

L’uomo che si fa la barba, con o senza crema, è meno miserabile se, in un mare lontano, c’è ancora qualche balena viva. E, nelle relazioni profonde tra le specie, quell’uomo può farsi la barba in una casa che non crolla, perché forse l’ultima balena viva tiene in bocca un filo che l’arpione esplosivo spezzerà, facendo scendere di un grado, verso l’ombra, la vita planetaria. (p. 42)

 

321. cacciatori

Se un cacciatore tira a un’ombra che vola e il cane gli porta, vergognoso, l’aureola di un cherubino bruciacchiata o un sandalo alato sforacchiato, forse getterà il fucile. (p. 54)

 

322. cavallette

Le cavallette di Gioele sono l’uomo moderno. (p. 65)

323. cavalli

Non c’è Yad-wa-shem per i sei milioni di cavalli sacrificati dagli eserciti combattenti meccanizzati tra 1939 e 1945. Nessuna cavalla-Ecuba, nessuna cavalla-Rachele attraverserà questo silenzio col suo nitrito di dolore. (p. 65)

 

324. concepimento

È il demone dell’Insetticida Universale che ci tenta: la casa, proibita ai ragni, alle mosche, ai batteri (eccetto quelli, sfiniti, dello yogurt industriale) non è già più il luogo dove si nasce e si muore; c’è però ancora questo moscerino insidioso, il concepimento di quelli che dovranno nascere, vivere forse, e morire in clinica. Si tende è chiaro, a far sparire anche questo. Che cosa resterà alla casa? La trasmissione televisiva di sorpassatissimi atti sessuali, ripresi molto tempo prima. (p. 76)

  

325. contribuente

Come contribuente potrei mantenere, in un anno, non più di due cani randagi, ma il mio orrore di dover contribuire inesorabilmente a cose che contribuiscono a rattristarmi, è grandissimo. (p. 78)

 

326. corde vocali

Il padre Gemelli usava tagliare le corde vocali agli animali da esperimento per evitare lamenti che avrebbero potuto essere uditi all’esterno. (p. 79)

 

327. corrida

Capire la corrida è abbastanza facile, perché è un segno chiaro della sconfinata debolezza umana, della sua paura del mondo naturale. Nel rito del toro ucciso, l’uomo trionfa delle forze brutali che l’opprimono, la Morte (allevata per essere uccisa) è eccitata a colpirlo e burlata da salti e volapié: eccolo per un momento felice e al sicuro come un lattante tra le tette. Quando il toro non è terribile è una vergogna, perché non rappresenta bene la Distruzione. (pp. 80-81)

 

328. Dio

Dio esiste anche nel Bronx e in via della Magliana e anche dove si squartano agnelli e bambini ma non travestito da chiesa o da prete o da ambulatorio o da posto di polizia. Dio esiste là come nel forno eracliteo, esiste nella sua assenza, si nasconde nella violazione della norma, si prepara ad apparire dove gli angeli sono morti o fuggiti, è sempre un Dio che non diviene mai e che sempre viene. (pp. 94-95)

 

329. energia

Ci raccontano di quantità di energia e di rischi per produrla, che sono problemi rigorosamente subalterni. L’essenziale è capire che siamo, da un tempo di cui si possono discutere le date, mossi da forze indipendenti dalla debolezza del nostro motore cerebrale, da forze che corrono piu velocemente e che ci guidano ad un luogo dove non c’è che la distruzione, come la rete che aspetta i tonni. Dò volentieri del cretino a chi non comprende questa verità, perché è di quelle evidenti, controllabili e non evitabili, se si abbia appena qualche traccia di capacità di comprendere. (p. 108)

 

330. fiesta

L’asino torturato per carnevale a Villanueva de la Vera (Estremadura). Digiuno per una settimana un asino vecchio e malandato viene cavalcato dal più grasso del paese, bastonato, preso a calci, ingozzato di alcolici, tirato su per le orecchie e la coda ogni volta che cade finché stramazza definitivamente e allora viene lapidato a morte dalla folla ubriaca (la fiesta un’ora e mezza). (p. 119)

 

331. foie gras

Il foie gras è fatto con le piaghe di Gesù Cristo. (p. 123)

 

332. formiche

La mirmecologia è una scienza di abisso: tutto è crudeltà, violenza, schiavitù e sopraffazione nelle repubbliche delle formiche, ma in un ordine perfetto. Ora, tutta la società moderna tende a ricreare la perfezione del formicaio, violenza istituzionalizzata e garanzia di funzionamento illimitato: tenebra su tenebra. Non riuscendo a essere formicaio che molto imperfettamente, ci fa soffrire la nostra profonda infelicità di schiavi. Un vero sociologo dovrebbe essere anche mirmecologo, capirebbe meglio dove tende e dove più brancola nell’imperfezione il nostro impulso sociale. (p. 124)

 

333. gabinetti

I gabinetti vanno sempre tenuti un po’ sporchi, d’estate, per dare gioia e nutrimento alle mosche. I detergenti per W.C. distruggono una parte del nostro più squisito legame con l’universo. (p. 129)

 

334. galli

Dove i galli non cantano, la tenebra resta per ventiquattrore attaccata al giorno. (p. 129)

 

335. inorganico

La terra contiene la vita: può contenerla e generarla lei stessa senza essere vivente? Perché separiamo natura organica da natura inorganica? L’inorganico io lo penso come qualcosa di puramente immateriale: sento la musica rock come una proiezione dell’Inorganico; anche le città invase dalle macchine subiscono un’invasione dall’inorganico, dal mondo non vivente, ma non in quanto le macchine sono fatte di metalli e di plastica e hanno bisogno di energia inorganica. La terra è tutta organica, tutta vivente, sì, anche nel pavimento che costò il rogo a Michel Servet; tutta vivente come la vide Bruno, non come la vedono, senza vita, i suoi devastatori. (p. 155)

 

336. insetti

L’attrazione per gli insetti è in bilico, anche questa, tra magia e tenebre: difficile, nell’insetto, intravedere l’agnello o l’ulivo. C’è un Agnello di Dio ma non c’è un Coleottero di Dio, una Mosca di Dio, un Ragno di Dio, una Cimice... Neppure la farfalla, sebbene vista come simbolo dell’anima liberata: è un verme alato, che con lo splendore dei colori si sforza di far dimenticare il suo passato che sempre ritorna, la sua vera natura di verme. (p. 156)

 

337. invidiare

Non invidio certo chi ne sa più di me dell’uomo e dei suoi incessabili deliri: invidio il botanico, l’entomologo, la cartolina illustrata, la scopa, la polvere dei libri, il telegrafo Morse, la fisarmonica... (p. 158)

 

338. lumaca

Poiché resta vero che la vita è breve e lunga l’arte, il corridore si fermerà sempre prima di aver oltrepassato la lumaca, a meno che la lumaca sia pregata dagli Angeli di farsi almeno raggiungere dal suo piede. (p. 178)

 

339. mare

Era il più pulito dei mostri, si lavava di continuo, leccandosi meglio di un gatto. Era pulito perché mostro, perché niente dell’uomo lo contaminava, o così poco che ne rideva. E finalmente, eccolo che non si tira più fuori dalla rete della sporcizia umana, eccolo che ne muore. (p. 188)

 

340. Master’s Voice   

E come il dipinto cane nella tromba

L’orecchio triste, ascoltiamo (p. 191)  

 

341. Nell’iconologia moderna un posto d’eccezione va dato a un’immagine delle più presenti nella memoria collettiva, il cui significato ha completamente cessato di essere percepito: il cane della Master’s Voice, l’universalissima, planetaria Voce del Padrone. Cane e fonografo a tromba, non una Pubblicità, ma la sintesi perfetta del senso profondo, luttuoso, disperato di quel che fu la fonografia meccanica.

Perché il Padrone è morto... Del padrone del cane non resta che la superficie fragilissima, a densi solchi, di un Disco. Qualcuno ha girato la manovella e si è eclissato: il cane, solitudine animale sconfinata in un mondo di solitudini che solo quel padrone gli popolava, è inchiodato lì dalla meraviglia e resta in attesa, implorante, che il padrone esca dal fonografo-sepolcro dal quale sta parlando, a lui proprio, cane-figlio, e per lui. (p. 191)

 

342. mattatoio

Un uomo nobilmente educato non può sopportare lo spettacolo d’un mattatoio senza schifare per sempre la necrofagia che imperversa e ci avvelena. Quei muggiti, quegli spaventevoli muggiti che implorano, che dicono cose sinistre, che maledicono, che chiamano, che pregano qualche divinità a testa bovina, falli penetrare negli orecchi dei tuoi figli, perché imparino a odiare e a fuggire il cibo contaminato. (p. 192)

 

343. misura

Chiniamo la testa alla terribilità del mondo, al tragico che regge il destino umano: i topi e le termiti dureranno molto di più, il formicaio umano sarà preda del fuoco eracliteo, il giorno che il brutto e il male avranno passato la misura prescritta. (p. 200)

 

344. mutande

Il Buddha e San Francesco certamente approverebbero se dei veri uccelli canori o dei piccoli rapaci notturni trovassero rifugio e nido dentro le nostre mutande. (p. 208)

 

345. natura

Il profeta Mohammad, trovando il suo gatto addormentato sulla manica del suo vestito, taglia la manica per non svegliarlo. Quando il potere assoluto dell’uomo si rompe per un momento, tutto l’universo respira di sollievo. Il Profeta dava anche questa lezione ecologica: «Il Muslim che pianta un albero perché abbiano cibo uomini, uccelli e bestie, fa in quel momento carità a se stesso». Non ci sono né servi né signori, nella Natura, c’è un circolo. Il distruttore dell’albero lo rompe. (pp. 209-210)

 

346. orribile

Il mondo unificato dalla Tecnica e dal crimine è un mondo orribile anche in quel che ha di meno orribile: è tutto orribile, è tutto perduto... (p. 222)

 

347. ostetrici

Quale ostetrico egizio, siberiano, tolteco o pellerossa avrebbe mai osato toccare una puerpera con mani fresche di contatto con un parente, uno sciacallo, un cane, un rospo, un topo morti? Solo l’Ostetricia europea del secolo più illuminato e più raffinato (assassini! gridava Semmelweis agli ostetrici europei) è stata capace di elevarsi a tanto. (p. 223)

348. parola

Verba volant... Ma più volano parole, meno volano uccelli. (p. 230)

 

349. paura

Il ragno che fa la sua tela, la formica che sposta il suo grano, lo scarabeo che rotola le sue uova, l’uomo che lavora per sé e per gli altri e fatica e fatica, l’albero che si sforza di far foglie e frutti, questo enorme, sterminato estenuarsi per quel che esisterà, mentre la terra è attraversata da gran brividi e s’alza e s’abbassa e dolora e scivola sul più molle dei suoi strati per il peso dei ghiacci e mutano i climi e i caratteri degli esseri viventi, le vecchie genti che la popolano sono distrutte e ne sorgono altre senza fine, e tutto questo in un punto solo di ciò che è sotto il sole, che è soltanto uno degli infiniti possibili soli viventi, tutto questo non deve riempirci di umano spavento, ma di orrore divino e di sublime pace. Tuttavia, eccoci a sferrarci colpi su colpi in queste nostre mutevoli e caduche foreste di pietra, eccoci semimorti per la paura che un amore finiisca, che un figlionon nasca, che la nostra voce s’arrochisca, che la nostra mano tremoli, che il nostro membro non fori, che la nostra bocca non assaggi una volta quel che più le piace, che la nostra tomba sia in un punto a noi sgradito del paesaggio del pianeta. (p. 234)

 

350. pittura cristiana

San Domenico che spenna vivo il passero che disturbava la sua predica agli eretici: bell’immagine per pittura cristiana. (p. 243)

           

351. plazas de toros

C’è un disagio, per chi è di altra nazione, nelle città spagnole: sapere che, oltre al mattatoio, gloria comune di tutto il mondo civile, esistono le plazas de toros, dove si sacrificano per uno scopo diverso magnifici e drogati animali cornuti. (p. 243)

 

352. prodotti farmaceutici

I prodotti farmaceutici per cani e gatti dovrebbero essere prima sperimentati sull’uomo, tenuto in appositi stabulari. (p. 250)

 

353. pulce

Blake ha visto lo spettro di una pulce. Non era il doppio di una pulce, l’ombra esangue di una pulce gonfia di sangue; era un uomo spaventoso, nudo, con gli artigli, l’occhio brillante e assetato, che camminava circospetto, senza rumore. (p. 256)

 

354. Reich

Un grande Reich Verde che imponesse la sua dittatura ecologica al continente europeo sarebbe auspicabilissimo. (p. 260)

355. ricerca scientifica

‘Ricerca scientifica’: espressione del fortissimo, inevitabile odore di mattatoio. (p. 262)

 

356. rumore

Al centro di studi bioclimatici di Strasburgo animali cavia, con elettrodi applicati, passano giorni e notti investiti da raffiche di rumori per vedere “se fa male”. (p. 268)

 

357. sangue

Non si può capire la tragedia greca e neppure l’Antico Testamento in cui il sangue gridava veramente, perché per noi è ammutolito. (p. 273)

 

358. serpente

Se il male del mondo ha un principio, è il principiare del mondo ad introdurre nel mondo il male; il serpente cerca di porre un rimedio suggerendo all’uomo che un po’ di conoscenza è meglio dell’ignoranza. Perché negargli la bontà delle intenzioni?

 

359. Il  serpente biblico, per quanto antichissimo, ha alle sue spalle altra antichità, ha l’eternità-modernità perpetua del simbolo, tutti gli Orienti hanno i loro serpenti. Arrotolato è il Tutto: e il Tutto non è forse Dio stesso? Furono gli ebrei di Alessandria a farne un simbolo del Male; in realtà è ambiguo...

 

360. Sono forse malvagi come l’uomo i serpenti più velenosi? (p. 283)

 

361. specie

Non c’è più un albero, un insetto, un ago di pino che non porti un segno, un piccolissimo segno almeno, della nostra specie dannata. (p. 291)

 

362. stalle

Delle dodici fatiche di Eracle la più giusta e la più imitabile è quella del ripulimento delle stalle. (p. 294)

 

363. terra

Credo di poter dire che lo stato della terra sia attualmente molto peggiore di quello che viene descritto dalla scienza dominante più pessimistica, perché il grido, l’incessante lamento delle forme viventi visibili e non visibili non può entrare in nessun calcolo, in nessuna misura; la sua contorsione interna di dolore è velata, coperta dalla forma mostrabile d’una soffocata agonia. (p. 307)

364. Forse la terra morrebbe per cancro anche se non avesse altri abitatori che i commoventi dinosauri di cui invidiamo le lunari vertebre, ma sentiamo, vediamo, sperimentiamo che il suo cancro primario, il suo tumore dei tumori è l’uomo, è l’uomo con la sua male detta storia, la sua assurda esistenza, e questo non ci strappa nessuna pietà, nessuna domanda di perdono, neppure un fischio nella notte. (p. 307)

 

365. tigre

Avevamo preso / in India / un cucciolino / di tigre / Adesso ha / cinque anni / Ci ha già sbranato / i nostri tre bambini / e prima o poi / toccherà anche / a noi / Ma di notte / sentire russare / la tigre / è la nostra / gioia più grande. (p. 308-309)

 

366. topo

Tra uomo e topo, dopo tanta sperimentazione e transito di vita, si dev’essere stabilita una relazione occulta che forse sta inclinando l’uomo a vivere da roditore, ad abitare nelle gallerie e nelle fogne. Ferum victorem cepit. Interscambio di nature per via mentale e sacrificale. L’uomo mangia topo in quantità enormi per via di farmaci. Morrà da topo, in trappola, avvelenato... (p. 310)

 

367. Unicorno

La cattura dell’inafferrabile Unicorno è possibile, solo facendo risuonare queste catene, alle quali già l’unicorno si è offerto spontaneamente prigioniero, come Giobbe, da principe, alla fine delle sue parole. Per prenderlo basta forse credere che sia già preso, che sia nella parola scritta, questa parola almeno, liberamente prigioniero – ah poter essere certi che Giobbe, mimando un uomo che lotta con lui, comparendo alla fine insieme al fantastico animale che gli si è dato prigioniero, non ha mentito! (p. 320)

 

368. uomo

La seppia spargendo il suo liquido, la volpe emanando il suo odore possono allontanare da sé i loro assassini – ma un uomo con la sua urina o emettendo anche i più terribili odori intestinali, cosa può fare? L’uomo è più debole di una seppia o di una volpicina. (p. 322)

 

369. verdi

Essere verdi (id est ambientalisti, animalisti, ecologisti) è essere disperati. Da colore di speranza a colore di disperazione. (p. 330)

 

370. zoofilia

C’è, nelle grandi misantropie, lasciando indeciso se l’eccesso di amore sia la chiave della misantropia, una zoofilia costante, drammatica e compensativa. (p. 341)

 

Da Nuovi ultimi esasperati deliri disarmati

Einaudi, Torino 2001

 

371. I vecchi

La nostra Popolazione invecchia sempre più, questo è un dato molto confortante.

Ma anche, per certi aspetti, sconfortante.

Perfino, in prospettiva, terrificante.

È un fenomeno portentosamente mondiale, l’invecchiamento umano, e moderno come l’Informatica, mentre al tempo della Dogmatica si campava pochissimo e si moriva circondati da candele, senza il conforto della lampadina da cento watt.

I maiali no. Seguitano a campare all’incirca come nel Medioevo, per loro il Medioevo non è mai finito e figuriamoci se mai avranno un Rinascimento. L’Umanesimo ha stravinto, il Maialesimo è rimasto quello dei tempi di Carlo Magno, un fenomeno insignificante.

Siamo di stoffa speciale, noi umani! Ma, poi, perché moriamo? [...] (p. 34)

 

372. Le oche

Il giorno 24 agosto 1927 una compagnia di soldati appiedati con alcuni cannoni e cavalli con provviste era in marcia da una località della Polonia ad un’altra non meno anonima. La strada era larga e per un tratto uno stuolo di belle oche si mise a camminare insieme ai soldati, che procedevano con un passo non da oche ma adatto a non farsene sorpassare.

– La strada è lunga e noiosa, – disse il Capitano, – si potrebbe chiacchierare un po’ con queste oche. Sembrano tutt’altro che stupide!

I sottufficiali approvarono e anche la truppa si mostrò interessata.

– Qualcuno conosce il linguaggio delle oche?

– Io, un po’, signor Capitano...

Tutti guardarono con ammirazione il soldatino smilzo, piuttosto sfinito dalla marcia, che conosceva il linguaggio delle oche.

Esci dalla fila e parla con le oche! - ordinò il Capitano.

Il soldatino tirò fuori, brillantemente, il suo anserese (cosi’ lo chiamano i dotti), molto lontano dal polacco e pochissimo affine all’ungherese e al turco, e parlò cosi alle oche:

– Trupize, gua-guò nei truchi visbara: meda liliméda? – Dalle oche partì un tremendo strepito. Sono animali sensibilissimi, un uomo che parla anserese le sconcerta all’estremo, evidentemente.

– Trupize, trupize, maocanti beodìa... –  Il povero soldatino cercava inutilmente di calmarle, si capiva che usava parole dolcissime. Io ne so poco, ma credo che trupize sia qualcosa come venerabili, onorevoli, gentilissime, carine, luminose nella polisemia di un linguaggio dal lessico limitato.

La compagnia, divertita e un poco spaventata, ripeteva in coro, ma piuttosto cacofonicamente, trupize trupize...

Il Capitano si spazientì –  Trupize un corno! Noi ci abbassiamo a cercare un dialogo con questi esseri starnazzanti, gli parliamo addirittura in anserese, e loro invece di rispondere gentilmente si arrabbiano! Soldato Stefanoski, digli che sono delle troie!

Alcune oche erano salite sui cannoni e strepitavano da innervosire anche un monumento alla Santa Trinità.

Il soldato Stefanoski non osò dire alle oche la parolaccia richiesta dal Capitano. Disse: –  Na puldala doe...  («Non fate così, per favore»). Ma un’oca più intelligente delle altre aveva perfettamente intuito che il Capitano le voleva insultare. Alzò le ali furente e con una beccata portò via un occhio al Capitano.

– Sterminatele! – urlò il Capitano, con l’orbita che pisciava sangue come una cascata, l’occhio nella polvere.

Le oche si avventarono sui soldati prima che potessero tirar fuori le sciabole e dispersero la compagnia.

Il soldato Stefanoski però non lo aggredirono, perché le aveva chiamate trupize.

 

373. L’oca arrosto

Ghiottone e libidinoso fu il Conte Camillo Benso di Cavour, artefice e battezzatore di quella cosa superiore, attesa da secoli, che fu lo Stato Italiano Unitario. Regnanti i Savoia, prima e ultima dinastia del Regno d’Italia, come pochi sanno. Rataplan, era l’Inno Reale: bisognava alzarsi in piedi come per l’Elevazione dell’Ostia Santa... Mio Dio, quale passato!

Una sera il Conte, sbrigati in fretta gli affari di Stato, lavato e profumato, era a cena in casa della Contessa Castiglione, che conoscendolo bene lo ricevette completamente nuda, eccetto un paio di deliziose pantofole.

–  La cena è pronta? –  domandò inquieto il Conte.

La Contessa batté le mani e subito apparvero le zuppiere fumanti. Altre bellissime dame nude attendevano il Conte nella sala da pranzo, tutte parigine, qualcuna col famoso Collare di Venere bene in vista. Il Conte, invece, con quello dell’Annunziata.

–  Virginia, c’è l’oca? C’è il foie gras? –  Il Conte era impaziente. Toccava i seni di Virginia ma il suo pensiero fisso era l’oca arrosto, un piatto che adorava.

La Contessa batté le mani e apparvero piatti dove le oche arrosto, farcite di piselli, uova e groviera del Brabante, avrebbero turbato Sardanapalo. In ammirate porcellane di Meissen, sulla mensa, c’erano porzioni di foie gras alsaziano da far sognare i veterani della campagna di Russia. Il Conte mangiò e trincò come un satrapo, senza mai perdere, neppure per un momento, la sua fortissima lucidità: disse che l’Austria aveva i giorni contati. Aveva intravisto la catastrofe del 1918, la caduta dell’ultimo Imperatore, il tricolore a Trieste: tutto in un lampo.

–  Ancora un po’ di oca, –  balbettò, sfinito. La Contessa lo fece portare a braccia, dai servi, nella sua camera da letto, dove si addormentò, pur così chiaro e veggente, come una talpa. Poi, sollevata, si rivestì perché aveva freddo e invitò le altre dame a fare altrettanto: nessuna si fece pregare. Tutto quel gineceo, poi, si mise a giocare a briscola e a tombola, mangiando sorbetti al limone.

Passato un paio d’ore, o forse meno, il Conte ha un soprassalto e spalanca gli occhi nel buio, terrorizzato. A capo del letto c’è un’Oca, grossa quanto un bel cane lupo, che lo fissa.

– Camillo, –  sussurra l’oca, –  Camillo, sono l’oca che hai mangiato stasera...

– Oh Dio, no... vattene.., se l’inferno esiste (ne dubito) vacci subito...

– Camillo, guarda...

Il fianco dell’oca si aprì come uno sportello delle Poste e dentro c’erano altre oche, più piccole, col collo enfiato dal pastone della gaveuse, tortura spaventosa da cui emerge nel sole insanguinato la meraviglia gastronomica del foie gras.

–  Virginia! – credette di urlare il Conte (ma non riusciva ad emettere nessun suono), – Virginia manda via quest’animale!

L’oca pareva gigantesca, adesso. Occupava metà della camera. Allungò il collo e il suo becco enorme si posò sulla bocca contorta dall’angoscia del povero Camillo, in un tremendo bacio. (pp. 75-76)

 

374. Nave e delfino

La nave dove sono l’unico passeggero è terrificante d’acqua e rullio e il mare intorno è spaventoso: Typhoon di Conrad, senza la voce rassicurante del Capitano. Non c’è equipaggio, le mie implorazioni di aiuto si perdono nei sibili, le voragini dove lo scafo sprofonda sono lo Sheol che si spalanca per inghiottirmi, quanto posso ancora resistere in questo abbandono a tutti i terrori che è il mio disperato viaggiare, cui non apparirà mai un porto, una quiete?

Guardo giù con una specie di pace: invece di tenermi aggrappato adesso mi lascio portare via e che sia finita con questo spavento perpetuo, incontenibile, invincibile...

Ecco, volo via, in quell’orrore glaciale, la Natura, la grande bestia sta per maciullarmi coi suoi denti d’acqua gelida e nera, vada alla sua malora la nave, giù giù nel nulla, tra un istante ogni paura sarà cessata, finalmente, sarò gonfio d’acqua come uno Zeppelin, non mi riconoscerebbe mia madre... oh Dio, che cosa succede? sono sul dorso di un delfino, salta come le Montagne Russe ma lo cavalco bene, sarò vivo o morto? Di certo c’è che il delfino è fantastico, salta al di là del velo della tempesta, ho dimenticato quell’orribile nave, il delfino sta filando verso un orizzonte di calma, si sta avvicinando una terra, mi depone sulla riva, fa un salto altissimo, scompare...

Edera e vite, in un pergolato intrecciate sono là ad accogliermi. Intornol’Oceano coi suoi mostri e i suoi continenti sommersi, che risusciteranno tra neri buchi d’anni, non mi fa più paura. Chissà dove sarà finita quella nave di notte cieca... Vorrei ringraziare il delfino ma sarà corso verso altre tempeste, altri disastri umani da prendere sul dorso.

Io non ho più bisogno di nulla. (pp. 135-136)

 

375. Tartaruga con peli e serpente con zampe

per conoscenza del fiore

Per il maestro giapponese la Tartaruga con peli e il Serpente con le zampe sono via della Conoscenza del Fiore, e io sono qua felice, pur con pesanti come bauli palpebre, a sforzarmi di tenere gli occhi, per vederli, per costringerli a mostrarsi, di giorno e di notte aperti.

Felice anche se non riuscirò a vederli. Tardi ho scoperto che la vita è persa, quando non pone il suo fine nella Conoscenza del Fiore.

In un laboratorio in Scozia alcuni criminali al soldo dell’Università come ricercatori (eufemismo che copre ogni turpitudine) hanno fabbricato, per una miserabile esistenza di una settimana, un paio di sventurate creature del genere: gli è sbocciata tra i guanti di gomma una tartaruga con la criniera di un leone sul guscio e un serpente, un King Cobra non più velenoso di un cagnolino, con le zampe di uno struzzo.

Invece d’impiccarli, a quei banditi hanno dato il Nobel.

Superfluo dica che per quella via mai si arriverà alla Conoscenza del Fiore! Ci si ritrova a brancolare in un labirinto appestato, da cui la Mente esce coi piedi agghiacciati e rigidi, se mai trovi l’uscita, ed è presa e buttata nelle fogne.

I peli della Tartaruga della Conoscenza sono un’esile chioma trasparente di vegetazione marina, non riproducibili da nessuna scienza materiale. Le zampe del Serpente sono di colomba e il suo famoso veleno è sempre vigile e pronto.

Il Fiore si può talvolta incontrarlo come un messaggio sotto la porta. Un messaggio indicibile, in una busta giallina dov’è scritto il tuo nome segreto, quello che ignori che ti fu dato. Dal terreno d’origine al vaso di cristallo che lo isola, il Fiore patisce i disagi di un tormentato viaggio.

Il vaso di cristallo nella mia stanza è vuoto, ma io mi sarò avvicinato ugualmente alla Conoscenza del Fiore. (pp. 178-179)

 

 

Da Piccolo inferno torinese, Einaudi, Torino 2003

 

Le torinesi (1982)

376. [...] Difficile perciò, al di sotto dei trenta, trovare una vera Torinese. Le ragazzine che vedi sono sciatte, bassamente cosmopolite, avulse dal dialetto, nomadi, poco sensibili alle delusioni, Torinesi puramente anagrafiche. Entro il perimetro della Torino di cinquecentomila abitanti (il massimo di tolleranza demografica possibile) qualche aggregazione casuale dell’altro tipo si trova ancora, ma la Torinese si estingue, come l’aquila reale, la foca monaca e la gallina prataiola, per crak ecologico. L’avvenire è della vipera. [...] (p. 23)

 

 

Da Oltre Chiasso, Libreria, Pistoia, 2004

 

377. Amico Gorbaciov […] da un sentimento che gli animali conoscono più degli uomini, dalla gratitudine… […] (p. 77)

 

378. Balli di campioni, non c’è più il gioco […] Quattro anni di ulteriori perdite di bellezza del mondo, la cui ossigenazione diminuisce a misura di queste perdite. Roghi di foresta amazzonica, di boschi italiani, spagnoli e greci, di foresta francese… E se tanti esseri massacrati in Africa fossero la Nemesi, irrimediabile, fatale, per tanti alberi abbattuti, e grandi animali distrutti? Se l’inebetimento, l’abbrutimento etico, l’alterazione dei tratti del tipo umano che si osserva nelle giovani generazioni di ogni paese, fossero la conseguenza dell’imbruttimento del mondo, dell’inquinamento ambientale, dell’ammutolirsi del suono che crea la vita? […] (pp. 136-137)

 

379. Il plutonio viaggiatore […] Fino a qual punto sia degradata moralmente la scienza - la scienza ricercatrice, dei laboratori, delle grandi università, dei disintegratoni di materia e dei manipolatori genetici, dei fenomeni dell’alta chirurgia - non è calcolabile, alla pari del «male-che-può-fare» l’esplosione di un reattore da tre o quattro mila megawatt. Sono abissi di nichilismo e di non-pensiero, Il giudizio più tagliente l’ha formulato Heidegger: «La scienza non pensa».

Ma non e vero che non pensi da sempre: ha cessato di pensare da quando si è separata del tutto dalla filosofia e dalla morale, da quando parallelamente il suo potere di vita e di morte si è esteso a tutto quel che è vivente, e il suo potere d’indagine si concentra con accanimento su qualsiasi oggetto passivo indipendentemente dalla liceità e dall’utilità. […] (p. 140)

 

380. Alex Langer e l’impotenza verde […] Avrei potuto almeno raccontargli la mia esperienza parallela di scrittore italiano che, vedendo il disastro crescere, da una quarantina d’anni si occupa di faccende ambientali, verde senza verdismo ideologico o partitistico, e lo fa davanti a una distesa muta da Deserto dei Tartari.

Come scrittore ero e rimango un’incongruità da non prendere sul serio, con le sue fissazioni sull’inquinamento. Altri, tra letterati, filosofi, storici, teologi, non se ne sono visti, finora, pigliare lo scudo alle Termopili Verdi. Si muovono per i monumenti, non per l’aria che li circonda.

Dei volgari, dei mediocri, dei cretini non parlo: quelli non contano, anche se fanno numero. C’è pur dell’altro! E vive e forti intelligenze (non scompagnate da sensibilità umana) non sono certo mancate in questi quarant’anni passati, in Italia, eppure dico, interrogo, inquinamento, perdita delle campagne, scorie nucleari dappertutto, piaghe di Cernobil, alimentazione cancerogena, mutazioni genetiche, fine di specie animali, sofferenze di altri esseri viventi, morìa delle grandi foreste, bruciamento di boschi, imbruttimento edilizio e sociale urbano, hanno mai realmente tormentato, reso pazzo di compassione impotente,  qualcuno, in quel mucchio di letterari e politologi splendori?

Che cosa mi avrebbe risposto Langer?

Che il grande Geschrei, il grande Urlo della natura sofferente di male d’uomo, malata di dominio umano spietato, vigliacco, non attraversa le nostre stanze piene di libri, di dischi, di giornali? Che qua c’è una Cultura fatta non per ascoltarlo ma per deviarlo, per soffocarlo? […] (pp. 175-176)

 

381. «Ho attraversato il fuoco e le sparatorie di sette decenni» […] E gli animali più amati sono per lo più fragili, anche la tigre. Non si ama la tigre per la sua forza (dicono ne abbia molta) ma per la flessuosità e il velluto che la caratterizzano, e ne fanno un animale squisito perché portatore di una certa idea di fragilità. Il rinoceronte, invece, non ha nulla di fragile: mettetelo a confronto con la tigre, è un bruto che carica col corno teso. Anche il leone, con quella criniera molle, è fragile. E i rapaci notturni, tutta piuma fragile e occhi vitrei di lampada che rischiarano il buio. E la vipera è talmente fragile che morde e uccide per il panico della propria fragilità. E gli uccelli canori non sono neppure animali, appartengono all’universo angelico, gli esseri immateriali. […] (pp. 200-201)

 

Da La lanterna del  filosofo, Adelphi, Milano 2005

 

382. Ultimo mio Spinoza [...] La sua lontananza dagli animali e come quella dai bambini e dai pazzi, due sapienze per lui inaccessibili: Nec tamen nego bruta sentire. Non gli nega la sensibilità ma, essendo inferiori nella gerarchia della realtà, meno virtuosi di qualsiasi canaglia d’uomo, dei sensibili bruta si può fare quel che si vuole. Usava, con gli insetti, crudeltà di bambino, lui stesso spettro infantile, ridendo, di un riso che non mi piace. «La legge che proibisce di immolare le bestie è fondata più su una vuota superstizione e una compassione da femmine, che sulla sana Ragione» (Prop. XXXVII, Schol. I, Eth. IV). C’è bisogno di elogiare così la violenza, il sopruso umano? Jack lo Sperimentatore, Claude Bernard, ride contento: ride il principe che corre a massacrare i cervi e l’uomo del mattatoio che trascina l’agnello nella foto di André Abegg; l’allevatore russo di visoni, il distruttore giapponese di balene, il bastonatore canadese di foche appena nate, i professori del «Mario Negri» ridono con Spinoza della vana superstitio... Anche qui ha ragione Schopenhauer: certo Spinoza non sapeva che cos’è l’amore di un cane... Vedo tante piume di struzzo insanguiante e fanoni di balene arpionate e tori trafitti e cani con la trachea sforacchiata, ballare su questo Scolio dell’Ethica. In quegli anni si discuteva molto della sensibilità e dell’intelligenza delle bestie, e un testo esemplare è il Discours à Madame de la Sablière di La Fontaine, del 1675, molto più sottile della geometria spinoziana. Spinoza non ha altra morale da predicare che quella del diritto della forza, e per qualunque bambino che torturi un gatto, essendo più forte del gatto, il diritto di torturarlo è stabilito. Ha disgusto dei pazzi, ma abbandona tranquillamente la famiglia animale a tutte le sfrenatezze e le libidini di distruzione dell’uomo.

Gli uomini, dal suo guscio, nuca pronta a ritrarsi, spiati, non li amava; ma un suo triste dogma stabilisce che praeter hornines nient’altro nella natura può essere amato e merita di essere conservato: la ragione dell’utile, nostrae utilitatis ratio, può deciderne qualunque profanazione e trasformazione, fino alla distruzione. È un dogma assurdo, un prodotto della raison corrompue, molto più cieco di quelli che l’Ethica sotterrava: l’utilità ha la vista corta, il dubbio morale lunga; Spinoza invita i distruttori a distruggere, e il deserto dell’Utile è il trionfo del più stolido rinneganiento della Ragione. Dio è più sottile di Spinoza: la superstitio, proteggendo dal taglio l’ulivo, la vacca dalla mazza, protegge i fili e i fini profondi della vita umana. Che cosa significa per lui la coscienza estesa a tutto, la divinità in tutto, se tutto si può, in nome dell’utile, spegnere, calpestare, annientare? [...] (pp. 26-28)

383. Tra le pitture della Quinta del Sordo, di Goya, ho amato specialmente – vorrei dire esclusivamente, tolto il ritratto di Leocadia Weiss – la testa del cane. [...] (p. 46)

 

384. [...] Goya, l’unico, il nobilissimo, il profondo, si fa simile a ciascuno, a ciascuno di noi jeringados, in un volto di cane. (p. 51)

 

385. [...] Un poeta, che aveva un occhio più profondo e spietato di Hugo, raccontava di una donna magnifica, vestita a lutto, intravista a un concerto all’aperto, un bambino per mano, e della sua solitudine: «perché il bambino è turbolento, egoista, senza dolcezza e senza pazienza; e non può neppure, come il puro animale, come il cane o il gatto, servire da confidente ai dolori solitari» (Baudelaire, Le vedove). Chi ha un cane non è solo; chi non ha che un bambino è solo. [...] (p. 53)

 

386. [...] Poeti, ormai, sono quel che c’è di più brancicante nel vuoto creato dalla tecnica e dalla distruzione di vita che ha operato alla superficie della terra: a voler essere benevoli (ma non ha senso esserlo, è pietà essere duri) si puo vederli come una pattuglia di ritardatari, in perdita esasperante di orario. [...] (p. 56)

 

387. [...] Quando parli ecologia, subito lo avverti questo muro in cui non si fanno brecce: «Tra dieci anni? E dovrei rinunciare a vivere come mi pare oggi, perché non muoiano tutti gli alberi tra dieci?». Dieci, neppure venti... Il Breve Termine non spaventa nessuno, eppure siamo leti sub dentibus, dunque c’è un piacere a sentirsi nella carne i denti della morte planetaria, forse perché è sentita piacevolmente inattuale, senza l’urgenza di quella personale. Oppure non esiste la specie; e la solitudine del principio individuale non è minimamente solidale con la multiforme vita da cui dipende la propria: siamo qua, miliardi di deambulanti mortifere pestifere monadi cieche, ciascuna contenta di non essere parte bruta del tutto di cui è necessarianhente parte, in quanto è dubbio, è metafisicamente piuttosto incerto, che esista davvero, questo visibile Tutto creato dall’insania del nostro Logos... [...] (p. 70)

 

388.[...] La casa è un animale che, per ripulirsi, ha inventato infiniti modi per trasformare il mondo in un immenso letamaio. Differenza tra tana e tana: l’umana soltanto è micidiale all’ambiente, parte della faccia tenebrosa dell’uomo, spavento della natura. [...] (p. 73)

 

389. [...] Non sono un Verde; li aiuto come posso, gli ecofili, ma li vorrei ben più forti in capire e in agire. [...] (p. 74)

 

390. [...] [Uomo coppia tango] Una danza che in un secolo senza amore tocca il suo apogeo di struggimento sentimentale assoluto e, stranamente, in un paese senza segno spirituale, di bovini e sùdras di un’Europa affamata, sulle rive di un fiume senza storia né gloria come la Plata. [...] (pp. 120-121)

 

391. [...] «Gli ebrei sono peggio degli hegeliani» è il culmine dell’insulto antisemita schopenhaueriano, ma non è un grido da pogrom.

Ma che cosa resterebbe di questo antisemitismo non psicologico nè demonologico se il buon filosofo leggesse oggi Kafka, o avesse dato più peso a certi testi scritturali malvisti dagli ottimisti, come Qohélet e Giobbe? I nomadi semiti odiavano il kèleb, il cane, randagio, rabbioso e pericoloso; è un odio scritturale, cane è sempre, nei testi, metafora di obbrobrio e di paura. Per Schopenhauer, attaccatissimo al suo riccioluto barboncino Atma, la vita priva di cane non era neppure vita! Ma, nelle città tedesche, non saranno certo mancati gli ebrei cinofili... Ci sono tirate, nei suoi famosi dopocena all’Englischer Hof, o nella sua stanza rischiarata dal sorriso di una statuina di Buddha, contro i passi della Genesi in cui Elohim, il Creatore, trova molto buono il mondo che sta plasmando. E ripeteva furiborido, in greco: Panda kalà! Tutto è buono! Ma se è un mondo infame!

Ah, filosofo! Questo panda kalà della Genesi è risuonato anche nella tua diletta Grecia! « Per Dio tutto è bello e tutto è buono» dice il sublime Eraclito «ma gli uomini chiamano alcune cose giuste e altre ingiuste». Trovava inammissibile che un Dio morale consegnasse in potere dell’uomo gli animali; infatti non può essere così che per decreto ad occhi umani giusti ingiustissimo, il cui perché è impenetrabile. Però, se questo decreto infame non fosse che l’occasione data all’uomo per affermare un principio più alto, infrangendolo? So di un giovane attore che, di notte, scavalca i muri per aprire le gabbie degli stabulari dei vivisezionisti; forse è su di lui il compiacimento di Dio; perché è nel paradosso divino che la legge sia fatta per l’infrazione.

Philonenko spiega l’antisemitismo di Schopenhauer con l’ebreo uomo della Legge, che nega in profondo la libertà per amore della sottomissione. L’uomo della Legge è più il dottore fariseo che l’ebreo in genere, specialmente moderno. (La Legge, per lui e per noi, è quella porta per cui non si entra, nel Processo). L’ebreo, per passione morale, si ribella anche a Dio; è del musulmano la sottomissione. Schopenhauer detesta l’ebreo in quanto uno dei più stupefacenti prodotti della malefica volontà di vivere, l’accanito moltiplicatore di universi di dolore, inaccettabile nel proprio sistema.

Ma con tutta la sua zoofilia non fu mai vegetariano; l’Englischer Hof gli serviva arrosti e polli non parsimoniosi, che non sembra aver mangiato con turbamenti di coscienza. [...]  (pp. 151-153)

 

Da Centoventuno pensieri del Filosofo Ignoto,

La Finestra, Trento 2006

 

 

392. Gli Dei hanno lasciato estinguersi come insignificanti i mostruosi rettili, uccelli, anfibi di cento milioni di anni fa (e proprio mi sembra non valesse la pena di tenere in vita tutta quella triviale Materia priva di Mente, che non avrebbe né patito né conosciuto peccato), e hanno fatto arrivare fino ad ora, non si sa per quanto ancora, un essere costituzionamente criminale, dal corpo estremamente fragile, che dopo essersi fatto per abitarci meravigliose e strane città, si è consacrato alla distruzione sistematica di tutta la realtà raggiungibile dai suoi nascosti artigli: ma neppure in questo (Mente più forte della Materia) vedo un motivo. Forse, nella lettera ai Romani di San Paolo c’è una spiegazione. (p. 72)

 

393.  Siamo tutti figli delle foreste, ex belve che poco basta a rifare tali e peggio, ex lupi mannari ridotti a corsette perdichili in giungle d’asfalti, ex semivolatili di ramo in ramo adesso rinchiusi in gabbioni condominiali dove non risuonano che idiozie... In calici di piante carnivore antropofaghe metalliche succhiamo il nulla, rematori di un’unica colossale galera, incatenati a morte, seguiamo retto senza bussola, con timonieri pazzi, e un megafono imbecille ci ripete incessantemente che abbiamo un fine, che c’è un senso e una meta, che questo immane Narrenschiff chiamato storia è razionale... (p. 74)

 

394. Bisognerebbe equiparare la chiusura di una quantità di botteghe e il rapido scomparire di tanti piccoli commerci (che solo superficialmente si possono considerare puri fatti economici e sociali) alle estinzioni delle specie animali e delle foreste: sono perdite di vita, allargamento del deserto, isole di respirabile alle quali i miasmi, el aire corruto, subentrano. I protettori di Gaia devono includerci le botteghe. (p. 76)

 

395. Brucia, frate di Nola, brucia. Storicizzata bene, l’eresia totale di Giordano Bruno hanno finito per tollerarla, a patto che resti confinata nella storia delle dottrine. Un immanentismo che tutto anima e divinizza va tenuto a distanza, con segnalazione di pericolo. Bruno vedeva i corpi celesti come corpi viventi, grandissimi animali: viventi anche se vuoti d’uomini e di pidocchi. Così sostiene nei dialoghi De l’infinito Universo e mondi del 1584. In tal caso il Grido di Munch si estenderebbe anche a loro, e anche il grido del primo versetto del salmo 22. E tutte le nostre sonde di NASA sarebbero, nel corpo dei pianeti, piacevoli come le picche nel dorso del toro nell’arena. (p. 85)

 

396. Dove tutto è desacralizzato e orbato di Numen, proclamare in salmodie di falsari che la vita umana è sacra (quella soltanto: non della vacca, del topo, dell’ulivo) ed è sacra sacra sacra, mi sembra una regola per codice di assassini, non priva di un perfido senso dell’umorismo. La desacralizzazione di tutto il resto rende molto dubbia la sopravvivenza di una sacralità unica, per di più limitata alla pura esistenza (l’essenza non ha statuto) fisica, a delle entità procreate dalle statistiche, a ombre svanenti di una storia illimitatamente sanguinaria. (p. 89)

 

397. Il  bodhisattva percepisce i suoni della Sofferenza del Mondo, sconfinata... Ma occorre essere bodhsattva? O Arthur Schopenhauer? Io sono uno qualsiasi nel grande mucchio, eppure li ho percepiti e mi hanno fatto da bussola. E Abramo Lincoln li ha uditi, dalle piantagioni di cotone, e Gandhi nelle due Indie. E tra i poeti moderni parecchi: Baudelaire, Rimbaud, Campana, Owen, Achmàtova, Shalàmov, Thomas, Cvetaeva... Tre i pittori Schiele, Munch, e Sironi dopo il suicidio di Rossana. I papi ne parlano, spargono unguenti di luoghi comuni, ma non hanno orecchie fatte per intenderli. Tra i filosofi, Michelstaedter, per averli uditi, a ventitré anni si è ucciso. Dostoevskij e Tolstoi: due intere lunghe vite all’ascolto di quei suoni, telegrafisti inchiodati di giorno e di notte all’apparecchio trascrivente. (p. 104)

 

398. Stati-ultori e Stati simbolicamente ultori, garanti della vendetta pubblica, differiscono nel trattamento giudiziario dei crimini di sangue, ma tutti insieme formano un colossale coito sadomasochistico di violentatori indisturbabili della natura vivente, matricidi della Terra Madre, demetricidi, geocidi (variazioni neopagane di deicidio). Lo Stato preferisce annacquare le punizioni individuali pur di non essere distratto dal partecipare con altri Stati ai più scellerati e premiati crimini contro libertà umane, vita animale e vegetale, acque e terre, dai fondali marini ai Buchi Neri. Occupato a violentare la totalità vivente lo Stato, a stornare il male e la violenza dei suoi cittadini, è solo formalmente e superficialmente interessato. (p. 122)

 

399. Come non ritenere l’enormità di violenza umana, dalla criminale pura alla nazionale e sociale, irreprimibile e inarrestabile, dal momento che tutta questa violenza tra uomo e uomo riflette un errore fondamentale del pensiero per cui diventa lecito sempre, accettabile, perfino meritevole e in ogni caso inevitabile forzare, violare, trasmutare la vita in generale per scopi pratici, violentare il mondo e tutto quel che degli spazi orbitali e galattici è tecnicamente raggiungibile e si presta ai nostri superbi stupri? L’impossibilità di reprimere la violenza nel suo terrificante manifestarsi giustifica la retribuzione sanguinosa, la giustizia capitale come triviale, appena ritualmente disinfettata, ulzione. (p. 123)

 

 

Da Carlo Cattaneo e Guido Ceronetti, Disegnare poesia,

Edizioni S. Marco dei Giustiniani, Genova (senza data).

 

400. Per dire Genova

Tenere il conto dei colpi di barbarie tecnica – mortali – sferrati alle essenze spirituali che parevano per loro natura potersi sottrarre alla rovina è impossibile, siamo nell’incalcolabile; ma tra i nomi dei colpiti, dei frantumati colloco – con impotente strazio – Genova. [...]

Con anticipo l’hanno consegnata alla bestialità innominabile degli urbanisti del Duemila, come si dà allo spazzino un gatto urtato dalla ruota di un Tir nella notte, senza sospettare che quel gatto fosse la metamorfosi, il ritorno periodico sulla terra di una sofferente divinità luminosa, di una regina famosa di Orienti fatta lanterna su uno scoglio. (p. 7)

 

Da Insetti senza frontiere, Adelphi, Milano 2009

 

401. Insetti senza frontiere è un’associazione senza fini di lucro che si propone la salvaguardia e dov’è possibile la promozione di ogni specie di insetti in tutte le parti e le regioni del mondo. Come il profumo del biancospino non è indifferente per le costellazioni, così non c’è un solo insetto la cui estinzione non sia per produrre un qualche imprevedibile avanzamento della intera specie umana (che anche a noi, sia pure a malincuore, piace di tutelare) verso la distruzione. Gli insetti hanno abitato la terra ben prima dell’uomo, di cui soltanto dopo miliardi d’anni alcune misteriose astronavi, inviate da un funesto Titano di cieli senza luce, deposero sul suolo vergine di quello che divenne in seguito l’inabissato, da molto tempo, continente atlantico, la prima coppia. Incontrando la mosca, la coppia prese a imitarla nella sua lieta facilità a riprodursi, e in meno di un secolo si formarono interi popoli di cui resta la malfamata memoria in tradizioni orali e scritture sacre. Considerando le mosche messaggeri divini, gli uomini, per offerta sacrificale a questi padroncini elettivi, inventarono la cucina, che le mosche prediligono sia appena servita fumante nei conviti che trasformata in rifiuti organici, non più amati dagli uomini fin dai tempi di Numa Pompilio re del Lazio e di Roma.

La minaccia di clonazione universale di esemplari di insetti geneticamente modificati, privati di pungiglione attivo, ci ha giustamente allarmati e indotti a predisporre adeguate misure di protezione del pungiglione naturale: abbiamo in riserve segrete diecimila miliardi di zanzare, vespe, api, calabroni di ogni tipo, che ingegnosi vettori possono scaraventare su tutti i nostri agglomerati urbani in quantità sufficiente per far capire anche ai più ottusi e ambiziosi sperimentatori che c’è una sanzione divina pronta a punire la loro tracotanza (βρις).

La libertà di pungere, è scritto nei nostri statutti, sia garantita a tutti gli insetti dotati di pungiglione difensivo-offensivo indispensabile alla loro sopravvivenza - a scapito, se necessario, di quella degli umani.

Insetti senza frontiere considera La metamorfosi del dottor Franz Kafka di Praga non un testo di abbassamento dell’uomo, ma di commovente esaltazione dell’insetto. E denuncia come ingiuriose e lesive per la dignità della condizione di un insetto locuzioni correnti come “nosioso peggio di un insetto”, “ti schiaccerò come un insetto”, “spiaccicato sull’asfalto che pareva un insetto”, e simili, mentre ci domandiamo se dire di “valere meno di un insetto” o “quanto un insetto” significhi realmente valere pochissimo. In verità noi dubitiamo fortemente che gli dei abbiano deposto nell’uomo, fin dal principio, la misura di tutte le cose.

Se tutti gli insetti sono degni di rispetto, i Ragni - tempio il loro filamento - sono sacri. È falsa la rima in lingua francese che colloca vista di un ragno di sera tra i segni di speranza e fa di un ragno visto al mattino un presagio di giorno nefasto. Noi gli opponiamo la rima seguente:

                                     Ho visto un ragno

                                     nella gioia mi bagno.

La scopa casalinga che schiaccia i ragni o ne costringe intere famiglie a chiedere asilo altrove attira sul luogo la sventura. Cancella una testimonianza esemplare dell’Arca noachide.

Collezionare insetti trafitti è un crimine.

La nostra Associazione ha proposto, al Congresso americano e ad altri parlamenti, che una volta al mese, per un giorno, preferibilmente festivo, siano visitati da scarafaggi, cimici fetide, scarabei, formichine e formiconi tutti i frigoriferi, dai macelli di Chicago ai frigobar delle moderne celle dei Trappisti e degli alberghi a due stelle lungo il cammino di Santiago, dai motels appostati lungo le autostrade, alle case che non amano la violenza e benedice perfetta serenità.

I santi cristiani che per qualche innocente punzecchiatura ritenevano inviati del Demonio gli insetti, erano santità false.

Insetti senza frontiere contrasta per quanto può l’eccesso di moltiplicazone delle folle umane e permette agli insetti di deporre uova fino a sessanta volte durante il loro arco fugace. Anche per loro vale il Niente di Troppo della saggezza antica.

La nostra Associazione propugna l’assegnazione annuale di un Premio Nobel per la pace dell’uomo con l’universo meraviglioso dell’Insetto.

Siamo operanti presso le Nazioni Unite perché sia dichiarata inumana la concessione biblica di mangiare arrostite o in qualsiasi altro modo le cavallette e altri insetti cashèr come il soleam, il hargòl e il hagàb,  così chiamati in Levitico, 11, 22.

Proporremo alle legislazioni illuminate di punire penalmente, a scopo esemplarmente rieducativo, i torturatori e mutilatori di insetti sia di minore che di maggiore età.

Non esistono insetti nocivi.

Oh carovane del Dedanìm, se incontrate insetti assetati di una goccia di sangeue dategli il vostro. (Adattamento di Isaia profeta, cap. 21).

Insetti senza frontiere non trascurerà ogni sforzo per educare le sventurate falene a non farsi attirare funestamente dalle lampadine elettriche durante i loro voli notturni al di qua dei vetri delle nostre case.

Schiacciare un insetto aggrava il debito karmico.

Coccinelle, farfalle bianche e nere, lucciole notturne allontanano gli artigli invisibili delle Tenebre. I ronzii d’alveare, i cori delle cicale, il cantare dei grilli contribuiscono ad una elevata terapia musicale. Insetti senza frontiere ne diffonde registrazioni audiovisive al prezzo famigliare di un euro e cinquanta, nelle fiere, nei supermercati e nei suk.

Il Tao senza nome abita, sorride, medita in un piccolissimo guscio insieme a un insetto unico che ab aeterno predica il Non-Agire. Il Filosofo Ignoto. (p. 11-14)

 

402. Se la ricerca tecnologica puntasse a farci cambiare natura, invece di modellarla su un tipo di Mr Hyde dalla interminabile vecchiaia, varrebbe la pena di finanziarla. E potremmo trasformarci, volendolo, in scarabei, in formiche, in lucertole, in moscerini, in ragni, in libellule, in locuste, in scarafaggi, in meduse, tutti popoli della terra meno infelici di noi. Invece mirano a prolungare soltanto i nostri miseri, micidiali giorni di frangibili vertebre che cogitano! (p. 16)

 

403. Il sibilo dell’acqua che si avvia a bollire nella pentola in cucina somiglia a un lamento. [...] Una sepoltura ignominiosa, stomaco o scarico, aspetta quell’acqua tomba di miliardi di batteri assassinati dal bollore.  (p. 24)

 

404. Per intrattenersi - sia pure in modo infruttuoso, ma almeno con minor pericolo - con una tigre che si è abituata all’odore del sangue umano versato e bevuto, bisogna prima cavarne i denti e farne sparire gli unghioni. Ci saranno formule magiche per rendere questo possibile? (p. 35)

 

405. Gli Dei hanno lasciato estinguersi come insignificanti i mostruosi rettili, uccelli, anfibi di cento milioni di anni fa (e proprio mi sembra non valesse la pena di tenere in vita tutta quella triviale Materia priva di Mente, che non avrebbe né patito né conosciuto il peccato), e hanno fatto  arrivare fino ad ora, non si sa per quanto, un essere costituzionalmente criminale, dal corpo estremamente fragile, che dopo essersi fatto per abitarci meravigliose e strane città, si è consacrato alla distruzione sistematica di tutta la realtà raggiungibile dai suoi nascosti artigli: ma neppure in questo (Mente più forte della Materia) vedo un motivo. Forse, nella Lettera ai Romani di san Paolo c’è una spiegazione. (p. 38)

 

406. Bisognerebbe equiparare la chiusura di una quantità di botteghe e il rapido scomparire di tanti piccoli commerci (che solo superficialmente si possono considerare puri fatti economici e sociali) alle estinzioni delle specie animali e delle foreste: sono perdite di vita, allargamento del deserto, isole di respirabile alle quali i miasmi, el aire corrupto, subentrano. Ii protettori di Gaia devono includere tra le specie in pericolo anche le botteghe superstiti. (p. 39-40)

 

407. Che brucino o spariscano alberi preoccupa poca gente. Ma dove c’è un albero che brucia o viene abbattuto per qualche profitto, o uso non strettamente necessario, o anche per far posto semplicemente a insediamenti umani in eccesso, a industrie o autostrade, oscure radici buttano fuori e cresce e ramifica in fretta un albero di morte. Se anche non ci fossero altre cause basterebbe l’enorme perdita di alberi, la distruzione sistematica delle foreste, la proliferazione cancerosa degli spazi urbanizzati dove l’albero rantola semiasfissiato dai gas, a provocare l’irrefrenabile aumento della volenza sulla terra. L’albero che separa uomo da uomo separa anche i loro coltelli alzati, inceppa il tamburo delle loro pistole. (p. 58)

 

408. Stati-ultori e Stati simbolicamente ultori, garanti della vendetta pubblica, differiscono nel trattamento giudiziario dei crimini di sangue, ma tutti insieme formano un colossale coito sadomasochistico di violentatori indisturbabili della ntura vivente, matricidi della Terra Madre, demetricidi, geocidi (variazioni neopagane di deicidio). Lo Stato preferisce annacquare le punizioni individuali pur di non essere distratto dal partecipare con gli altri Stati ai più scellerati e premiati crimini contro libertà umane, vita animale e vegetale, acque e terre, dai fondali marini ai Buchi Neri. Occupato a violentare il Tutto vivente, lo Stato è solo formalmente e superficialmente interessato a stornare il male e la violenza dei suoi cittadini. (p. 60)

 

409. 13-14 febbraio 1945: bombardamento alleato di Dresda. Eventi come questi non trovano posto in categorie pensabili (non diversamente da Hiroshima-Nagasaki, Shoah, Gulag, Torri Gemelle). Se li salti, bevuto un tè, ti rimetti a pensare professionalmente, ma la frattura resta, Possiamo contentarci della narrazione dei fatti e concludere che si tratta di prove provanti che l’uomo è ben lontano dall’essere un animale. (p. 71)

 

410. Voi mangiate il vostro foie gras insieme ai chiodi di Gesù Cristo. (p. 80)

 

411. A prezzo di uno sterminio incessante di minimi, infimi, visibili e invisibili esseri viventi, un’abitazione può mantenersi pulita. Perché la sporcizia non è una cosa: vive, è strenuamente vivente, è materia senziente che vivendo nasce e muore: ed è aggressiva, dal suo silenzio ci ringhia e minaccia di continuo. Per non farne invadere le nostre tre camere con bagno condominiali, mansarde, uffici, seminterrati, occorrono sicari, gente pagata e indifferente, che sa come perseguitare la vita in ogni angolo della casa, a orario fisso: la donna delle pulizie. (p. 113)

 

412.  Sparite, le mosche. Nuvole di gas venefici sparsi per loro e per noi, le hanno sterminate. E poi i buoi, le vacche, le stalle, le loro alcove preferite, chi li ha più visti? Alle 13,20 del 31 agosto una mosca (l’ultima al mondo?) è nella mia cucina, mi molesta ma non cercherò certamente di ucciderla.Che viva, forse finirà al museo. Le mosche dei miei ricordi, campagne del Chiarese, erano milioni, le trappole di vetro con l’aceto e le strisce pendenti dal lampadario erano sempre nereggianti del Dittero persecutore. Al cinema veniva mostrata in documentari prodigiosi una mosca ingrandita migliaia e migliaia di volte per metterci in guardia, per atterrirci, per non permetterle di piombare sul risotto allo zafferano direttamente dal più vicino letamaio. Un jaina si sarebbe fatto divorare, noi, implacabile Occidente, studiavamo armi chimiche per la perfezione del Moschicidio. Eppure l’abitare poeticamente (dichterisch) dell’uomo sulla terra comprendeva anche il poetico abitare di quei maleamati esseri volanti,  infima immensità di vita che a suo modo si opponeva alle forze disgregatrici, alle mani quantate di bianco della Morte. (p. 118-119)

 

413. Facile è amare insetti che troviamo bellissimi, rari, figli del musicale ronzar lontano dai Tristi Tropici - difficile l’amore per mosche, scarafaggi, zanzare. Se le ami, se gli concedi un angolo della tua carne perché si sfamino, sei già rinato Buddha. (p. 119) 

 

414. Quando si estingueranno i piccoli rapaci notturni, spariranno i filosofi. (p. 139)

 

415. Alligatore mi sembra indicare, più che un animale, un mestiere. “Mio figlio fa l’alligatore a Bologna. Un altro fa il formichiere a Berlino. Si trovano bene”.  (p. 146)

 

416. Più l’uomo è vicino all’animale, più fa figli. Una religione che invita a questo promuove barbarie, sfama la ugola della sciagura. (p. 161)

                               

disegno di Guido Ceronetti

lo schizzo di Ceronetti a inizio pagina è di Paolo Tesi

 

                                

                       

                                              

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