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                                                        sonetti

                                        di Pasquale Cacchio

 

                                                                   

I

 

Sapete che da giovane ero attore?

No, non sipari, palchi, fari e impianti,

no, solo nudi corpi deliranti

le voci e gli occhi degli dei e il sudore.

 

Il pubblico guardava con timore

i voli e le cadute risonanti

il ventre della terra e le inquietanti

movenze di animali e di chi muore.

 

Si usciva senza applausi da quel luogo

sorpresi che finisse in un minuto

quell’ora incatenati a un finto giogo.

 

No, al critico appostato alcun aiuto

davamo a interpretare il nostro logo

lasciandogli quel giorno il foglio muto.

 

 

 

D’ you know I were an actor in my youth?

No, not curtains, stages and equipments, lights...

No: delirious and bare bodies only,

the voices and the eyes of gods, the sweat.

 

Around, the audience watched the scene with fear:

the flights and the resounding falls, the stomach

of the earth and the disquieting scary moves

of animals and of the dying ones.

 

We got out of that place with no applause,

surprised how could an hour be so short

although you’ve been chained to an untrue yoke.

 

We gave no help to the lurked critic, no,

that he could grasp our logos well that day,

and so we left him with his paper dumb.

 

                         traduzione di Marco Maurizi

 

 

II

 

Ti ha affidato, Frank Zappa, la sua musa

un dio ritardatario nel fuggire

dalla terra che in croce, come dire,

per l’uomo si sacrifica delusa.

 

Alle parole tue chiediamo scusa,

le imbrattiamo di idee a involgarire

il tuo canto di Omero e il tuo ruggire

il modo misolidio e la tua accusa

 

Tu le vesti di suoni le parole,

ridoni ad esse l’urlo, il gioco e il canto

in simpatia dell’uomo con le stelle.

 

Quando ti ascolta a notte, come suole

rinfrancarsi, la mente per te un vanto

vorrebbe musicare a crepapelle.

 

 

III

 

Il tuo pensare audace, padre Nietzsche,

non sfida la filosofia ufficiale,

la ignora, e a noi ricordi che rivale

è il corpo a menti e a società posticce.

 

Cos’hanno da obiettarti le idee spicce

di chi non vive ciò che pensa e, uguale

a chi non pensa ciò che vive, il male

non scorge delle scienze imparaticce?

 

A piedi affronteremo quanto a piedi

scrivevi, camminava il tuo pensiero!

No, no, danzava! Importa quanto credi?

 

Neppure a te importava e ne eri fiero,

sognavi un oltre l’uomo senza fedi

che disarmato fosse il più guerriero.

 

 

IV

 

A me fa ridere quella poesia,

(Rimbaud scusami), parla la mia lingua,

ma la rende al mio senno tanto ambigua

da non capirne la simbologia.

 

Già la rima ha difficile la via.

La musa odierna ha la parola obliqua,

dolce nel suono ma nel senso iniqua

a chi non ama la filologia.

 

Perfino Rilke, in prosa tanto chiaro,

in versi ti fa correre alle note

come leggendo Dante da scolaro.

 

Non si ascolta, si legge, e spesso ignote

le parole non sai e da somaro

chiudi il libro lisciandoti le gote.

 

 

V

 

Dormono, Alcmane, le cime dei monti?

Dormivano anche i nostri, provenzali,

fin quando cementificati pali

piantarono a insultare gli orizzonti.

 

I loro sogni al suono delle fonti

non eran popolati di legali

motivi per costruire quei triviali

aggeggi per privati tornaconti.

 

Chiamerò tra i miei amici un Sancho Panza

(ne ho pure somiglianti a Don Quichotte)

e con il vento avanzeremo in danza;

 

pure se invano, con le spade a botte

prenderemo le pale mentre a oltranza

continuano a girare giorno e notte.

 

 

Les pics des montagnes dorment-ils, Alcmane?
Les notres aussi, provençaux, étaient dormants,
avant que des poteaux de ciment
ne soient plantés pour insulter les horizons.

 

Au son des sources, ils rêvaient,
ils n'étaient pas peuplés de légales
raisons pour construire ces triviales
choses pour des profits privés.

 

J'invoquerai de mes amis un Sancho Panza
(et il y en a qui ressemblent à Don Quichotte);
dansants, nous avancerons dans le vent,

 

et, bien qu'en vain, nous rouerons de coups
les pales, pendant qu'elles pivotent
sans cesse toutes les nuits et tous les jours.

                       

                                    Traduzione di Agnese Pignataro

 

  

VI

 

Di ritorno, cometa, dagli Egizi,

in falsi cieli di città riappari

fra cittadini indaffarati e ignari

dei cicli delle stelle e dei solstizi.

 

Ridevi degli antichi pregiudizi

sui tuoi fausti ed infausti itinerari?

Deridi adesso il senso degli affari

che ti adocchia tra gli astri redditizi?

 

Lontano dalle luci cittadine

disegni la tua coda sui miei monti

dei quali guardi triste le rovine

 

e mentre fuggi via coi mastodonti

e quanto sulla terra ha avuto fine

io resto a immaginare i miei tramonti.

 

 

 

VII

 

Le pietre della strada di campagna 

ingenuo interrogavo da bambino:

«Perché tacete? Parla il biancospino,

il sole parla e quanto l’accompagna».

 

Salendo e rigirando la montagna

rami e foglie trovai nel travertino,

nei calcari l’ambiente corallino

e in un clasto perfino una castagna.

 

Ogni pietra che incontro mi racconta

dove nacque, di cosa fu composta

e di qual orma porta qualche impronta

 

e quale ofiura mai vi ha fatto sosta

e dove ancora l’onda si orizzonta

quand’era ancora sabbia sulla costa.

 

 

 

VIII

 

Vedo Monte Sidone tutto a un tratto

tagliato da una strada che a un profano

come un’isoipsa appare da lontano

tanto il tracciato è programmato esatto.

           

La ruspa dalle sue viscere ha estratto

la roccia che dal mare aquitaniano

è giunta fin quassù in luogo montano

ed ogni strato appare esterrefatto.

 

Ne ha erosi di più l’uomo in qualche mese

che l’acqua, il vento e il gelo nei millenni

e nudi ne ha cacciati di macigni,

 

che l’uomo antico un poco più cortese

usava altari i giorni più solenni

o megaliti per gli dei più arcigni.

 

 

 

IX

 

Affido a te, sonetto, la risposta

alla missiva di un pastore sacro

sull’agonia di idiomi e sul massacro

cui gioca la parola sulla crosta:

 

a schierare ragioni ben disposta,

non ad aprire porte, è un simulacro

di ponti con le cose e va al lavacro

purché ci vada pure quella opposta.

 

Udendo forse Adamo il vento e il mare

ad ogni cosa dava il nome e in germe

il verbo che poi Dio fece incarnare

 

e che ora l’Anticristo come un verme

divora fino a nulla denotare,

e il vento è inascoltato e il mare inerme.

 

                                    a mons. Raffaele Castielli

 

  

X

 

Per conoscere il nome che gli uccelli

danno alle stelle attraversando il mare

con ali di Icaro vorrei volare

pregandoli di farmi da fratelli.

 

Imparerò le strida e come belli

gli occhi la testa guida ad indicare

la stella che la rotta fa cambiare

e i versi che a quel punto fanno quelli.

 

Imparerò costellazioni antiche,

quando Sirio non ombre sulla terra

disegnava, né Dubhe e Mizar l’Orsa,

 

né Aldebaran e Betelgeuse, amiche,

disegnavano Orione e il Toro in guerra,

ma archeopterix pesanti nella corsa.

 

 

 

XI

 

Dove fuggire? È proprietà privata

l’ultimo atollo, e l’ultimo dirupo    

è un museo; se una vita come un lupo

voglio (che ve ne importa?) riservata

 

verrà anche al chiuso da qualcuno spiata,

anche dall’alto, se e come la sciupo.                                  

Voglio (che ve ne importa?) all’evo cupo

tornare, in una landa immacolata.

 

Felici veramente gli eremiti

e quanti nel deserto in fresche grotte

trovavano riparo dai pruriti

 

di cittadini e di città corrotte,

tanto lontane dai nostri appetiti

da non avere le stelle la notte.

 

 

 

XII

 

Non erano mai morti a zampe all’aria

o infilzati da scientifiche spine,

per essi non ci sono medicine,

a parte l’arte antiparassitaria.

 

Li ha risparmiati l’arte culinaria,

non il progresso o qualche scienza incline

alla pietà per le carneficine

in nome di un’altra arte, quella agraria.

 

Sicuro, è esterrefatto il loro dio,

che fin dal devoniano era felice

di offrire ai primi fiori quel ronzio

 

zittito adesso dalla trebbiatrice,

essendo morto il mondo a ogni brusio

da quando Dio mercati benedice.

 

 

 

XIII

 

Tardi ho imparato ad amare i cerambi

 con le antenne pendenti come giunchi.

 Ho tentato di sapere dai lunghi

 trattati di entomologia che campi

 

 frequentano, che boschi e quali scambi

 fanno con alberi, altri insetti e funghi,

 e a che servono i loro artigli adunchi.

 E i movimenti delle antenne strambi?

 

 Non ho imparato nulla. Che m’importa

 di misure, sezioni e dissezioni

 (gli tagliano le antenne!) o di misture?

 

 Ad uno di essi ho aperto la mia porta

 in cerca di chissà che direzioni.

 Poi l’ho posato tra le mie colture.

 

 

 

XIV

 

Che mangiano quei ragni a casa mia

che tessono nascosti i loro teli

pendenti dalla volta come veli

e soffrono alla luce di fobia?

 

Moscerini. E in inverno? E in carestia?

E Fabre? Non c’è studio che lo sveli

essendo, se alla vera scienza aneli,

inutile all’attuale economia.

 

Quando mia madre strappa con lo straccio

quei veli dalla volta, sbigottiti

corrono verso il buio, chissà, a casaccio,

 

per istinto o per chimici appetiti

e qualcuno io ne salvo e poveraccio

cerca abbagliato al sole antichi siti.

 

 

 

XV

 

Pure un albero vuol vivere eterno

e a lungo offrire vani, incavi e vuoti

a gufi, assiuoli e a uccelli al sole ignoti

e ai ragni che intelaiano ogni interno;

 

vorrebbe superare un altro inverno

a rinverdire i rami al vento immoti

(tu poche foglie e pochi fiori noti

anch’essi timorosi dell’Averno);

 

non nega al vischio, zingaro, una casa

a ricordare gli anni giovanili;

gli dona linfa, nulla in cambio. E, rasa

 

la salma al suolo, sogna che in monili

riviva legno o, dai detriti invasa,

da fossile in eterni domicili.

 

 

 

  

XVI

 

In polvere torniamo ed altre stelle,

o padre, nasceranno. Vita e morte

a pietre, a piante e ad animali in sorte

sono date come uniche sorelle.

 

Che abbiamo in più di tigri e di gazzelle?

La scienza sembra aprire nuove porte

all’uomo che nel mondo non ha scorte

le cose a lui comuni e alle albanelle.

 

Frammento della storia della terra,

parole e voci amavi, non concetti

a interpretare l’universo invano,

 

e solo un dio del conversare afferra

quant’io mi ostino a prender per difetti.

Non resta che aggrapparci a qualche mano.

 

 

 

XVII

 

Derubate dei loro nomi australi,

parlano lì costellazioni idiomi

di mercanti, accademici e nostromi

sprezzanti delle lingue dei locali.

 

Che nomi avevano le luci astrali?

Pianeti e stelle dai notturni aromi

per sogni, feste, lutti, dei, encomi

e galassie per antichi animali.

 

Neanche un bel nome, alfe e bete assegniamo.

La Nube è offesa, i vecchi nomi chiede

tasmaniani, boscimani e un richiamo

 

per notti senza luna, così crede,

per far vedere in cielo il suo ricamo.

Del resto, tra i lampioni, chi la vede?

 

 

 

XVIII

 

Come il gatto la mantide è un insetto

che si gira di quarto e arruffa il pelo,

s’inarca e soffia se con uno stelo

mi fermo a stuzzicarla per dispetto.

 

È inerme pur nel minaccioso aspetto,

posso schiacciarla senza che su in cielo

mi si condanni come per un melo

fu condannato Adamo e maledetto.

 

Lo stelo butto via e con il mento

mi accosto ad osservarla come ondeggia

al ritmo delle foglie con il vento:

 

con le zampe una maschera tratteggia

che pare un mostro antico e mi sgomento,

sapremo mai noi cosa simboleggia?

 

 

 

XIX

 

Vedrete, quello lo faranno santo,

sposa la scienza, appare sugli schermi,

fonda istituti per moderni infermi,

le briciole dei ricchi investe in vanto

 

del loro sentimento per il pianto

dei popoli di stati ancora fermi

a malarie, a bacilli e a vecchi germi,

e, infine, la sua vita è ai pii un incanto.

 

Però con don Tonino e don Milani

non spartirà la gloria e Zanotelli

se ne starà lontano in altri vani;

 

un altro paradiso c’è per quelli

che sembrano dannati per gli umani

solo perché ai borghesi son ribelli.

  

                       a padre Alex Zanotelli

 

 

XX

 

Tra i vermi che divorano il formaggio

c’è libertà, uguaglianza e fratellanza

più o meno in parti uguali e in abbondanza.

Dell’arte è il gusto l’unico linguaggio.

 

Si strusciano l’un l’altro col miraggio

di migliorare il mondo a maggioranza

e di arginare un poco la mattanza

di chi sta fuori e senza alcun foraggio.

 

Ma mai li ho visti quando paffutelli

finisce il cacio. Se li mangia il gatto?

Si divorano come tra fratelli?

 

Si sparpagliano in cerca di altro piatto?

Fatti insetti, li beccano gli uccelli

o finiscono in luogo putrefatto?

 

 

 

XXI

 

Tra i cruciverba attende la battaglia,

è prestante, ma a stento un dito moscio

gli basta sui pulsanti per lo scroscio

di bombe sul nemico e mai lo sbaglia.

 

Le cause della guerra non scandaglia,

«Di storie giuste o ingiuste non mi angoscio»,

è questo il suo ragionamento floscio,

«mi basta lo stipendio e una medaglia».

 

Un giorno ai suoi bambini che racconta?

Che con la spada ha combattuto in guerra

e mostra una ferita come impronta

 

dell’arma di un nemico che gli sferra

un colpo ad armi pari e invece è l’onta

di qualche avventuretta terraterra.

 

 

 

XXII

 

Ci sono qui bambini che, re nudi,

additino agli adulti quei signori

che con l’arte domata dagli allori

appagan con successo i loro studi?

 

Ci sono qui bambini che un po’ rudi

si prendan gioco dei capolavori,

indifferenti ai miti che, illusori,

assordano le sale di tripudi?

 

Addestrati a parlare, non li vedo

giocare per le strade, stanno in casa

a combattere mostri senza credo

 

e mai li vedo con la mente evasa

da scuole, compiti, palestre e chiedo

di salire con me su una cerasa.

 

 

 

XXIII

 

Disteso emergi dalla crosta inquieta,

Monte Felice: come un elefante

ti han scolpito e dipinto con le piante

l’acqua e il vento dall’era della creta.

 

Non è passata solo una cometa

da quando un orso, un tasso o un lupo errante

han trovato una tana in te sognante

e il nibbio il nido e il ragno la sua seta.

 

Nel sonno forse non ti sei accorto

di quando apparve il primo agricoltore

che al tuo profilo allineò il suo orto.

 

Ora sogna nell’era del trasporto

di ferirti con strade il costruttore

e tu non più dormiente appari morto.

 

 

 

XXIV

 

Ci siamo detti veramente tutto,

madre? Figlia con me di madre terra,

tu sorella, io fratello, per lei in guerra

la vedevamo a nostro modo in lutto.

 

Se mi osservavi: «Non guardare il brutto,

di vita e morte il positivo afferra,

ché non c’è cosa al mondo che non erra»,

le mie passioni borbottavo asciutto.

 

La malattia dissidi poi ripara,

ma a te stravolge il corpo, a me il sorriso

e, oscura al mondo, a noi diventa chiara

 

la parte che è nascosta dietro il viso.

Ti ho pettinata bella nella bara,

chissà se ti vedrai dal paradiso.

 

 

 

XXV

 

«Che vi disegno, farfalle, sulle ali?»,

così Dio, del Cretaceo insoddisfatto,

«A te gli occhi di un gufo, a te di un gatto,

musi di serpi e maschere spettrali».

 

Ma quelle non vedevano i rivali.

Creò allora gufi e gatti con l’olfatto,

dalle ali delle sfingi copiò il ratto,

la volpe il viso in ere diluviali.

 

Quelle alle piante vollero copiare

i verdi, i gialli e i toni dell’autunno

e i grigi di città copiano adesso,

 

ché Dio nel Quaternario lascia fare.

Ma chi tra un Giotto e una farfalla è alunno

nell’arte del puntino del riflesso?

 

 

 

XXVI

 

Quanto è magnifico guardare un cane,

vedrai in ragione e istinto un solo centro,

làsciati raccontare cose strane

e ama e pensa con me a guardare addentro.

 

Guardalo come Dio quando rimane

seduto a contemplarlo: «Gli concentro

la mente e il corpo; sa scavare tane?

Vediamo che combina e poi subentro».

 

Gli fa cenni di assenso appena vede

le sue trovate e vede cose buone,

non si potrebbe farne uno migliore.

 

A guardarlo negli occhi, pare, chiede

non tanto un po’ di pane o compassione

quanto chinarli prima, con pudore.

 

 

 

XXVII

 

Quando hai scoperto la tua voce bella?

Bambina forse, ad imitare i suoni

di grilli, di sirene, vènti, tuoni,

cercavi note e sguardi da una stella.

 

Qualcuno ti avrà chiesto una storiella

e quando l’ha ascoltata in mille toni

le Muse ha ringraziato e i loro doni

per aver scelto te come modella.

 

Canta. Non agli amanti del successo

o a chi commenta con parole dotte,

canta alla muta nebbia di novembre,

 

né chiedere alla voce il suo permesso,

e quando ascolti il nulla della notte

ricordati dei grilli di settembre.

 

                                    a Daiana Allamprese

 

 

 

XXVIII

 

La morte non risparmia noi fontane,

acqua donavo a uomini e animali,

a donne con barili e con boccali,

orci colmavo, botti e damigiane.

 

A sera i muli, come in carovane,

tra fischiettii bevevano gioviali

tornando da fatiche e vie rurali

in compagnia del suono di campane.

 

Adesso secca, senza vasca e mesta

da quando in tubi scorro depurata

ricordo donne col barile in testa

 

che tra una chiacchierata e una scenata

attendevano grate. Di me resta

una lapide nuova e la facciata.

 

 

 

XXIX

 

A Biccari smarrito nella notte

(un sogno? un film?) per strade, viali e vichi

oh, quanti incontro abitatori antichi

in corsa, immoti, solitari, a frotte,

 

un cucciolo di drago su una botte,

un dinosauro nano sotto i ginchi,

dormienti in angoli gli ornitorinchi,

chirotteri schioccanti nelle grotte!

 

Strillava Alice al Bianconiglio: «Balla,

non senti l’orchestrina in allegria?».

E quello: «È tardi, torno a Castelluccio».

 

«Che mondo è questo?», chiedo a una farfalla,

«c’è un posto dove dire una poesia?»,

e mi conduce qui in questo cantuccio.

 

 

 

XXX

 

Ho seminato un chicco nel mio vaso,

ho preso un po’ di terra nel giardino

e per vespaio pietrisco cittadino,

lo innaffio a sera dopo il mio rincaso

 

e raspo con il dito se per caso

si gonfia e come in guscio di pulcino

risuona, batte e poi fa capolino.

Il germe è proprio quello di un ceraso!

 

Le prime foglie son spuntate a maggio,

i primi rami qualche mese dopo,

a ottobre ha già la forma di alberello.

 

Ha superato inverni con coraggio,

adesso sta nell’orto con lo scopo

di dar ciliege e al sole far da ombrello.

 

 

N’acene agghje chiantate dint’lu vase,

la tèrre agghje pigghiate de giardine

e pe vespaje li vricce cittadine,

lu annaffje a sére quanne torne a case,

 

po’ raspe che lu dite sè pe case

(e come dint’a l’uove lu pucine)

s’abbotte e vatte da lu pedecine.

È propje na semènte de cerase!

 

Li prime foglie so spuntate a magge,

li cacchiariélle cacche mése dope

a uttobbre ha già la forme d’arulicchje,

 

ha resestute a viérne che curagge

e mo’ se trove dint’a l’uorte che lu scope

de fa cerase e a sole dà mbrèllicchje.

               

    traduzione in castelluccese di Pasquale Cacchio

 

 

XXXI

 

Qui t’ha portata il vento che consola

i muri delle case e dona un suono

a canne e voce ai rami e siepi e un tono

al mare ed urla a una finestra sola.

 

Qui t’ha portata il vento, con lui vola

il polline, la foglia in abbandono,

la sabbia del deserto e con il tuono

la goccia che si schianta al vetro e cola.

 

È anima il vento alla materia inerte!

Tu immagini la voce di un gattino

e invece è il vento, è voce di una Musa

 

che sogni e mostri in musica converte,

e quando tace, sola su un cuscino,

tu provi a mormorare le sue fusa.

 

                                    a Rocchina L'Erario

 

XXXII

 

 

O soffice silenzio della notte,

sei nel deserto o nell’oceano? O forse

tra le aree produttive di risorse

che macchiano di luci le calotte?

 

Ovunque taci, in terre, in mari, in grotte,

perfino negli abissi sono corse

le luci a violentare non rimorse

fondali e quanto il mondo oscuro inghiotte.

 

La notte a diventare giorno anela,

contro il silenzio e il buio l’uomo è all’erta,

pianeti e stelle dalla terra cela.

 

Ritorna, o notte, come una coperta

che avvolge l’emisfero e a noi rivela

i cieli che la scienza non accerta.

 

 

 

XXXIII

 

Cervantes, Kierkegaard, Novalis, Dante,

Dostoevskij, Michaelstädter, Fedro, Omero,

Cvetaeva, Sterne, Weil, Seneca, Pavese,

Luciano, Saffo, Čapek, Kraus, Leopardi,

 

Stendhal, Plutarco, Bulgakov, Von Kleist,

Prévert, Brecht, Ceronetti, Campanella,

Chuang Tse, Baudelaire, Ortese, Blake, Montaigne,

Eraclito, Marziale, Horckheimer, Fabre,

 

Esiodo, Rilke, Nietzsche, Pasolini,

Gogol, Foscolo, Hölderlin, Adorno,

Giordano, Musil, Puskin, Epicuro,

 

Archiloco, Jarry, Swift, Miller, Plinio,

Artaud, Thoreau, Rimbaud, Villon, Platone,

dev'essere un bel libro la natura.

 

 

 

 

                       

                                              

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